Concetta

I cambiamenati non sono sempre negativi

Avevo poco meno di sei anni quando, per la prima volta, ho lasciato Bova, un meraviglioso borgo della Calabria, con mia mamma e mia sorella minore per raggiungere papà in un piccolo paesino nel canton Berna. Mio padre, in Italia, aveva aperto un negozio di abbigliamento, ma gli affari non andavano bene e fu costretto ad emigrare in Svizzera per trovare lavoro. Ricordo ancora il lungo viaggio nel treno affollato, dove l’odore di cibo si mischiava a quello di sudore e di sigarette. L’espressione sul volto di mia mamma quando salimmo sul treno mi fece capire quanto fosse difficile per lei lasciare tutto quello che conosceva.

Posso solo immaginare la fatica e la preoccupazione che provò nell’affrontare il viaggio con due bambine piccole alla volta della Svizzera. Finalmente, sfinite, arrivammo a destinazione. Papà ci aspettava alla stazione. La gioia di rivedere mio padre dopo tanto tempo era così grande che mi sentivo come se il mio cuore stesse per esplodere. Saliti sulla Fiat Multipla, partimmo verso casa. L’appartamento, situato al piano terra, era grande e luminoso, i pavimenti erano in legno e una grande stufa (Kachelhofen) di colore verde occupava gran parte della sala. Spesso io e mia sorella ci sedevamo sul bordo della stufa per scaldarci.

Al piano superiore abitavano i proprietari. La casa si trovava in aperta campagna, circondata da prati verdi e rigogliosi. Il silenzio assoluto era disturbato soltanto dal suono dei campanacci delle mucche che pascolavano nei prati. Dietro la casa scorreva un ruscello. Mi piaceva molto. Quando papà rientrava dal lavoro, ci mandava a prendere il latte in una fattoria che non distava molto. C’era un sentiero che portava lì, ma io e mia sorella, per raggiungere la fattoria più velocemente, tagliavamo attraverso i campi. Si partiva con la lattina e con 50 centesimi in tasca.

Il resto potevamo tenerlo per noi. Con la mancetta, quando il sabato si andava a fare la spesa, io compravo un barretta di cioccolato e la mangiavo appena fuori dal negozio. Mi innamorai immediatamente del paesaggio svizzero. Le montagne, i laghi, i prati verdi erano tutto molto diverso da quello che avevo lasciato in Calabria. Ero felice, stavo bene. Ma la felicità durò poco. Dopo alcuni mesi, i miei genitori decisero di mandarmi in Italia, dai nonni paterni, per poter frequentare la scuola. La lontananza dalla mia famiglia mi pesava come un macigno.

Ogni giorno, quando mi svegliavo, mi sentivo un po’ più sola. Mi mancava la mia mamma, il mio papà e mia sorella. Mi mancava la nostra casa. Anche mia madre soffriva molto per la mia lontananza. Papà, in seguito, mi raccontò di averla vista piangere ogni giorno. Così, finita la prima elementare, i miei genitori vennero a prendermi e tornai in Svizzera. Per l’istruzione avevano individuato un collegio, gestito da suore, nei pressi di Varese. In questo modo avrebbero avuto modo di venirci a trovare almeno una volta al mese. Ero terrorizzata all’idea di stare via da casa, ma mi consolava il fatto che la mia sorellina sarebbe venuta con me. Lei avrebbe iniziato la prima elementare. Il collegio era una grande struttura, con un’atmosfera austera e rigida. Le suore erano severe e punivano severamente ogni trasgressione.

Mi sentivo molto triste. Fortunatamente, i miei genitori capirono che il collegio non era il posto giusto per noi e vennero a prenderci dopo un paio di mesi. Avevano trovato un collegio, in una città non lontana da dove abitavamo, sempre gestito da suore, che offriva un’istruzione italiana. Lì avrei potuto frequentare la scuola fino alla quinta elementare. Le suore erano gentili e premurose, si prendevano cura di noi con gentilezza e attenzione, contrariamente a quanto succedeva nel primo collegio che avevo frequentato. Ogni venerdì sera i miei genitori venivano a prenderci e la domenica sera ci riaccompagnavano in collegio.

In settimana non era possibile tornare a casa visto che anche la mamma aveva iniziato a lavorare in una fabbrica di orologi. Finita la quinta elementare, visto che i miei genitori avevano abbandonato l’idea di ritornare in Italia, iniziai a frequentare le scuole svizzere. Ho iniziato a frequentare le scuole svizzere con un certo timore. Non conoscevo la lingua e la cultura e avevo paura di non riuscire a integrarmi. All’inizio, ebbi non pochi problemi, ma con il tempo, imparai il tedesco e mi abituai alla nuova vita. Il sabato mattina, con immensa gioia, frequentavo i corsi di lingua e cultura italiana e mi preparavo per dare l’esame di terza media che superai brillantemente senza alcuna difficoltà. Avevo molte amiche, italiane e svizzere.

Mi integrai molto bene e adoravo i miei insegnanti. Tranne una! La maestra di lavoro manuale. La signora aveva una chiara antipatia per le bambine italiane. Ci trattava con disprezzo e ci umiliava in classe. Posso dire tranquillamente che si trattava di razzismo, perché la persona in questione ha ferito e discriminato gli altri sulla base della loro provenienza. Con me era particolarmente cattiva. Io non sapevo lavorare a maglia con i ferri corti, perché mia mamma mi aveva insegnato a lavorare con i ferri lunghi (per intenderci, quelli che si tengono sotto le braccia). La maestra mi obbligava ad utilizzare i ferri corti. Con grande fatica cercavo di imparare.

A volte, passando tra i banchi, l’insegnante mi colpiva sulle mani con rabbia, facendomi scivolare le maglie che stavo lavorando e tutto il mio impegno andava in fumo in un attimo. Guardavo le maglie scomposte, e mi sentivo impotente e arrabbiata. Sopportai per tanto tempo l’atteggiamento dell’insegnante, ma un giorno non ce la feci più. Dopo aver sentito l’ennesimo “Tschinggeli” rivolto ad una mia amica italiana, lasciai l’aula con un gesto di disprezzo, sbattendo la porta alle mie spalle. Tornata a casa dissi ai miei genitori che non sarei più andata a scuola. Loro stettero ad ascoltarmi e capirono. Papà andò a parlarne con il direttore e mi fu assegnata un’altra insegnante di lavoro manuale. E da quel momento non ebbi più problemi.

Finita la scuola dell’obbligo, trovai un posto in banca ed iniziai un apprendistato come impiegata d’ufficio. Mi piaceva lavorare in ufficio, e durante le vacanze scolastiche mi offrivo sempre per eseguire dei facili lavori d’ufficio in alcune ditte locali. Ogni estate, la nostra famiglia partiva per le vacanze. La destinazione era sempre il paese natio di mio padre, un piccolo paese in collina. Era un luogo speciale per lui, perché era lì che era cresciuto e dove aveva vissuto la sua infanzia. Per me, era un luogo magico, perchè potevo immergermi nuovamente nella mia cultura. Era l’occasione per rivedere le mie amichette e trascorrere insieme a loro momenti indimenticabili. Spesso si andava al mare, raggiungibile in dieci minuti d’auto.

Si partiva nel tardo pomeriggio e, al calar del sole, la cena sulla spiaggia era un rito irrinunciabile per la nostra famiglia. La mamma preparava sempre dei panini freschi e varie delizie, che gustavamo godendo della vista del mare. Mio padre era “quello dell’anguria”. Era un vero e proprio esperto di angurie. Sapeva quali erano le migliori varietà, come scegliere quelle mature e come tagliarle per ottenere le fette perfette. Figurarsi, non poteva mancare una bella fetta di anguria in spiaggia! Ero sempre felice di ritornare in Italia, anche se la Svizzera mi piaceva molto. Finito l’apprendistato, iniziai a lavorare come impiegata d’ufficio in una fabbrica di vetri.

Sono riuscita ad inserirmi molto bene. Spesso mi veniva chiesto di accompagnare i clienti italiani, interessati ad acquistare, a visitare la fabbrica. Ero felice di poter essere utile. Avevo vent’anni e la mia vita era abbastanza tranquilla. Avevo un lavoro che mi piaceva e un gruppo di amici che mi volevano bene. Un giorno, però, la mia routine venne interrotta bruscamente. I miei genitori mi annunciarono di volersi trasferire in Ticino. Non me l’aspettavo. I miei genitori erano sempre stati felici in Svizzera tedesca e non mi sembrava che avessero motivo di cambiare vita. All’inizio, ero contraria al trasferimento. Non volevo lasciare la mia vita, i miei amici e il mio lavoro. Ma i miei genitori erano determinati a partire. Dicevano che in Ticino avrebbero avuto una vita migliore, con più opportunità e meno stress.

Dopo averci pensato a lungo, alla fine decisi di seguirli. Non volevo lasciarli e sapevo che sarebbe stato difficile per loro adattarsi a una nuova vita senza di me. Tra l’altro, mia sorella, ancora minorenne, avrebbe in ogni caso dovuto trasferirsi insieme a loro. La separazione da mia sorella avrebbe significato perdere la possibilità di trascorrere del tempo insieme, di ridere insieme, di condividere le nostre esperienze. Avrebbe significato perdere una parte importante della mia vita. Oggi dico che aver seguito i miei genitori in Ticino è stata un vera fortuna. Tra tutti i cambiamenti che ho dovuto affrontare quando mi sono trasferita in Ticino, l’incontro con Marco è stato quello che ha avuto il maggiore impatto sulla mia vita.

Marco è la persona che amo. È il mio migliore amico, il mio confidente e il padre dei miei figli. Sono grata ai miei genitori per avermi dato l’opportunità di incontrarlo. Ci siamo visti durante una festa. Era un giovane ticinese, gentile e simpatico. Ci innamorammo e iniziammo a frequentarci. Dopo un anno ci sposammo e, esattamente nove mesi dopo, nacque la nostra prima figlia. A distanza di due anni arrivò la nostra seconda bambina. Abbiamo costruito una bella famiglia.

Io ho sempre lavorato adattandomi alle esigenze delle mie figlie, perché credo che la famiglia sia la cosa più importante della vita. Sono orgogliosa di aver fatto la scelta giusta. Ora siamo entrambi pensionati e possiamo goderci i nostri nipotini che ci regalano tanta allegria e tanta gioia. A volte un cambiamento, anche inaspettato, può portare a qualcosa di positivo. Se non mi fossi trasferita in Ticino, non avrei incontrato Marco e non avrei avuto la famiglia che ho oggi.

Di Concettta

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