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Immigrazione italiana 1991 – 2000

Dopo la pausa estiva e alcuni articoli dedicati soprattutto all’attualità, riprende la narrazione dell’ultimo decennio dell’immigrazione tradizionale italiana in Svizzera, partendo da una domanda: quale eredità ha lasciato la prima generazione non solo alla seconda e alla terza generazione, ma anche agli svizzeri? In questo e nei prossimi articoli si cercherà di dare risposte non necessariamente esaustive, ma plausibili. Una prima risposta, spontanea e fondata, è senz’altro questa: la lingua italiana e l’italianità. Se ne è già trattato negli ultimi articoli di questa serie sul decennio 1991-2000, ma merita qualche ulteriore considerazione.

Premessa

Anzitutto,  perché si parla di «eredità», ovviamente in senso morale? Perché in questa trattazione si considera il 2000 come anno simbolo della fine dell’immigrazione tradizionale italiana in Svizzera, anche se gli italiani hanno continuato e continuano ad arrivare in Svizzera, sebbene non più come immigrati nel senso tradizionale del termine. Dal 2002, infatti, vige per gli stranieri provenienti dall'Unione Europea (UE) e quindi anche per gli italiani il regime di libera circolazione. Per questo, per essi si adopera sempre più e a giusta ragione l’espressione «nuovi immigrati» o «nuova immigrazione». Effettivamente, con l’entrata in vigore (1° giugno 2002) dei primi accordi bilaterali (Bilaterali I) conclusi nel 1999 tra la Svizzera e l’UE, sono cambiate radicalmente le condizioni di soggiorno e di lavoro degli italiani e in generale dei cittadini comunitari.

L’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) è stato soprattutto per gli italiani particolarmente importante perché non solo ha abolito (finalmente!) lo statuto di stagionale (anche se possono essere concessi ancora permessi di dimora di breve durata), ma facilita ai lavoratori comunitari l’accesso al mercato del lavoro, garantisce la parità di trattamento della manodopera svizzera e di quella comunitaria già integrata nel mercato del lavoro, consente la mobilità geografica e professionale delle lavoratrici e dei lavoratori già integrati nel mercato del lavoro svizzero (diritto di cambiare luogo di residenza e posto di lavoro senza precedente autorizzazione da parte dell’autorità), facilita i ricongiungimenti familiari, ecc.

Con l’entrata in vigore dei Bilaterali I si può dunque considerare conclusa la fase dell’immigrazione italiana tradizionale ed è giusto chiedersi che cosa la prima generazione (quella venuta in Svizzera nella seconda metà del secolo scorso) ha lasciato in eredità ai nuovi immigrati.

Eredità condivisa e indivisibile

Quando, in questo contesto, si parla di italiano e di italianità è bene precisare subito che la diffusione dell’italiano e dell’italianità in Svizzera non è dovuta solo all’immigrazione italiana, perché l’italiano come lingua nazionale e ufficiale è preesistente. Lo portò in dote nella Confederazione il Cantone Ticino e dalla prima Costituzione federale del 1848 in poi la sua rilevanza costituzionale è sempre stata riconosciuta e garantita.

Va aggiunto, inoltre, che il legame del Ticino con l’Italia è sempre stato inscindibile. Ha scritto qualche anno fa Gianmarco Talamona, responsabile dell’Archivio di Stato del Cantone Ticino: «Nel corso del XIX secolo, e in particolare nel 1848 durante le Cinque giornate di Milano e nel 1859 durante la Seconda guerra d'Indipendenza, in Ticino vi era un sentimento molto marcato di appartenenza alla nazione italiana, nazione nel senso Ottocentesco del termine, ossia una comunione di lingua, di cultura, ecc.».

Questo legame si è mantenuto saldo, anche se con alti e bassi, fino ad oggi e forse non ha senso esagerare sulle distinzioni tra italiano degli svizzeri ticinesi e italiano degli italiani (immigrati e loro discendenti con o senza la nazionalità svizzera) al di fuori della Svizzera italiana (Ticino e valli italofone dei Grigioni). Anzi, oggi più che mai, la lingua italiana e l’italianità vanno considerate come un’eredità condivisa e indivisibile dagli uni e dagli altri. Non è stato però sempre così.

Italiano lingua «nazionale»

Qualche decennio fa si discusse a lungo, soprattutto sulla stampa ticinese, se si dovesse considerare l’italiano più una lingua regionale o una lingua nazionale. I sostenitori della prima tesi partivano dal presupposto, stando ai dati del censimento federale della popolazione del 2000, che l’italiano nella Svizzera italiana non corresse alcun pericolo perché là era radicato saldamente. Era vero, ma era difficilmente contestabile anche la tesi che il concetto di «Svizzera italiana» in senso geografico andava superato perché solo una parte degli italofoni (poco più di 300.000) viveva nel Ticino, mentre la maggioranza (oltre 478.000) viveva oltre Gottardo. Pertanto l’italiano andava considerato e difeso opportunamente in tutta la Svizzera come lingua «nazionale», ossia diffusa in tutto il Paese, e un grande valore «svizzero».

Purtroppo i dati del censimento federale della popolazione del 2000 apparivano sconfortanti. Se nella Svizzera italiana l’italiano appariva persino in crescita, nel resto della Svizzera il calo era evidente in quasi tutti i centri urbani, soprattutto a Zurigo (-27,8%), Ginevra (-24,1%), Berna (-26,5%), Basilea Città (-26,7%), Soletta (-29,7%), Sciaffusa (-33,7%), Neuchâtel (31,0%), ecc.  Il pessimismo sembrava giustificato ed era facile leggere titoli allarmanti tipo «Italiano in caduta libera», «Italiano in crisi irreversibile», «Meno italofoni in Svizzera», «Italiano malato incurabile?», «L’italiano in Svizzera ha ancora un futuro?»

Come garantire il futuro dell’italiano?

Per garantire la sopravvivenza dell’italiano anche nella Svizzera tedesca e francese molti italofoni ritenevano che non bastassero gli sforzi per quanto notevoli dello Stato italiano per sostenere i corsi di lingua e cultura destinati ai bambini italiani né le iniziative linguistiche e culturali di alcune associazioni italiane. Se i flussi immigratori dall’Italia si fossero interrotti o anche solo ridotti ulteriormente, avrebbe avuto senso continuare quei corsi? E chi sarebbero stati i fruitori delle iniziative culturali italiane?

Di fronte a questi e altri interrogativi, sembrava inderogabile un intervento diretto dei Cantoni Ticino e Grigioni, della Deputazione ticinese alle Camere federali, delle amministrazioni federale e cantonali e di tutte le organizzazioni che si adoperavano validamente per la salvaguardia e la diffusione dell’italiano. Oltretutto si cominciava a percepire sempre più chiaramente, anche in ambito elvetico, che la difesa dell’italiano e dell’italianità fosse d’interesse vitale non solo per l’Italia ma anche per la Svizzera, per la sua identità e coesione nazionale. Per mettere al sicuro l’italiano come «lingua nazionale» e per di più «ufficiale» occorreva uno sforzo «nazionale» congiunto tra svizzeri e italiani.

Ottimismo ben fondato

Per oltre un decennio la questione dell’italiano e dell’italianità fu di grande attualità, non solo tra gli italofoni, sollecitando studi, dibattiti, impegno e iniziative concrete. I frutti non tardarono a farsi vedere con un diffusa considerazione dell’italiano e dell’italianità come caratteristiche irrinunciabili delle storia, della cultura e della società svizzera. Credo che l’italiano e l’italianità godano oggi di buona salute e di un ampio sostegno sia da parte italiana che da parte svizzera. Secondo i dati più recenti dell’Ufficio federale di statistica (2022), la lingua italiana sembra stabilizzarsi attorno all’8 per cento della popolazione complessiva ed è un buon risultato. L’italiano è diffuso nelle scuole secondarie e nelle università. Gli scambi linguistici e culturali in Svizzera e con l’Italia sono intensi. I media (TV, radio e stampa) in lingua italiana sono abbastanza diffusi.

Senza nulla togliere agli sforzi dello Stato italiano e di alcune associazioni italiane, non c’è dubbio che il risultato raggiunto è dovuto soprattutto al coinvolgimento e all’impegno di alcune istituzioni svizzere, due in particolare: il «Forum per l’italiano in Svizzera», istituito nel 2012 per iniziativa del Cantone Ticino e del Cantone dei Grigioni e il gruppo di riflessione apartitico «Coscienza svizzera» (cfr. in proposito l’articolo del 13 luglio 2022).

Questi risultati, tuttavia, non si sarebbero mai raggiunti senza la presenza in Svizzera di centinaia di migliaia di immigrati italiani. Senza il loro apporto la percentuale dell’italofonia svizzera sarebbe rimasta attorno o persino al di sotto del 4 per cento e concentrata nella Svizzera italiana. Grazie agli italiani, invece, l’incremento è stato notevole e costante (salvo nel periodo 1930-1950) dal 1880 (5,7%) a oggi (8%), dopo aver sfiorato nel 1970 il 12 per cento. Da allora, col progressivo rientro in Italia di molte famiglie italiane la percentuale di italofoni è diminuita, ma l’eredità lasciata alle nuove generazioni (italiani, italo-svizzeri, svizzeri) è ancora grande, con ampi margine per essere valorizzata e accresciuta.

Un’eredità preziosa

Non si tratta, tuttavia, di un’eredità senza rischi. Per conservarla almeno ai livelli attuali è richiesto ancora un impegno costante e congiunto di tutte le parti interessate, svizzere e italiane. E’ richiesta soprattutto la partecipazione di molte persone, perché l’italiano è vitale se praticato, studiato, curato nel parlato e nello scritto, goduto negli approcci culturali, nella lettura e nella ricerca, negli scambi interpersonali, nelle amicizie, nella vita quotidiana. Per tutti, l’italiano e l’italianità in Svizzera sono un’eredità preziosa. Se ne abbia grande cura

Di Giovanni Longu

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