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Informarsi è un piacere!

L’alfabetizzazione finanziaria

La ricerca accademica degli ultimi decenni, affiancata da iniziative volte a sensibilizzare governi e popolazione sull’importanza di conoscere le basi dell’economia e della finanza, ha acceso l’interesse sul tema dell’alfabetizzazione finanziaria.

Che cosa sia l’educazione finanziaria, come e in quali sedi insegnarla e chi dovrebbe farlo è, tuttavia, ancora assai dibattuto. A mio parere, non si tratta solo di conoscenza a fini della finanza personale, ma anche del benessere collettivo e del valore dei programmi di diffusione della cultura finanziaria di base (che, trattandosi di alfabetizzazione, potrebbero essere inclusi già nella scuola primaria).

È ampiamente dimostrato che il possesso di nozioni basilari economico-finanziarie permette di compiere scelte migliori, più informate, consapevoli e lungimiranti nell’arco della vita. Quanto studiare (investire in istruzione), ad esempio, e quando iniziare a lavorare; quanto risparmiare del reddito guadagnato con il lavoro o con i rendimenti del risparmio passato; se acquistare una casa (e accendere un mutuo) o affittarla; quando andare in pensione (una volta raggiunti i requisiti minimi) e quanto investire in un fondo pensione o in una pensione integrativa.

La gran parte delle decisioni individuali ha infatti conseguenze finanziarie e ignorarle totalmente può determinare perdite e preludere a rimpianti. Né si può sempre ricorrere al parere di “esperti”, se non altro perché costano, o peggio di “pseudo-­esperti” non indipendenti.

Può, piuttosto, essere utile iniziare da materiali prodotti da istituzioni pubbliche o sviluppati all’interno di progetti europei.

Naturalmente si parla di fornire “alfabetizzazione”, non di trasformare tutti in esperti. Si tratta di imparare concetti fondamentali quali il tasso di interesse, essenziale per le scelte di risparmio e di indebitamento; l’inflazione, alla base della distinzione tra il valore nominale di una somma di denaro e il suo potere d’acquisto (che è ciò che realmente interessa); la diversificazione del rischio, concetto essenziale per preservare e possibilmente far crescere il patrimonio finanziario e reale.

L’alfabetizzazione finanziaria, così definita e misurata per la prima volta da Annamaria Lusardi e Olivia Mitchell, è diventata recentemente un campo di studio riconosciuto. L’interazione tra ricerca e politiche economiche adottate da governi e istituzioni internazionali è abbastanza fertile e motivata dalla preoccupazione che i dati sul livello di alfabetizzazione finanziaria generano. Pensate che nel mondo soltanto una persona su tre è alfabetizzata finanziariamente! Con significative differenze di genere (in media, è alfabetizzato il 35 per cento degli uomini contro il 30 per cento delle donne), età (le persone anziane hanno minori competenze economico­finanziarie) e geografiche.

Confrontando, ad esempio, i dati dell’Italia con quelli della Germania, se la percentuale di alfabetizzazione finanziaria per i tedeschi si attesta sul 66 per cento, da noi arriva appena al 37 per cento. Nel nostro paese, più che in altri, le differenze tra gruppi della popolazione sono notevoli: solo il 30 per cento delle donne possiede conoscenze economico­finanziarie di base, contro il 45 per cento degli uomini; e solo il 37 per cento delle persone con più di 55 anni è alfabetizzata finanziariamente contro il 47 per cento dei giovani di età compresa tra i 15 e i 35 anni.

Che tristezza... che catastrofe... l’assenza di competenze economico finanziarie di base è un problema sociale: espone le fasce più deboli della popolazione a rischi di fragilità finanziaria, di dipendenza economica, di esclusione dalla vita sociale e persino di violenza economica, in particolare proprio nei confronti delle donne.

Oggi è più vero che in passato, per effetto della maggiore complessità delle interrelazioni economico-­finanziarie, del ridimensionamento del ruolo di protezione sociale dello Stato (anche a causa dei debiti eccessivi accumulati in passato), della rapidità delle trasformazioni tecnologiche che investono tutti i settori, da quello pubblico alla finanza.

Investire in programmi di alfabetizzazione finanziaria migliora la gestione della finanza personale e contribuisce, nel tempo, a ridurre le diseguaglianze. Non solo: è anche utile a migliorare le scelte pubbliche. Studi recenti hanno dimostrato che, aiutando a comprendere i contenuti delle politiche pubbliche, la conoscenza finanziaria di base favorisce la partecipazione elettorale, riduce la probabilità di "punire"un governo che vara una riforma al fine di migliorare la sostenibilità delle finanze pubbliche e per­­tanto contribuisce a responsabilizzare i governi, chiamati a rispondere del loro operato a un elettorato più consapevole. Cosa volere di più?

Di Peter Ferri

 

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