Caso Ranucci, la politica si concentra sulla polemica mentre i problemi dei cittadini restano sullo sfondo

Abbiamo Ranucci. E, possibilmente, teniamocelo stretto

Il caso Ranucci è diventato uno dei grandi argomenti dell’estate politica italiana. E meno male, verrebbe quasi da dire. Possiamo finalmente dimenticare salari, sanità, pensioni, giovani che se ne vanno, famiglie che fanno i conti con il costo della vita e quel piccolo dettaglio chiamato debito pubblico.

Abbiamo Ranucci.

E, possibilmente, teniamocelo stretto.

Perché una buona polemica politica non deve durare qualche giorno. Deve durare settimane. E più dura, meglio è. Ogni mattina deve regalare un particolare nuovo, una dichiarazione indignata, una replica ancora più indignata e, con un po’ di fortuna, una richiesta di dimissioni. In Italia, del resto, una richiesta di dimissioni non si nega a nessuno.

Chat, rapporti personali, costi di Report, dichiarazioni, smentite, ricostruzioni. Il materiale non manca e, quando comincia a scarseggiare, basta commentare il commento di qualcuno sul commento di qualcun altro.

Ma forse la domanda interessante è un’altra: mentre parliamo di Ranucci, di cosa non stiamo parlando?

Chiariamo subito un punto. Non abbiamo alcuna intenzione di trasformare Sigfrido Ranucci in un martire del giornalismo. I suoi rapporti con Valter Lavitola meritano di essere chiariti e chi dirige una trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico ha il dovere di essere particolarmente rigoroso nelle proprie scelte professionali.

Se ci sono stati errori, se ne discuta.

Possibilmente senza trasformare il Paese in una commissione d’inchiesta permanente.

Finalmente un problema che si può risolvere con un talk show

La politica italiana ha una qualità che forse non le riconosciamo abbastanza: sa individuare con sorprendente rapidità i problemi sui quali non deve fare assolutamente nulla.

Una polemica è perfetta.

Non richiede coperture finanziarie, non bisogna trovare miliardi, non serve una riforma, non occorre convincere Bruxelles e soprattutto non bisogna spiegare ai cittadini perché una promessa fatta tre anni prima sia ancora una promessa.

Basta un microfono.

Sul caso Ranucci, poi, il meccanismo funziona magnificamente. Una dichiarazione al mattino, una replica a mezzogiorno, una controreplica nel pomeriggio e un talk show la sera. Il giorno dopo si riparte, possibilmente da capo, perché nel frattempo qualcuno avrà detto qualcosa su ciò che qualcun altro aveva detto il giorno prima.

Così non passano più i giorni.

Passano le settimane.

E finché una polemica funziona, perché mai abbandonarla?

E intanto?

Intanto ci sono famiglie che fanno i conti con il costo della vita. Ci sono giovani che lavorano e non riescono comunque a permettersi una casa. Ci sono stipendi che faticano a tenere il passo con i prezzi, pensioni modeste, liste d’attesa nella sanità e problemi della scuola e del lavoro che non sono esattamente comparsi ieri.

Ma questi hanno un difetto terribile: sono difficili da risolvere.

Destra, sinistra e il meraviglioso mondo delle polemiche

Sarebbe però troppo facile attribuire questa abitudine soltanto a chi governa oggi.

Cambiano i governi, cambiano le maggioranze, cambiano i protagonisti. Il metodo, curiosamente, sopravvive.

Quando una polemica è utile alla propria parte politica diventa una questione di principio. Quando è utile agli avversari diventa una vergognosa strumentalizzazione.

È una delle poche tradizioni italiane sulle quali destra e sinistra sembrano aver trovato una perfetta continuità istituzionale.

E così anche Ranucci finisce inevitabilmente dentro le due curve.

Da una parte chi sembra considerarlo intoccabile perché rappresenta il giornalismo d’inchiesta. Dall’altra chi pare aver finalmente trovato l’occasione per presentare il conto a Report.

In mezzo dovrebbe esserci una possibilità apparentemente rivoluzionaria: valutare i fatti.

Ranucci può avere commesso errori senza per questo diventare improvvisamente il grande problema della Repubblica. Può essere criticato senza mettere sotto processo il giornalismo d’inchiesta. E può essere difeso quando è giusto farlo senza doverlo necessariamente santificare.

Sembra complicato.

Molto più semplice scegliere una curva.

I problemi veri hanno un pessimo ufficio stampa

Salari, sanità, pensioni, produttività, denatalità, scuola, debito pubblico e futuro dei giovani hanno una caratteristica poco televisiva.

Non litigano.

Non pubblicano chat.

Non rilasciano dichiarazioni indignate.

E soprattutto non spariscono dopo quarantotto ore.

Restano lì.

Una polemica, invece, è molto più comoda. Ha protagonisti, nemici, colpi di scena e possibilmente qualche frase da estrapolare. E se riesce a durare tre settimane invece di tre giorni, tanto meglio: tre settimane durante le quali la politica può occupare il dibattito senza necessariamente occuparsi dei problemi.

Ed è forse questo l’aspetto del caso Ranucci che dovrebbe interessarci maggiormente.

Non soltanto ciò che Ranucci ha fatto o non ha fatto, ma la rapidità con cui una vicenda può diventare il centro dell’agenda politica e mediatica e, soprattutto, la tenacia con cui viene mantenuta lì.

Perché una distrazione, per essere davvero utile, non deve soltanto attirare l’attenzione.

Deve riuscire a trattenerla.

Domani troveremo sicuramente qualcos’altro

Prima o poi anche il caso Ranucci si esaurirà. Ma non c’è da preoccuparsi.

Arriverà un’altra frase.

Un’altra indignazione.

Un’altra chat.

Un altro personaggio da difendere o da condannare.

E ricominceremo da capo.

I problemi che avevamo prima del caso Ranucci saranno ancora lì, pazienti, ad aspettarci.

Forse il vero talento della politica contemporanea non è quello di risolvere i problemi.

È riuscire a convincerci, per giorni, settimane e possibilmente il più a lungo possibile, che il problema sia un altro.

E bisogna riconoscerlo: in questo, dopo tanti anni di allenamento, siamo diventati bravissimi.

Maria Bernasconi

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