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Immigrazione italiana 1991-2000 – Gli italiani e l’italianità svizzera

Dagli articoli precedenti sarebbe dovuto risultare che negli anni Novanta la forma d’immigrazione italiana tradizionale, di massa e poco preparata, volgeva al termine, mentre l’italianità si affermava sempre più. Tale «affermazione» non era però dovuta principalmente alla nuova immigrazione, benché diversa, più consapevole e meglio preparata culturalmente e professionalmente di quella precedente, ma a due altri fattori di cui si stenta a prendere pienamente coscienza tra gli italiani: il diverso atteggiamento di molti svizzeri nei confronti dell’italianità e la crescita quantitativa e qualitativa della seconda generazione.

Cambiare prospettiva

Il punto di vista di molte narrazioni anche recenti sull’italianità in Svizzera resta limitato al fenomeno migratorio perché non si comprende (ancora) che oggi va esteso all’intero contesto sociale nazionale. Gli svizzeri, infatti, hanno finalmente riscoperto che «italiano è bello» e che gli italiani sono «concittadini» di fatto anche se non sempre di diritto. Molti svizzeri si sono resi conto che ridurre l’italianità al fenomeno migratorio è rischioso perché questo fenomeno, almeno nella sua immagine tradizionale, andrà sempre più esaurendosi, mentre la componente italofona svizzera dovrebbe essere legata indissolubilmente al passato, al presente e al futuro del Paese. L’italianità è vista ormai da moltissimi svizzeri come una caratteristica fondamentale dell’immagine, della cultura e della realtà svizzera.

L’insistenza di qualche presunto «storico delle migrazioni e delle catastrofi» su alcune situazioni negative del passato, su Schwarzenbach, sullo sfruttamento degli immigrati italiani, sulla xenofobia e cose simili è ormai fuori luogo in una prospettiva di integrazione sociale e culturale di una Svizzera proiettata ormai verso una completa integrazione europea. Inoltre, se continuità dev’esserci tra passato e presente, si dovrebbe anche considerare obiettivamente come è avvenuta l’evoluzione, chi ne sono stati i protagonisti (certamente non solo chi era venuto con la valigia di cartone) e almeno in quale direzione era (ed è) orientata.

Recentemente sono stati pubblicati due volumetti, con il sostegno di Coscienza Svizzera, che ricordano al lettore attento che in Svizzera non è cambiata solo la popolazione italofona con origine migratoria (significativo un titolo: Dalla valigia di cartone al web), ma è cambiato anche il paesaggio linguistico, sociale e culturale svizzero (significativo anche l’altro titolo: Italiano on the road. Per i quartieri e le strade di Zurigo, Basilea e Ginevra), come lo si può osservare bene soprattutto nelle grandi città.

Quartieri italiani?

Non ce ne sono più. Eppure in ogni città ce n’era almeno uno, a Zurigo (Aussersihl), a Basilea (Kleinbasel), a Ginevra (rue de Carouge), a Berna, a Bienne, a Baden, ecc. Gli italiani si sono integrati anche sotto il profilo abitativo ed è un grande segnale del cambiamento intervenuto. Questo non significa ovviamente che gli italiani non s’incontrino più, non organizzino le loro feste, non frequentino i loro bar e ristoranti preferiti. Significa, però, che questi «luoghi» non sono più tipicamente «italiani» (con una connotazione spesso negativa), ma sono comuni, frequentati indifferentemente da persone di nazionalità diverse.

I temi trattati in entrambi i libri sono molto interessanti. Le chiavi interpretative possono essere molteplici, ma andrebbe evitato di considerarli una sorta di «passeggiate etnografiche» separate in luoghi e nella storia. La collocazione appropriata di uno studio moderno e obiettivo sugli italiani in Svizzera è sicuramente una società che cresce perché crescono tutte le sue componenti e in cui gli italiani, rafforzando la propria italianità in tutti i suoi aspetti (lingua, cultura, arte, moda, cucina, ecc.) hanno rafforzato e rafforzano anche l’italianità della Svizzera, i legami con l’Italia e il processo d’integrazione europea.

Nella seconda opera menzionata, questa collocazione appropriata è riscontrabile in alcune asserzioni di un’italiana residente a Ginevra: «Adesso se parli francese con l’accento italiano sono estasiati. Gli svizzeri apprezzano e conoscono l’Italia in modo più approfondito di molti italiani […] Ad Annecy c’è il festival del cinema italiano, ogni anno, io ci vado da venticinque anni. Ci sono pochissimi italiani che lo frequentano, la maggior parte è francese o svizzera. C’è una curiosità incredibile verso l’Italia, sono più interessati alla cultura, sono più curiosi degli italiani stessi».

Il lungo processo che ha portato a questa riscoperta dell’italianità rappresenta indubbiamente un successo a cui hanno contribuito molti, ma anche una sfida. A coglierla non devono essere solo gli svizzeri, ma anche gli italiani perché la terza generazione avanza. E’ importante che siano entrambi.

Di Giovanni Longu

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