Anch’io avrei voluto che il Pardo d’Oro del Film Festival di Locarno 2025 andasse a un film giapponese. Tuttavia, a differenza della giuria, non lo avrei attribuito a Tabi to Hibi (Two Seasons, Two Strangers) di Sho Miyake. Io lo avrei consegnato, con la massima deferenza, quasi in ginocchio e a capo chino in segno di profonda ammirazione, alla regista giapponese Naomi Kawase per il suo autentico capolavoro: un’opera di straordinario metalinguaggio, in cui ogni fotogramma è una dichiarazione d’amore, in tutte le sue forme. Un film che ha il coraggio di mettere a confronto due mondi, quello francese – pars pro toto della cultura europea che crediamo di conoscere – e quello giapponese, con la sua insondabile profondità.
Girare un film sull’isola di Yakushima significa immergersi in un luogo dove, al soffio di un vento, tutto può mutare in bellezza o in inquietudine. Dipende unicamente dalla percezione, dai sentimenti, non dalla ragione. Quest’isola, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1993, custodisce un’immensa biodiversità e una bellezza naturale senza pari. Fin dai primi fotogrammi ci ritroviamo sensorialmente trasportati in quell’universo incantato.
In un mondo in cui la medicina non significa soltanto curare, ma anche custodire tradizioni culturali ed etiche, difficilmente si potrebbe immaginare una lezione di vita più completa e interdisciplinare di quella offerta da questo film: semplice e profonda al tempo stesso, capace di unire sapere accademico, etica e morale.
Attraverso una prospettiva diversa sul dono della vita, e in particolare nella pratica della medicina dei trapianti, molti tendono a considerare la medicina come un unicum universale. Ma non è così. Non conta il titolo accademico che consente di esercitare la professione: ciò che Kawase ci insegna è che ognuno di noi non si limita a svolgere un mestiere e a definirsi in base ad esso, ma trasmette, attraverso il proprio agire, un mondo fatto di linguaggi verbali e non verbali.

Con Yakushima’s Illusion, Kawase non si limita a invitarci a vivere i sentimenti senza analizzarli, ma ci mostra, con naturalezza e delicatezza, come nel momento stesso in cui li sottoponiamo ad analisi essi si trasformino in ragionamenti. I sentimenti si percepiscono con tutti i sensi, mentre la ragione può trovarsi sul loro stesso piano o collocarsi in una posizione diametralmente opposta. Spesso sentimento e ragione sono in conflitto, diventando causa di incomprensioni, malintesi, fughe emotive, separazioni prive di spiegazione, oppure di comportamenti freddamente calcolati, sia nella vita privata sia in contesti professionali o politici.
Nel film la protagonista è Corry (Vicky Krieps), una coordinatrice francese di trapianti di cuore pediatrici. Dopo la morte improvvisa del padre, viene invitata in Giappone, sull’isola di Yakushima, per contribuire a salvare la vita di bambini affetti da gravi malattie cardiache in attesa di trapianto. Qui si confronta da un lato con la ricchezza sensoriale della natura e con la cultura degli abitanti, dall’altro con un’intensa passione che nasce con Jin, un giovane del posto appassionato di fotografia, il quale le insegna a percepire la continuità e la fluidità che uniscono passato, presente e futuro.
Durante le presentazioni con il suo team medico, Corry riesce a superare la soglia dei sentimenti e, con grande razionalità, raggiunge il tanto sospirato successo: un trapianto di cuore che permette a un bambino malato di continuare a vivere grazie al dono di un altro piccolo paziente deceduto. Ma la passione e i sentimenti che Corry cerca di “ingabbiare” nella sua vita razionale finiscono per mescolarsi agli odori, alle emozioni intense, fino a farle smarrire la ragione. Jin (Kanichiro), il beau locale con cui aveva vissuto un amore struggente e passionale, svanisce senza lasciare traccia di sé, se non una macchina fotografica rotta: simbolo di illusioni, emozioni e sentimenti imprigionati, ma al tempo stesso rivelati.
Nessuna sala cinematografica può competere con le spettacolari dimensioni della Piazza Grande di Locarno. Per i cineasti, avere un film proiettato in Piazza e concorrere per il Prix du Public UBS è la realizzazione di un sogno: quello cioè di testare senza filtri e dal vivo le reazioni di migliaia di spettatori e spettatrici di etnie e strati sociali diversi, ma riuniti dal cinema. Seduti gli uni vicini agli altri. A volte per sere di seguito.
Il presidente della giuria del concorso internazionale, il regista e scrittore Rithy Panh, insieme al suo team ha premiato un film che gran parte del pubblico e della stampa non ha realmente apprezzato. Ma, si sa, il verdetto della giuria non si discute.
All’aperto, in Piazza, il pubblico non segue l’etichetta formale della sala cinematografica: si lascia andare, con commenti spontanei, a caldo e a freddo. Ed è proprio in quelle reazioni che si colgono le emozioni più autentiche: le risate fragorose e le lacrime più sincere.
Chi scrive una sceneggiatura, volente o nolente, attinge sempre al proprio vissuto; chi invece guarda il risultato finale – un’idea trasformata in scrittura e poi in sequenza di fotogrammi – spesso trova l’occasione per elaborare perdite, separazioni, divorzi, lutti e sentimenti profondi rimasti inespressi.
Immersi in questa intensità emotiva, i ristoranti che costeggiano Piazza Grande hanno rappresentato un prezioso punto di sostegno: un rifugio gastronomico, una rete sociale, un salotto di vivaci e talvolta accese discussioni prima e dopo ogni proiezione.
Vorrei qui ringraziare in modo particolare il team del ristorante Bar Piazza, in Piazza Grande – e nello specifico Eleonora, Emanuele e Marcello – che con grande premura hanno sempre riservato per me il mio tavolo preferito. Da sottolineare anche il loro tocco distintivo: l’unico ristorante “vestito” ton sur ton con il Festival. Un luogo che mi ha permesso di godere al meglio sia dei film sia delle loro specialità italiane, che raccomando vivamente.
Graziella Putrino
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