L’arte come strumento di riflessione sul nostro tempo. Anne de Carbuccia, artista, regista e fondatrice di One Planet One Future, è tra le voci più autorevoli nel panorama dell’arte contemporanea impegnata sui temi ambientali e sociali. In occasione della sua mostra “Sergeant S.N.A.F.U.”, allestita alla Galleria Brun Fine Art di Venezia durante la Biennale. Luisa Pavesio l’ha incontrata per parlare di ambiente, propaganda, intelligenza artificiale, informazione e futuro dell’umanità.
Intervista ad Anne de Carbuccia
Mostra “SERGENTE S.N.A.F.U.” – Sculture di Anne de Carbuccia
Galleria Brun Fine Art di Pilar Pandini – Dorsoduro 1051, Venezia
«Viviamo ormai in un’era post verità. Oggi l’informazione è dappertutto un’arma. Per essere potente devi avere la più grande armata di informazioni. Usare un microfono può uccidere, ma può anche ucciderti. È uno strumento di guerra. Questa guerra, questa crisi è globale. Non riusciremo mai a sconfiggere disinformazione, deformazione e propaganda. Il meglio che possiamo fare è gestirle. Abbiamo gli strumenti per farlo: abbiamo la nostra ragione e le nostre emozioni. Per combattere abbiamo la nostra umanità.»
Anne de Carbuccia
Anne de Carbuccia è un’artista e regista. Dal 2013 ha viaggiato attraverso i luoghi più remoti del pianeta per documentare con la sua arte specie, habitat e culture in via d’estinzione. La sua opera è stata esposta in musei e pubbliche istituzioni in Europa e negli Stati Uniti, mentre la sede milanese della sua Fondazione One Planet One Future ospita una sua esposizione permanente. La nuova serie di documentari per la TV “Choose Earth”, nata dal progetto dell’artista intitolato “Santuario del Tempo” e realizzata nell’arco di un decennio (2014-2024), è attualmente disponibile in streaming su Amazon Prime.
Ormai l’Italia è il Suo Paese di residenza…
Sì, qui ho mio marito, che è italiano. I figli vivono all’estero ma vengono a raggiungerci spesso qui. In Italia ho anche la mia Associazione.
Come procede a Milano la Fondazione “One Planet One Future”, dove ci sono le Sue bellissime foto dedicate alla natura?
Tutto bene. Non abbiamo registrato un calo nell’interesse. Le persone che vengono a visitare la Fondazione sono in qualche modo già convinte, spesso sono docenti che portano i loro allievi a conoscerci per sensibilizzarli ancor più sul tema ambientale.
La Sua biografia è internazionalissima, e si ha l’impressione che abbia contribuito a formare la scelta delle Sue tematiche…
Io sono nata in Corsica, mia madre era americana e mio padre francese. Lui era l’editore in Francia di Jacques Cousteau, che ho conosciuto quando ero bambina. Ecco, da quegli incontri ho imparato che uno scienziato può essere anche poeta e filosofo, e questo ha influito sulla consapevolezza della missione che avrei potuto svolgere. Dalla mia biografia mi sono derivate anche l’adattabilità e l’esperienza del viaggio. E poi, ovviamente, gli studi di antropologia sono stati decisivi. Di solito, gli artisti, quale io sono, non hanno un’identità così marcata, o scelte così nette come le mie in materia ambientale.
La Sua fisicità, la forza fisica e l’energia Lei le mette continuamente a servizio delle numerose missioni che compie, a volte difficili e rischiose. La Sua stessa immagine emana questa grande energia…
Beh oggi non tanto (sorride), ho un’influenza, forse dovuta a un virus o forse a un eccesso di lavoro che ho dovuto sostenere per le due mostre e i documentari di “Choose Earth”. Comunque grazie per questo complimento. Ma dietro alla mia forza non c’è un allenamento sportivo, c’è più che altro la mia determinazione a fare ciò che devo per portare avanti le mie idee. In qualche modo chiedo al mio corpo di fare quello che sia necessario.
Impegno ambientale e arte sono sempre coesistite nella Sua vita.
Io nasco come artista, sono un’artista, e i miei temi sono quelli ambientali. Oggi utilizzo il multimediale e sto lavorando a un progetto, anche musicale, che avrà a che fare con la multisensorialità. Ci sto ancora lavorando. Nel frattempo ho le mie due mostre in Italia.
Una a San Mauro Torinese e l’altra a Venezia, leggo.
A Venezia sono all’Accademia, con la mia gallerista Pilar Pandini. La mostra si intitola “Sergeant SNAFU” (“Situation Normal, All Fucked Up”), dove lo storico acronimo militare S.N.A.F.U., coniato dai Marines (“situazione normale – tutto a rotoli”), definisce una situazione dove tutto sta andando in pezzi, ma che viene accettata ormai come normale.
La mostra ha coinciso con la Biennale veneziana e ha avuto fin dall’inaugurazione un ottimo successo. Le opere esposte sono sculture che rappresentano soldati stilizzati, in realtà microfoni, come simboli del linguaggio-artiglieria, vera e propria arma dotata delle sue munizioni.
La mostra vuole essere contemporanea anche nel linguaggio: le sculture sono stampate in 3D, tecnica più compatibile anche sotto il profilo ecologico, e sono cromate. La cromatura è riflettente, in qualche modo abbaglia e inganna lo spettatore coinvolgendolo.
Il tema è quello della disinformazione e della propaganda che si muovono come armi attraverso le reti globali. Siamo tutti vittime della disinformazione, cui contribuiscono anche l’uso dell’intelligenza artificiale e i social media.
Mi viene in mente il caso della Russia, che fu capitale della “desinformazia” e oggi è la prima vittima dell’arma della disinformazione utilizzata dai nemici…
Certo, è proprio così, la disinformazione è sempre esistita, e oggi è diventata una manipolazione cui dobbiamo cercare di resistere.
Io sono pessimista, mi pare che soprattutto i giovani abbiano una sensibilità limitata nei confronti di questo tema. È una lotta impari, nella quale i cosiddetti poteri hanno strumenti che noi non abbiamo.
L’umanità, sin dal suo primo apparire sulla Terra, ha sempre dovuto accettare sfide importanti, e molte è riuscita a vincerle. Oggi esistono tante comunità con dei valori condivisi; ma ciò che non funziona, l’aspetto negativo, attira maggiormente l’attenzione e fa passare sotto silenzio gli aspetti positivi.
Insomma, è valido l’adagio: “Il vecchio albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce.” Credo che ai giorni nostri, su certi temi, ci sia, per esempio a livello politico, una maggiore presa di coscienza, come è successo per la questione climatica, su cui oggi si dibatte pubblicamente.
Tornando alle mostre, mi può parlare di quella di San Mauro Torinese?
“Blue Thread” (Filo Blu) è una vera chicca, alloggiata in un castello. L’ha voluta la Soprintendenza torinese proprio per sensibilizzare il pubblico sulla scomparsa dei ghiacciai in Europa.
La mostra è nata dalla mia visita del Presena, un ghiacciaio bellissimo che pare un’installazione. Nel titolo si allude all’usanza attuale di stendere sul ghiacciaio una coperta intessuta con un filo blu spesso, una specie di tentativo tenero di terapia per riparare il ghiacciaio dai raggi solari.
Il filo blu diventa un simbolo, come se si tentasse di rattoppare la terra. La mostra resterà aperta fino al 26 luglio.
E invece quali sono le tappe future dell’esposizione veneziana?
“Sergeant SNAFU” resterà a Venezia fino a settembre 2026, poi circuiterà in varie città italiane. Non abbiamo ancora un calendario, stiamo trattando, ma sarà a partire dal 2027.
Luisa Pavesio
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