Chiharu Shiota intreccia memoria e relazioni umane trasformando oggetti quotidiani in potenti metafore visive. La sua esperienza tedesca non definisce la sua arte, ma ne amplia lo sguardo, dando vita a installazioni che diventano soglie emotive e luoghi di dialogo.
Il curatore d’arte rappresenta in certo qual modo un alter ego dell’Artista, ne diviene anche portavoce e intermediario. Come e quando nasce il rapporto di Sara Rizzo con Chiharu Shiota?
Personalmente seguivo l’Artista giapponese dalla Biennale del 2015, quando aveva rappresentato il suo Paese con “The Key in the Hand“. Shiota era già nella Rosa degli Artisti a cui pensavamo per le istallazioni nello spazio dell’Agorà del Mudec. La scelta è stata favorita dalla direzione del Museo e in particolare dalla conoscenza diretta fra la curatrice Mami Kataoka e Marina Pugliese, la nostra direttrice. Questo ci ha aiutati a portare l’Artista sul luogo e a proporre la nostra visione dell’Agorà, uno spazio dalle caratteristiche peculiari e tutt’altro che semplice da affrontare.
Chiharu Shiota, giapponese e internazionalissima non è, come già prima ricordava, alla sua prima esperienza in Italia. Si può parlare di un legame d’elezione con il nostro Paese?
Si tratta di un’Artista ormai fortemente presente in tutto il mondo, con mostre e installazioni che spaziano dall’Europa all’Australia, dall’America alla Cina e naturalmente al Giappone. Sicuramente Anche in Italia. A parte la Biennale del 2015 (la sua unica presenza in Biennale), è stata ospite a Roma, a Torino, e ora a Milano. Quello che emerge lavorando con lei e il suo Studio è che in Italia si stanno proponendo progetti interessanti, vere e proprie sfide …Al MUDEC per la vastità dello spazio, al MAO per la relazione tra le sue installazioni e il Museo stesso. Oltre a questo, le squadre di lavoro impegnate nell’allestimento sono di livello molto elevato.
Da tempo Chiharu Shiota vive e lavora a Berlino, dove ha anche integrato la propria formazione artistica. In che modo, al di là del contributo alla formazione, la Germania può aver influito sulla sua opera sia dal punto di vista tecnico che da quello tematico?
Ritengo che la sensibilità artistica di Chiharu Shiota non possa essere direttamente incasellata in un’appartenenza geografica, giapponese o tedesca che sia. Lei stessa ha negato l’ interpretazione di alcune sue opere che utilizzano scarpe e valigie come legate esplicitamente ai temi della seconda guerra mondiale, è l’occhio mitteleuropeo di chi guarda a leggerle in quella direzione… Piuttosto, il suo sguardo è stato capace di selezionare il materiale emotivo e visivo connesso alla sua personale ricerca sulle relazioni umane anche in Germania. Penso, ad esempio, all’istallazione “From-Into” del 2004, dove Chiharu Shiota ha recuperato vecchie finestre smontate dai cantieri dell’ex Berlino Est e le ha impilate a formare un muro che riflette sul concetto di “soglia”, di divisione arbitraria, di una sorta di “sguardo dell’altro”.
Ecco, Lei ha nominato alcuni di quegli oggetti che l’Artista utilizza spesso, come valigie, scarpe, chiavi, che paiono collegate alle biografie di chi le ha possedute. Perché questi oggetti dell’umile quotidianità? Cosa rappresenta questa scelta? Semplice uso di materiali, casuale e comune a vari Artisti, o riscoperta concettuale di simboliche tracce di vita?
Chiharu Shiota ha tessuto la sua prima ragnatela della stanza dove dormiva ai tempi dell’Accademia, in Germania, in un momento in cui sentiva che la pittura non le era più sufficiente come linguaggio espressivo. I fili sono diventati nel tempo una sorta di firma, insieme agli svariati oggetti che li popolano e sono spesso raccolti grazie a una call to action rivolta al pubblico, “originali” nel senso emotivo del termine, ovvero non dotati di una propria storia intima. I fili, diritti o aggrovigliati, creano uno spazio, un orizzonte all’interno del quale l’Artista si può muovere inserendo chiavi, valigie, scarpe, fogli di carta. Ognuno di questi oggetti rappresenta un ricordo, possiede l’energia delle persone che sono entrate in contatto con lui, e attraverso i fili sono connessi gli uni agli altri a creare mondi di relazioni umane aggrovigliate, allungate, tagliate.
Lei più di chiunque può illustrare ai nostri lettori genesi e significato dell’opera “The Moment the Snow Melts”, recentemente presentata al MUDEC. Magari anticiparci qualcosa della futura mostra del 2026,”Il senso della neve”…
“The Moment the Snow Melts” è un’installazione sito-specific monumentale, e rappresenta un paesaggio metaforico, uno spazio di meditazione che Chiharu Shiota offre al pubblico del MUDEC per ricordare persone che hanno fatto parte delle nostre vite ma che non sono più con noi per i motivi più svariati: un trasferimento, la fine di un amore, un litigio, un lutto. Come spesso succede con questa Artista, ci troviamo davanti a un’installazione partecipata: negli scorsi mesi abbiamo infatti raccolto le testimonianze del pubblico in Museo e sul nostro sito, e queste lettere sono andate a costituire l’ossatura dell’installazione, con i fogli di carta che fluttuano appesi ai fili bianchi pendenti dal soffitto, che rimandano a una nevicata sospesa.Così, come quando la neve si scioglie si trasforma e diviene acqua, anche nel caso in cui due persone non si sentano più il legame si trasforma e diventa ricordo, continuando ad esistere.
L’installazione si discosta dai colori più classici usati da Chiharu Shiota – il rosso e il nero – e sposa la spiritualità e la purezza del bianco, il colore della neve. E i fili qui non sono grovigli, bensì cadono dritti dal soffitto, a simboleggiare relazioni in un certo senso ormai compiute. L’installazione ha una grande forza estetica ed emotiva al tempo stesso e coinvolge ogni persona che la incontra. Credo che in questo risieda la magia dell’Artista, nella connessione istantanea che riesce a creare con il pubblico del mondo intero.
Luisa Pavesio



