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Ohga…

Siamo circondati da guerre, dal coronavirus, dal vaiolo della scimmia da temperature fuori dal normale, eppure, guardando di proposito i social, sembra che molti vivano in mondi paralleli. Mondi fatti di vacanze perenni. Di scatti di foto che dimostrano che il nostro piccolo mondo gira secondo i nostri desideri e le nostre possibilità economiche. E sulle foto pubblicate mi meravigliano le pose da fotomodelli, i messaggi quasi pubblicitari che trasmettono e i punti interrogativi che mi restano.

Siamo diventati una società di apparenze. Di photoshop. Si ritoccano a gusto le foto e ci illudiamo di aggiustare anche la nostra vita. Il nostro quotidiano e il mondo in cui stiamo sopravvivendo. Un pochino come nel film di Craig Zobel del 2015 „Sopravvissuti“, in cui Ann Burden, superstite di un cataclisma nucleare, vive nella fattoria di famiglia al riparo dalle radiazioni.

Ma forse questo proiettarsi volutamente in un mondo di apparenze è un bisogno disperato di rinascita. Un volersi prepotentemente aggrappare all’albero della vita che contro ogni logica razionale e intellettuale, continua a crescere e a germogliare. E questo, nonostante il terreno sottostante sia definitivamente crollato.

Quest’albero si chiama „ohga“. Sembra una parola magica. E deve essere proprio magico di suo: le radici di quest’albero, all’apparenza fragili, fluttuano nell’aria, senza una direzione precisa. Allo stesso tempo lo mantengono in equilibrio, sospeso nel vuoto. Non solo: questo tipo di albero magico  sfida ogni situazione avversa.

Ichiro Ohga, botanico giapponese del secolo scorso, ha passato gran parte della sua vita a studiare i semi dei fiori di loto nelle terre asiatiche, in particolare nella pianura di Pulatien, nella Manciuria meridionale.

Nel 1951 durante alcune ricerche nei terreni in Kemigawa, nei pressi di Tokyo in Giappone, sotto uno spesso strato di torba ritrovò alcuni semi che giacevano lì da oltre mille anni. Lo studioso li piantò e, grazie alle sue cure, da uno di essi sbocciò un esemplare unico di fiore di loto, sconosciuto fino a quel momento e arrivato a noi dopo quasi duemila anni in tutta la sua primitiva e intatta magnificenza.

La storia dell‘albero e del loto Ohga non è solo la riscoperta di un albero speciale e di un fiore secolare ormai considerato perduto, ma è anche simbolo di rinascita. Della vita che sopravvive alle catastrofi anche nucleari e alla torba. Di un seme ancora vigoroso che nonostante il passare del tempo sa rigenerarsi a un’esistenza nuova.

E allora ben vengano le apparenze, se queste servono a farci sentire un tantino come questo albero e questo loto e farci aggrappare all’unica vita che ci è stata data in dono. Risorgiamo con tutta la forza di cui siamo capaci.

 Piantiamo in noi degli ohga!

Di Graziella Putrino

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