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Immigrazione italiana 1991-2000 – Gli italiani e la politica (seconda parte)

La politica è entrata nel discorso sull’emigrazione/immigrazione ben prima degli anni Novanta del secolo scorso, ma è in quel decennio che essa ha invaso ogni ambito degli italiani residenti in Svizzera. Al di là dell’interesse diretto dei partiti ad avere propri rappresentanti anche all’estero, in grado di mobilitare gli emigrati per votare in loro favore al momento delle elezioni in Italia, c’era l’interesse ad avere loro rappresentanti stabili nelle associazioni, nei patronati e soprattutto negli organismi di rappresentanza (Comites e CGIE) e in vista della elezione dei rappresentanti degli italiani all’estero nel Parlamento. Non si trattava tanto di diffondere visioni politiche e possibili soluzioni ai problemi, quanto di numeri, di voti, di visibilità e di potere. Purtroppo questa politica non teneva (sufficiente) conto che gli emigrati italiani erano in forte diminuzione e la seconda generazione (non emigrata) era in costante aumento e stava sviluppando un interesse prevalente per la Svizzera.

Politica orientata all’Italia

Chi ha vissuto per intero gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso in Svizzera ricorderà senz’altro che la politica italiana che si stava diffondendo tra gli emigrati organizzati era orientata prevalentemente alla gestione oltre che delle sezioni dei partiti politici, delle principali organizzazioni, dei patronati e degli organismi di rappresentanza, considerati i veri centri del potere. I principali temi trattati nelle assemblee erano le pensioni di chi rientrava in Italia in età della pensione italiana ma non di quella svizzera, le eventuali agevolazioni per chi ritornava, la scelta del patronato che sembrava più efficiente e del partito che sembrava più promettente, i disservizi consolari. Non figurava quasi mai all’ordine del giorno l’integrazione della seconda generazione, la formazione professionale, la partecipazione alle commissioni comunali locali riguardanti gli stranieri e ai gruppi di lavoro misti.

In molte assemblee sociali di grandi associazioni ci si lamentava tuttavia abitualmente dell’assenza dei giovani, del (presunto) disinteresse dei giovani ai problemi dell’emigrazione, della disaffezione dei giovani alle associazioni che avevano contribuito a dare dignità agli immigrati e a far guadagnare loro rispetto e benessere in una società che agli occhi di molti rimaneva ancora impregnata della stessa xenofobia alla Schwarzenbach che aveva caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Che non ci sia stata una grande evoluzione nella considerazione della società svizzera dagli anni Settanta lo dimostra una serie di pubblicazioni recenti ambientate nell’epoca dei movimenti antistranieri, incentrate su episodi di discriminazione, di «bambini clandestini», di respingimenti alla frontiera, di tentativi di perpetuare una sorta di ceto sociale subalterno, marginale nella società, ecc. In queste pubblicazioni, invece, è sistematicamente ignorato o minimizzato il lento ma incessante avvicinamento delle condizioni degli stranieri agli standard svizzeri, il lavoro silenzioso ma utilissimo delle commissioni e dei gruppi di lavoro con la partecipazione attiva anche di italiani, la trasformazione della società svizzera sempre più consapevole del contributo degli stranieri, le molteplici forme di collaborazione, ecc.

Diverso orientamento degli italiani residenti

Eppure, dagli anni Sessanta, la collettività italiana è stata sempre più caratterizzata dalla progressiva integrazione, dall’accesso alla proprietà delle abitazioni, dalla riuscita professionale di molti italiani, dall’incidenza sempre più marcata nella società dei matrimoni misti, dall’introduzione della doppia nazionalità, dalla diffusa consapevolezza di avere in Svizzera una seconda patria, dalla crescita dell’italianità (intesa come componente della cultura e della società svizzera, sostenuta anche dal contributo italiano), dalla presenza di italiani (anche con la sola nazionalità italiana) nelle amministrazioni pubbliche svizzere persino a livelli dirigenziali, dall’inserimento di italiani in delegazioni svizzere in contesti internazionali, dalla partecipazioni politica e sindacale a tutti i livelli di molti svizzeri con origine migratoria italiana, specialmente della seconda generazione, ecc.

Negli anni Novanta era evidente che la collettività italiana residente si stava trasformando e si orientava sempre più chiaramente verso la Svizzera, pur senza perdere di vista l’Italia. Era sintomatico, per esempio, che molte associazioni tradizionali erano da tempo inattive o scomparse per mancanza di nuovi soci. Quelle che riuscivano a restare in vita, resistevano grazie a un societariato numeroso e fedele (e un significativo sostegno pubblico), che si permetteva una sede propria, magari con annesso ristorante, o grazie a un’ideologia forte.

Non si può tuttavia dimenticare che in quei decenni aumentava anche la conflittualità tra associazioni di destra e di sinistra, degenerando addirittura in episodi al limite del grottesco, come nel caso sottoposto nientemeno che all’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Giuliano Amato, in visita ufficiale in Svizzera (10 ottobre 2000). Gli si pose infatti il quesito se era lecito che un presidente del Comites (espressione della sinistra) negasse il diritto di accesso alla sede al rappresentante della minoranza nello stesso organismo (espressione della destra).

Motivo di scontro tra le associazioni sopravvissute era spesso l’accaparramento delle rappresentanze nei Comites e nel CGIE (facendoli in tal modo divenire organismi alibi) e l’aspirazione a entrare nelle liste dei candidati per la rappresentanza degli italiani all’estero nel Parlamento italiano. Lo scontro è stato vinto dalle organizzazioni di sinistra, che riuscirono a monopolizzare quasi tutte le rappresentanze degli italiani. (Nelle elezioni del 2006 le liste di sinistra riuscirono a mandare in Parlamento dalla Svizzera ben quattro rappresentanti).

Domande lecite…

Queste lotte interne e l’esito delle elezioni politiche del 2006 sollevarono lunghe discussioni sull’organizzazione del sistema di voto all’estero, ma soprattutto sulla sua utilità (anche se nel 2006 gli eletti all’estero garantirono la maggioranza a un governo di centro-sinistra piuttosto che a uno di centro-destra). L’ex ambasciatore ed editorialista Sergio Romano, in un articolo intitolato «La commedia degli onorevoli italo-esteri», metteva tuttavia in guardia sull’affidabilità del gruppo estero, per sua natura disomogeneo. Illusoria risulterà invece l’affermazione di uno degli eletti in Svizzera, Claudio Micheloni, per il quale «il voto espresso fuori dai confini nazionali ha dato a noi italiani all’estero un peso e una visibilità, attraverso i quali abbiamo fatto sentire la nostra voce, la nostra presenza, la nostra partecipazione, la nostra sensibilità politica».

Evidentemente è incontestabile il diritto degli italiani di poter votare dall’estero su questioni riguardanti gli italiani, come pure di avere una rappresentanza nel Parlamento italiano, ma è anche legittimo domandarsi se almeno una parte significativa delle abbondanti energie profuse in queste lunghe battaglie «di civiltà» (come si diceva allora) non sarebbe stato meglio dedicarla, per esempio, a trovare una sistemazione definitiva ai corsi di lingua e cultura integrandoli per quanto possibile nei programmi di studio della scuola locale, a sostenere adeguatamente l’orientamento e la formazione professionale dei giovani italiani, a coinvolgere fin dagli anni Settanta altri italofoni (specialmente ticinesi e grigionesi) nei progetti di sostegno all’italianità.

e qualche dubbio

A distanza di anni, credo che sia lecito nutrire qualche dubbio sull’utilità reale del diritto di voto politico per gli italiani all’estero, prescindendo dalla giusta soddisfazione di una battaglia vinta. Esaminando la questione nel suo complesso, per esempio nel contesto svizzero, non è infatti del tutto evidente che questo diritto e questa rappresentanza abbiano giovato all’evoluzione della collettività italiana qui residente che, in una prospettiva storica, ha visto crescere e integrarsi sempre più la parte «svizzera» con o senza la doppia nazionalità.

Sull’effettiva portata sia del voto all’estero che dell’elezione di una rappresentanza degli italiani all’estero nel Parlamento italiano è inoltre lecito avere ancora qualche dubbio tenendo presente che dagli anni Novanta in poi, mentre la «politica» continuava a guardare quasi esclusivamente all’Italia, la maggioranza degli italiani residenti guardava soprattutto alla Svizzera e percepiva chiaramente l’estraneità delle problematiche emigratorie dal sentire comune degli italiani in patria e l’assoluta ininfluenza delle richieste, delle denunce e delle rivendicazioni degli italiani all’estero, anche di quelli deputati a rappresentarli in Parlamento.

E’ difficile, per chi scrive, negare che gli sforzi per ottenere il diritto di voto all’estero e la rappresentanza politica in Italia abbiano distolto molte energie da altre battaglie forse più utili e urgenti, o escludere che il prevalere dell’orientamento verso l’Italia della politica degli italiani in Svizzera abbia prodotto, come temeva un esponente delle Colonie Libere Italiane nel 2004, «un decadimento delle attività di base, culturali, sociali, ricreative, formative, ad esclusione dei servizi di assistenza erogati dai patronati, che di fatto diverranno il luogo privilegiato per l’accaparramento dei voti». (Segue)

Di Giovanni Longu

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