Corso di formazione professionale del CISAP per lavoratori italiani in Svizzera negli anni Sessanta

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (nona parte)

CISAP è una sigla che ha segnato profondamente la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, contribuendo alla formazione professionale e all’integrazione di migliaia di lavoratori italiani in un periodo di grandi trasformazioni economiche e sociali.

L’articolo che segue fa parte di una serie dedicata agli anni Sessanta e alle istituzioni che hanno accompagnato il percorso degli emigrati italiani nel nostro Paese. Attraverso testimonianze, documenti e ricostruzioni storiche, l’autore ripercorre il ruolo svolto da realtà che hanno lasciato un segno importante nella comunità italiana in Svizzera. In questa puntata l’attenzione si concentra sul CISAP, una delle esperienze più significative nate per rispondere alle nuove esigenze del mondo del lavoro.

Questo articolo fa parte della serie “Anni Sessanta – Emigrazione italiana in Svizzera”


Parte 9

Riprendo, dopo un lungo intervallo, la rievocazione degli anni Sessanta dell’immigrazione italiana in Svizzera, soffermandomi, in questo e nei prossimi articoli, specialmente sulla seconda istituzione di cui trattiamo in questi mesi. L’ECO è stato il giornale che prima e più di ogni altro ha percepito e palesato i drammi e le esigenze degli immigrati italiani del secondo dopoguerra, costituendo una sorta di coscienza critica della politica emigratoria italiana e di quella immigratoria svizzera, evidenziandone carenze, ritardi, bisogni, rimedi. Nell’ultimo articolo ho evocato le preoccupazioni dei lavoratori italiani non solo di fronte alle inevitabili conseguenze qualora fosse stata accettata l’iniziativa antistranieri di Schwarzenbach (poi messa in votazione e fortunatamente respinta nel 1970), ma anche di fronte all’introduzione massiccia di nuove tecnologie nei settori dell’industria e dei servizi, dov’erano maggiormente presenti gli italiani.

Il contesto italo-svizzero

Com’è noto, l’immigrazione italiana in Svizzera è stata generata dalla situazione di un Paese risparmiato dalla guerra, carente di manodopera locale e in piena espansione economica, e di un Paese vinto e semidistrutto, l’Italia, con un’eccedenza di persone disoccupate sia al nord che al sud, o comunque in cerca di un lavoro stabile e possibilmente ben retribuito per offrire sufficienti garanzie alle famiglie.

Poiché l’Italia non era in grado di offrire possibilità di lavoro a tutti, a causa dell’elevato numero di disoccupati e del forte incremento demografico, i governi del dopoguerra hanno sempre incoraggiato l’emigrazione, specialmente verso i Paesi europei (specialmente Belgio, Svizzera e altri), anche per evitare il rischio di far esplodere pericolosi conflitti sociali. Ma ad emigrare erano soprattutto giovani lavoratori non qualificati, disoccupati, contadini, manovali generici.

La Svizzera, che si trovava in ben altra situazione rispetto all’Italia, accoglieva allora masse d’immigrati, ma con uno spirito particolare. Nel 1970 gli scrittori ticinesi G. Calgari e M. Agliati scrivevano: «orgogliosi delle commesse che affluivano da tutto il mondo, gli industriali moltiplicarono gli investimenti, ingrandirono le loro imprese, aggiunsero nuovi padiglioni, acquistarono nuovi macchinari, e poiché non trovarono più operai indigeni importarono lavoratori dall’estero… preoccupandosi, tuttavia, soltanto delle braccia da mettere dietro le nuove macchine, senza por mente ai bisogni umani e agli affetti che accompagnavano quelle braccia».

Già nella seconda metà degli anni Sessanta, tuttavia, la situazione stava cambiando e generava non poche preoccupazioni soprattutto tra gli immigrati italiani. Le paure erano giustificate, secondo un articolo del L’ECO del 1968, perché nella stragrande maggioranza non avevano alcuna preparazione professionale e «inevitabilmente – si diceva – l’automazione e una spinta industrializzazione butterà sul lastrico […] la massa di non-qualificati, di senza-mestiere».

L’ECO, però, più che denunciare la situazione e la mancanza di soluzioni non poteva fare altro. Decise invece di intervenire nella pratica un gruppo coraggioso, generoso e lungimirante di lavoratori italiani, generalmente qualificati, venuti qui nel secondo dopoguerra, perché in Italia molte fabbriche, che stentavano a convertirsi da un’economia di guerra a una produzione civile, non riuscivano ad occuparli. In Svizzera erano stati bene accolti e si erano ormai ben integrati nel mondo del lavoro.

La soluzione del CISAP

Negli anni Sessanta questi lavoratori sperimentavano giorno per giorno i cambiamenti nell’industria e nel commercio e si rendevano conto che prima o poi l’economia svizzera non avrebbe più avuto bisogno di una massa di operai generici (manovali), ma avrebbe richiesto soprattutto specialisti o comunque lavoratori formati. Per questo si cominciò a pensare, a livello di istituzioni (Consolati) e grandi associazioni (per es. Colonie Libere Italiane), di organizzare corsi di formazione professionale e corsi di lingua locale. Tutte queste iniziative, come si vedrà meglio nei prossimi articoli, si riveleranno insufficienti e inadeguate, mentre il CISAP riuscirà a proporre e a realizzare un vero e proprio centro di formazione professionale in grado di soddisfare le esigenze delle nuove imprese produttive.

Tuttavia, parlare oggi del CISAP non è facile perché la sua vera storia è poco conosciuta e la sua rievocazione, a distanza di anni, rischia di sfociare nella retorica o addirittura nella leggenda. D’altra parte è innegabile che questa istituzione è stata una realizzazione straordinaria, che attirò quasi subito l’attenzione e il sostegno delle competenti autorità italiane e svizzere, delle parti sociali (specialmente del sindacato dei metalmeccanici e orologiai FLMO) e della collettività immigrata dei Cantoni dove il CISAP si stava diffondendo.

Non essendo possibile soffermarsi sui dettagli, cercherò di delinearne solo alcuni tratti fondamentali, nella consapevolezza che forse nessuno riuscirà mai a penetrare quel senso di «carità e umanesimo» che caratterizzava quei «bravi italiani» (sen. Onofrio Jannuzzi, 1967) che diedero vita a una istituzione che ha rappresentato una pagina straordinaria e forse unica della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. (Segue)

Giovanni Longu


Per chi desidera approfondire la storia dell’emigrazione italiana nel mondo, è disponibile un ampio percorso documentale sul sito del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana.

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