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Immigrazione italiana 1991 – 2000 – Gli italiani e la politica

A completamento del quadro riguardante l’impegno politico degli italiani residenti in Svizzera nel periodo in esame (1991-2000) s’intende esaminare in questo articolo il contributo delle istituzioni italiane allo sviluppo della lingua italiana e dell’italianità in generale. Purtroppo fu scarso perché mancava nel campo italiano (come del resto anche in quello svizzero) una politica linguistica di lungo respiro. Molti italiani pensavano che spettasse allo Stato italiano e alle rappresentanze diplomatiche e consolari in Svizzera garantire l’italianità dei propri cittadini. A loro volta, le istituzioni italiane ritenevano probabilmente che il loro impegno principale si esaurisse nel garantire i corsi di lingua e cultura ai bambini in età scolastica. Gli italiani integrati e soprattutto quelli con la doppia nazionalità sembravano completamente ignorati.

La situazione

Cinquant’anni di immigrazione italiana avevano trasformato il panorama linguistico della Svizzera, perché l’italiano era uscito dalla sua regione naturale, la Svizzera italiana, e si era diffuso anche nella Svizzera tedesca e francese. Era stato creato un capitale enorme d’italianità che avrebbe meritato di essere consolidato e valorizzato. Già i dati del censimento federale della popolazione del 1980 avevano invece certificato che l’italofonia era in forte diminuzione (9,8%, dopo aver sfiorato il 12% nel 1970). I dati dei censimenti del 1990 (7,6%) e del 2000 (6,5%) confermavano che l’italiano era come un malato bisognoso di una terapia intensiva per sopravvivere, ma che nessuno era in grado di indicare e soprattutto di praticare.

Per le istituzioni svizzere il calo sembrava dovuto soprattutto alla diminuzione (ormai inesorabile) degli immigrati italiani ed era irrimediabile. Del resto non destava ancora preoccupazione perché non concerneva se non minimamente la popolazione italofona di nazionalità svizzera. Anche per le autorità italiane il fenomeno era strettamente legato al gran numero dei rientri e probabilmente irreversibile, per cui il loro compito si limitava soprattutto a garantire ai cittadini in età scolastica che avevano deciso di rientrare prossimamente in Italia una sufficiente conoscenza della lingua e della cultura italiana in modo da potersi inserire senza grosse difficoltà nel contesto italiano.

Interrogativi sul futuro dei corsi di lingua e cultura

Nessuno ancora metteva in dubbio l’utilità dei corsi di lingua e cultura per i bambini prossimi al rientro, ma già si cominciava a discutere sul futuro di tali corsi, perché era sempre più evidente che il numero dei destinatari per i quali erano stati introdotti (i figli degli emigrati) si riduceva sempre di più. La maggior parte degli italiani in età scolastica era infatti ormai costituita da italiani di seconda e terza generazione, che certamente non avevano in cima ai loro pensieri un prossimo rientro in Italia. Molti di essi avevano addirittura la doppia nazionalità. Se nei decenni passati i corsi di lingua e cultura erano finalizzati a facilitare l’inserimento degli allievi nelle scuole italiane in caso di rientro dei loro genitori, questa finalità non era più attuale.

Gli interrogativi erano seri. Avrebbero avuto ancora senso questi corsi organizzati e finanziati dallo Stato italiano? Non sarebbe stato preferibile trovare un accordo con le autorità svizzere per integrarli nel sistema scolastico cantonale? Del resto erano sempre più numerosi gli italiani che sostenevano l’opportunità di coinvolgere maggiormente la Confederazione e i Cantoni nella difesa dell’italiano e dell’italianità. Evidentemente, però, i tempi non erano maturi per quel tipo di accordi e per una visione lungimirante della collaborazione italo-svizzera nella politica linguistica e scolastica.

 

Per gli italiani adulti che avevano deciso di rimanere in Svizzera il calo dell’italofonia non appariva rilevante perché continuavano a ricevere i tradizionali contributi a pioggia dello Stato italiano, che servivano a tenere in vita associazioni, giornali, fogli e foglietti delle principali organizzazioni e a incoraggiare qualche manifestazione vagamente «italiana».

Interventi mirati

Eppure si sentiva in diversi ambienti, italiani e svizzeri, la necessità di affrontare il problema della lingua italiana, in affanno almeno a nord delle Alpi, e dell’italianità, a livello nazionale, con interventi mirati e coordinati per non dissipare il capitale faticosamente accumulato. Effettivamente, già nel periodo in esame e subito dopo, furono intraprese, benché non sempre in modo coordinato, numerose iniziative utili, soprattutto da parte di alcune istituzioni italiane (per esempio l’Associazione degli scrittori di lingua italiana in Svizzera, la Federazione delle colonie libere italiane in Svizzera, l’Ambasciata d’Italia, alcuni Consolati, alcuni Comitati cittadini d’intesa, alcuni Comites). Vennero organizzati incontri, dibattiti, conferenze, feste popolari, celebrazioni di importanti anniversari, ecc.

Si cercò soprattutto (col contributo della stampa italiana cosiddetta d’emigrazione) di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dell’italiano e dell’italianità, coinvolgendo insegnanti, genitori, allievi, associazioni, intellettuali, artisti, amanti della cultura, dell’arte e della moda italiane e dell’Italia e altri. Mancava, tuttavia, il coinvolgimento diretto delle istituzioni svizzere, per cause che sono in parte note e che comunque non è più il caso di evocare ancora. Resta il fatto, estremamente importante e significativo, che anche nel campo svizzero si cominciò a percepire nettamente il pericolo di un franamento a nord delle Alpi della lingua italiana per la coesione nazionale e per l’immagine (internazionale) della Svizzera plurilingue e multiculturale.

Coinvolgimento delle istituzioni svizzere

Purtroppo non ci fu, nel periodo in esame, un coordinamento tra le varie istituzioni interessate all’italofonia, ma evidentemente furono gettati buoni semi che germoglieranno e produrranno buoni frutti in seguito. Se ne tratterà probabilmente in seguito, ma già ora meritano comunque alcuni cenni. In particolare: l’approvazione della Legge federale sulle lingue nazionali e la comprensione tra le comunità linguistiche del 2007 (che impegna la Confederazione e i Cantoni a promuovere il plurilinguismo, per esempio attraverso scambi linguistici in ambito scolastico), i molteplici interventi della Confederazione a sostegno dei Cantoni plurilingui e in particolare dei Cantoni Ticino e Grigioni, la creazione degli intergruppi parlamentari «Plurilinguismo CH» e «Italianità», la creazione nel 2012 del «Forum per l’italiano in Svizzera», istituito su iniziativa dei Cantoni Ticino e Zurigo, le molteplici attività sul plurilinguismo promosse dal gruppo di riflessione apartitico« Coscienza svizzera», l’organizzazione delle «Giornate del plurilinguismo» in seno all’Amministrazione federale, ecc.

Un accenno particolare meriterebbero alcune interessanti pubblicazioni sulle lingue di «Coscienza svizzera» e il recente (2021) rapporto molto accurato e dettagliato commissionato dal Forum per l’italiano in Svizzera su «La posizione dell’italiano in Svizzera. Uno sguardo sul periodo 2012-2020 attraverso alcuni indicatori» (2021), ma evidentemente manca lo spazio necessario. Se ne parlerà probabilmente in altra occasione perché la problematica linguista e la situazione dell’italiano sono comunque temi sempre attuali e decisivi anche per il futuro dell’italianità in Svizzera.

La direzione è segnata

Dopo il coinvolgimento delle istituzioni svizzere interessate e i risultati già raggiunti è facile concludere che avevano ragione coloro che ritenevano, almeno dagli anni Ottanta (!), che era indispensabile coinvolgere le istituzioni svizzere nella problematica sul futuro dell’italianità in Svizzera. Effettivamente si può dire che il clima linguistico è oggi più sereno che vent’anni fa e che nel frattempo si sono aperti spiragli di ottimismo per il futuro. I dati recenti sulle lingue dell’Ufficio federale di statistica attestano, per esempio, che la lingua italiana sembra stabilizzarsi attorno a valori sostenibili e fanno dunque ben sperare.

Sarebbe comunque un errore gravissimo se la collaborazione tra italiani e svizzeri stabilitasi in quest’ultimo ventennio rallentasse la sua attività o vedesse diminuire il contributo dell’una o dell’altra parte. C’è infatti ancora molto da fare. Per esempio, sarebbe estremamente utile una maggiore integrazione dei corsi di lingua e cultura nel programma scolastico svizzero. Sarebbe inoltre auspicabile coinvolgere maggiormente le seconde (e terze) generazioni nella valorizzazione del plurilinguismo e dell’italianità quali caratteristiche irrinunciabili della storia e della cultura svizzere.

L’esperienza ha dimostrato ampiamente che l’intesa è vantaggiosa. Anche l’opinione pubblica sia svizzera che italiana sembra aver capito che la conoscenza della lingua e della cultura italiana rappresenta non solo un arricchimento culturale individuale, ma anche un potenziamento della collaborazione italo-svizzera nell’interesse reciproco della Svizzera e dell’Italia. La direzione da seguire è perciò segnata.

Di Giovanni Longu

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