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Furbizia o disonestà?

Businessman holding white mask in his hand

Mi capita spesso di assistere a discorsi di persone che, per il modo in cui pronunciano le parole, per il loro atteggiamento e per la loro postura, sembrano tutte persone animate da sani principi, come l'altruismo e il volersi adoperare per migliorare la vita degli altri. Nell'immediatezza ti viene subito da pensare: ma guarda che brava persona! Quando le frequenti un po' (basta poco) ti accorgi che sono semplicemente furbi e che utilizzano gli espedienti più diversi per ottenere un vantaggio per sè o per chi gli interessa. Tutto ciò che dicono, tutto ciò che fanno è minuziosamente calcolato per il proprio tornaconto. "Vorrei invitarti a cena, è da tempo che non ci si vede" e scopri che l'invito a cena era solo un pretesto perchè la/il furbetto aveva da chiederti un favore. E, oltretutto, la cena te la sei pagata tu. Oggi, l'onestà, intesa come fedeltà ai propri valori morali, anche se predicata da molti, è soppiantata dall'interesse personale, mentre la disonestà nei confronti del proprio simile ha mutato aggettivo. Si è trasformata in "furbizia", "capacità di cavarsela", "avere le p.... e fare le scarpe agli altri". La furbizia è, a mio modo di vedere, qualcosa che ha a che fare con l'intelligenza dell'uomo quando questo dedica le sue forze per affrontare le avversità della vita e trova soluzioni che gli permettono di superarle e vivere meglio, ma agendo sempre nel lecito. Ha, invece, una connotazione molto negativa, quando l'uomo utilizza mezzi come l’inganno, la manipolazione, lo sfruttamento di debolezze altrui per raggiungere i propri fini. E questa si chiama disonestà. In realtà quello di cui vi sto parlando è un fenomeno diffusissimo nella nostra società.  Faccio alcuni esempi: avete presente gli evasori fiscali, quelli che ti passano davanti quando sei in fila alla cassa, quelli che diffondono notizie false a proprio beneficio? Concludo con una metafora: la furbizia non è un aspetto dell’intelligenza, ma la faccia nascosta della disonestà. (P. Caruso).

Di Maria Bernaconi

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