Informarsi è un piacere!

Ida De Vincenzo

Una pittrice italiana in Argentina

Sono una donna la cui storia assomiglia a quella di tante donne emigranti calabresi. Nata a Cropalati, in Calabria, Italia, in un paesino di montagna proprio da favola e da dove si possono osservare bellissimi paesaggi. Sono nata nel dopoguerra ed essendo mio padre reduce di guerra ne soffrivamo le conseguenze il che ci ha costretto ad emigrare quando io avevo due anni.

Sebbene gli anni passassero, dai miei genitori gli argomenti di conversazione erano sempre gli stessi: la terra lontana, la nostalgia, la famiglia e tutto ciò che riguardava la famiglia calabrese. Questa è la motivazione per cui la cultura e la lingua italiana hanno acquistato fondamentale importanza nella mia vita. Sono sempre stata in contatto diretto con le mie radici. Dopo anni ci sono ritornata ho potuto conoscere e ricevere l'affetto della mia famiglia lontana. Sono rimasta commossa dallo splendore dei paesaggi di un mondo che adesso sento veramente mio.

È la mia seconda casa come mi piace chiamarla. Finalmente sono riuscita ad allacciare nel mio cuore l'Italia e l'Argentina. Alcuni anni fa, un episodio fortuito mi ha avvicinato alla pittura. Da quel momento, essa e la cultura si sono fuse in una forza che sorge dal profondo di me e si plasma in colori e sentimenti. Ho tanti ricordi della mia infanzia e anche se qualche immagine si é cancellata col passare del tempo, altre sono rimaste profondamente incise nella mia anima. Le voglio trasmettere affinché non siano dimenticate.

Sono piccole storie, cose quotidiane, ma non per questo meno importanti, sono le cose che ci aiutano a comprendere la vita ed il carattere di una famiglia. Ogni storia ha un grande valore, molte sono simili ma nessuna uguale. Potrei dire tante cose di mio padre, fu un uomo semplice e sensibile, Gli piaceva la natura, stare all’aperto e soprattutto la terra, la lavorava non tanto per necessità, ma per l’amore che lo legava ad essa. Per lui ogni seme aveva valore, lo curava con tanto amore e dedizione. Per contribuire all’economia familiare, coltivava dall’umile lattuga alle piante più preziose. Allevava conigli e maialini d’India, e noi ragazzi ci affezionammo tanto a questi animaletti che non volevamo più mangiarli. Quindi mio padre smise di allevarli. Chissà se mio padre si privò di mangiare ciò che gli piaceva per non vedere le nostre lacrime?

Ha sofferto tanto le conseguenze della guerra, evitava l’argomento dicendo che erano cose tristi. Diceva sempre: «meglio dimenticare». Tuttavia il suo atteggiamento cambiava quando gli chiedevano della sua ferita di guerra. Era stato ferito in combattimento, al gomito. Io mi sentivo orgogliosa di avere un papà veterano di guerra. Ma allo stesso tempo non riuscivo a capire come avesse potuto sparare a un altro uomo. Un giorno, vincendo la mia timidezza, e senza misurare le parole, gli chiesi come avesse potuto fare una cosa del genere.

Mi guardò e vidi nei suoi occhi una grande rassegnazione. Allora con grande convinzione e parole semplici mi rispose: «se non gli avessi sparato io mi avrebbe sparato lui». In quel momento mi resi conto che non c’era stata alternativa. Ancora oggi lo ricordo e mi commuovo davanti a questa verità così fredda ed assoluta. Appena arrivati in Argentina, iniziò a lavorare, ma un incidente lo immobilizzò per quasi un anno. Una volta rimessosi, ottenne un lavoro al comune come operaio. Lavorava alla manutenzione delle strade, e quando lo prendevano in giro, rispondeva sempre: «voi non sapete che cosa significhi lavorare all’aperto: in inverno il freddo ti congela le ossa e d’estate il catrame caldo sotto il sole inclemente ti brucia finanche l’anima».

Avevamo anche un negozio di alimentari, che ci aiutò tanto economicamente. La nostra clientela era molto varia e talvolta era difficile comunicare, spesso ci intendevamo a segni. Succedevano anche cose curiose, ricordo una conversazione tra mia madre e una signora paraguaiana che lavorava lì vicino. Mia madre parlava di una cosa e la signora rispondeva un’altra, ma entrambe continuavano questa conversazione come seguendo un filo immaginario. Io, nella mia innocenza lo feci notare a mia mamma, ma lei mi rispose: «sta’ tranquilla, non ti preoccupare».

Avevamo a casa un cortile pieno di casse e bottiglie. Mio padre alle volte si sedeva su una di quelle casse e si metteva a scrivere alla famiglia in Italia, e gli raccontava quanto era bello vivere qui. In certi momenti nei suoi occhi traspariva una grande tristezza, gli tornavano ricordi lontani: i suoi monti, i costumi secolari, le leggende; era abituato alle difficoltà della vita, e si difendeva dall’irrimediabile idealizzandolo. Quando gli mancavano poche righe alle fine della della lettera, mi chiamava: «vieni, vieni», voleva che scrivessi anch’io qualcosa alle zie, ma all’epoca io ero troppo piccola e non sapevo scrivere, allora lui con tanta pazienza disegnava le lettere su un foglio a parte e io le copiavo. Erano sempre le stesse parole, “care zie”, quando finivo di scrivere, il suo volto si illuminava con un grande sorriso, era un momento magico, avvertivo che oltre l’oceano c’erano persone che ci volevano bene.

Le lettere tardavano tanto ad arrivare, il giorno che ricevette la notizia della morte di sua sorella, dopo averla letta non riuscì a parlare. I suoi occhi si sciolsero in un pianto sommesso ma profondo. In quel momento ebbe la certezza che non sarebbe mai più ritornato a rivedere i suoi monti e a riabbracciare le persone amate. Per tante settimane la casa si vestì di lutto stretto.

Nel quartiere, quando arrivò la linea 37 del pullman, ci fu una rivoluzione. Facevano tanto rumore che alle volte non si poteva dormire, mio padre diceva che lo facevano di proposito, e molte notti dovette alzarsi e andare a protestare, e ricordargli che anche lui lavorava e che si alzava alle 3.30 del mattino. Ciononostante, spesso portava loro bevande fresche d’estate e calde d’inverno. Quando si ammalò tutti venivano a trovarlo, non fu mai solo. Fu un uomo molto rispettato; il suo carattere aveva la semplicità di chi vive la realtà, consapevole che non si può cambiare. Il giorno della sua morte un corteo lunghissimo lo accompagnò nel suo ultimo viaggio.

Di Ida De Vincenzo

 

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com