Tra ius soli, ius culturae e ius sanguinis
La scorsa settimana abbiamo chiarito la questione della cittadinanza italiana agli immigrati in Italia rispondendo a Giusi del Cantone Schwyz, adesso lo faremo con quella sollevata da Carlo del Cantone Grigioni sulle cittadinanze italiane, a suo dire, “regalate in giro per il mondo a stranieri di origine italiana” grazie alla legge dello ius sanguinis. Anche in questo caso è opportuno citare alcuni dati (Fonte ISTAT) relativi ai cittadini italiani iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE):
I dati sopra riportati evidentemente sono quelli a cui fa riferimento criticamente Carlo ma, come lui, anche moltissime altre persone da quando il numero degli iscritti all’AIRE è aumentato in maniera esponenziale a seguito di due leggi entrate in vigore in Italia negli ultimi decenni.
La prima è stata la Legge n. 91 del 1992 che, tra l’altro, ha stabilito: a) è cittadino italiano per nascita il figlio di padre o madre cittadini italiani con Il criterio – alla base del riconoscimento del possesso della cittadinanza italiana per discendenza degli emigrati – della continuità consanguinea dal primo avo italiano emigrato all’estero dall’Italia fino al richiedente “ius sanguinis”, ciò significando che la cittadinanza italiana viene praticamente trasmessa dall’ascendente italiano(a) ai figli, senza limiti di generazioni (con alcune limitazioni per quanto riguarda la discendenza materna); b) la possibilità per gli italiani di avere una doppia cittadinanza ovvero di poter acquisire una cittadinanza straniera senza perdere la propria.
La seconda è stata la Legge n. 459 del 2001 (la così detta Legge Tremaglia) che ha introdotto nella legislazione italiana il voto all’estero per gli iscritti all’AIRE, sia per i referendum che per le elezioni politiche nazionali. Infatti, grazie essenzialmente a queste due leggi, è poi accaduto che milioni di persone – soprattutto residenti in America Latina – con lontane discendenze italiane abbiano recuperato la cittadinanza italiana (come indica il grafico sottostante, gli iscritti all’AIRE ammontavano a 2’353’000 nell’anno 2000 e sono aumentati gradualmente fino a 5’933’000 nel 2022).
Questo abnorme aumento degli iscritti all’AIRE (in parte dovuto pure alla ripresa, negli ultimi anni, dell’emigrazione dei così detti “cervelli in fuga) si è verificato non solo e non tanto per un forte richiamo delle proprie origini bensì per ottenere il passaporto italiano, ovvero dell’Unione Europea un documento utile per potersi muovere nel mondo molto più liberamente di quanto consente loro il passaporto del Paese di nascita e residenza. In secondo luogo perché il riconoscimento del diritto di voto all’estero e di rappresentanza per gli iscritti all’AIRE in molti Paesi, in particolare dell’America latina, ha spinto i candidati – presentatisi nella Circoscrizione Estero per le elezioni politiche, succedutesi dal 2006 in poi in Italia – a sollecitare le comunità di origine italiana a recuperare la cittadinanza del Belpaese per irrobustire la loro base elettorale potendo contare anche sul supporto dell’associazionismo italiano locale. Morale, per rispondere a Giusi e Carlo è evidente che – a riguardo della cittadinanza italiana – siamo di fronte ad un ennesimo paradosso italiano poiché viene riconosciuta a coloro che da generazioni si sono disinteressati delle loro origini e non parlano neppure la lingua di Dante, mentre la si nega, fino al compimento del diciottesimo anno di età, a figli di immigrati nati o cresciuti in Italia e che hanno frequentato i cicli della scuola italiana ed ormai ben integrati nel Paese!
Di Dino Nardi


