Conflitti, amori-politici: i Vespri Siciliani

L’opera a Zurigo: la sala si ribella offesa dalla non sensibilità scenica

Da dove vogliamo iniziare? Dal significato storico dei Vespri Siciliani? Da Giuseppe Verdi? Dal librettista dell’opera? Dalla trama? Dalla première dell’opera a Zurigo il 9 giugno scorso? Dal regista di quest’ultima: Calixto Beito? Scelgo di iniziare dal regista.

Calixto Bieito si è fatto una reputazione a tratti positivi. A tratti arcinegativi. Sicuramente lo spagnolo si dimostra insopportabilmente caliente quando affronta la trasportazione scenica di opere a sfondo storico. E finora ha fatto vedere al mondo intero che ama portare il pubblico sull’orlo della supportazione psicologico­etica individuale.

Sul palco girevole il pubblico si confronta dapprima con tanti container bianchi. Rispecchiano un ambiente portuale. Il porto di Palermo. La genialità di questi requisiti, poveri ma efficaci, sta nella proiezione di immagini bianco­nere ambientate in Sicilia, una terra il cui popolo ha affrontato secoli di dominazione straniera. Questo sfondo storico si fonde con la nuova ispirazione verdiana, commissionata dall’Opéra de Paris, creando così un quadro vivo e evocativo della storia e della cultura siciliana.

E già con la persona di Giuseppe Verdi (1813­1901) e la Francia abbiamo una prima fondamentale relazione d’Amore, di pretese e sfide politicoculturali. In effetti, la Francia rappresenta per il compositore un’amante difficile, tirannica, capricciosa, ma estremamente affascinante. Amata, odiata. Fondamentale sempre, il rapporto di Giuseppe Verdi con la Francia, e in particolare con la capitale del XIXmo secolo, fu sempre intensissimo.

Verdi fu innanzitutto affascinato dalla letteratura francese e mise in musica drammi di Alexandre Dumas e Victor Hugo. Fece lunghi soggiorni a Parigi e frequentò i teatri e i salotti letterari francesi, con nel cuore l’Italia. Verdi parlava apparentemente un francese perfetto. Ma, il lavoro all’Opéra lo innervosiva, irritato per la sua macchinosità, i tempi morti, il livello deludente di orchestra e coro, pur amando profondamente il «Grand Opéra». Saranno sei le opere di Verdi in francese. Tra cui, per l’appunto «Les Vêpres Siciliennes».

Opera difficile da trovare sul palcoscenico, anche in italiano. In francese è ancora di più una rarità. Una rarità anche per il fatto che il libretto fu scritto dal più importante dei librettisti francesi dell’epoca: Eugène Scribe. Ogni frase ha un richiamo estetizzante. È tutto giocato sulla contrapposizione tra sentimenti, passione profonda, amore impossibile, al limite del fatale e allegorie, poco concedendo all’analisi psicologica dei singoli personaggi, tranne forse per quello di Giovanni da Procida (Alexander Vinogradov).

Se studiando il libretto si giunge a conclusione che in questo sono descritti solenni gesta di eroi rinchiusi e chiusi nella loro olimpica imperturbabilità neoclassica, come nei dipinti di David, la musica verdiana riesce nell’incredibile scommessa di accendere quelle passioni di autentica emozione e commozione.

Sul palcoscenico dell’Opera di Zurigo, il pubblico in sala apprezza l’ouverture musicale che per incanto trasmuta quegli astratti simboli di container in carne, ossa e sangue, fino a far sovrapporre la storica rivoluzione palermitana del Lunedì dell’Angelo del 1282 con la riscossa della stessa città contro la mafia dopo le stragi del 1992 e l’assassinio die giudici Falcone e Borsellino.

Quindi un filo rosso da secoli. Rabbrividisce però alla comparsa di una donna (Maria Agresta), vestita con abiti del 20mo secolo, trascinante per la durata di un tempo che angoscia una bara bianca intorno a questi container bianchi.

La donna rappresenta la Duchessa Elena nella bella città di Palermo nel 1282. Una Palermo invasa dai francesi, dagli Angioini. E per la seconda volta ci ritroviamo davanti alla dicotomia amore e politica. Elena, infatti preme per l’indipendenza della Sicilia per poter così vendicare suo fratello Federigo, ucciso dai francesi.

Elena accetta, contraccambia, ma usa l’amore di Arrigo, un giovane siciliano, che in seguito si rivelerà il figlio di Monforte, nato da una relazione­stupro con una donna siciliana. Arrigo può sentirsi sicuro dell’amore di Elena, a patto di vendicare suo fratello e di conseguenza di uccidere Monforte (Quinn Kelsey). Calixto Bieito fa cantare il suo tenore Arrigo (Sergey Romanosky) in una bara aperta in verticale. E non ha tutti i torti se il suo duetto con Elena (Maria Agresta) è straziante e appella a «fatemi uscire da qui».

Manco a farlo apposta, non appena liberato da questa bara che gli sta anche stretta, viene rinchiuso. Questa volta in un box di metallo. Una gabbia come per il trasporto di cani randagi. Solo l’appellativo «papà» e così la totale sottomissione emotiva di Arrigo a Monforte, salva sia lui che la sua amata Elena e Procida dalla morte. Ivan Repusic alla direzione dell’orchestra spesso «stona» con i protagonisti, la cui performance vocale e interpretazione scenica delude.

Indigna e urta non poche donne in sala la scena dello stupro. E, in sala si nota una piccola ribellione: alcuni in segno di disapprovazione per tanta violenza esibita nei minimi particolari, lasciano la platea durante lo spettacolo o abbandonano l’opera nell’ intervallo. Da un lato offesi dalla non sensibilità scenica di Calixto Bieito.

Dall’altro per il rammarico di aver pagato minimo 270 franchi per ritrovarsi davanti a tanta urtante violenza da cui quotidianamente ognuno di noi tenta a fatica di scappare. Calixto Bieito ha creato con la sua messa in scena dei Vespri Siciliani a Zurigo, un’attualità di quello che all’epoca rappresentarono I Vespri Siciliani: una ribellione del pubblico. Purtroppo anche della critica teatrale.

Di Graziella Putrino

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