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I pericoli del debito pubblico italiano – le pandemie finiscono, i debiti rimangono

Premessa: il debito pubblico può benissimo essere anche “buono”. L’esperienza recentissima della risposta (semi-globale) alla pandemia ha illustrato quanto sia importante poter contare sulla possibilità di indebitarsi per il settore pubblico, per affrontare crisi i cui costi sarebbero altrimenti troppo elevati per poter essere sopportati da una sola generazione. Perfino la parte arcigna dell’Europa delle regole lo ha compreso molto in fretta; e nonostante tutte le difficoltà di un processo decisionale assai farraginoso, ha varato rapidamente un piano straordinario di investimenti pubblici, di cui l’Italia è il maggior beneficiario, finanziandolo con l’emissione di debito comune europeo. La Banca Centrale ha poi dato un contributo importante, annullando gli spreads e riducendo i tassi di interesse, così consentendo anche ai paesi più indebitati e deboli (Grecia, Portogallo e Italia) di finanziarsi a costi bassissimi. I più bassi della storia, a dirla tutta. Poi, le pandemie finiscono e i debiti rimangono. L’anno scorso il debito italiano ha superato i 2 mila e 700 miliardi di euro, attestandosi attorno al 155 per cento del Pil. Senza la guerra in Ucraina, le (ottimistiche) previsioni del governo erano di una sua riduzione nei prossimi anni come risultato di una politica di bilancio che sarebbe diventata via via più prudente, recuperando un avanzo primario a partire dal 2024, tassi di interesse che sarebbero rimasti comunque bassi a lungo e, soprattutto, tassi di crescita spinti verso l’alto dalla combinazione di riforme e investimenti previsti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. La guerra in Ucraina ha reso il percorso più difficile, tra maggiori esigenze di spesa per sostenere l’economia di fronte allo shock energetico e la ripresa dell’inflazione, che comporta anche un necessario atteggiamento più restrittivo da parte della Banca Centrale Europea.

inflazione, l'ECIl Documento di economia e finanza di aprile 2022 già prevede un rallentamento del percorso di riduzione del debito, ma dovrà essere sicuramente rivisto ancora in futuro, per il protrarsi del conflitto e dell’incertezza che esso inevitabilmente provoca. E tuttavia è importante mantenere saldo l’obiettivo di controllo dei conti e di riduzione graduale del rapporto debito sul Pil per evitare guai futuri. La situazione non è la stessa del 2020: l’incremento rapido dello spread cui stiamo assistendo in questi giorni è un segnale da non sottovalutare. Fa dunque bene il governo a resistere alle pressioni delle forze politiche, terrorizzate dalle prossime elezioni, cercando invece strumenti alternativi alla revisione degli stanziamenti di bilancio per finanziare i necessari sostegni all’economia. Ma da dove viene l’enorme debito pubblico che abbiamo accumulato in passato e che ci costringe a essere più prudenti sul piano fiscale di quanto sarebbe altrimenti auspicabile? E perché in Italia è sempre elettoralmente conveniente presentare manovre in deficit, infischiandosene delle conseguenze future? Per la prima domanda, la risposta è abbastanza semplice. Storicamente, l’Italia è sempre stato un paese povero e finanziariamente fragile, con la necessità di indebitarsi all’estero per sostenere la crescita. Da subito il debito pubblico è elevato perché il neonato Regno d’Italia è costretto ad assumere i debiti degli stati pre-unitari per garantirsi l’accesso ai prestiti internazionali. Ma nell’Italia monarchica, in linea con la visione economica prevalente al tempo, la politica di bilancio è comunque orientata al mantenimento dell’equilibrio.

Il debito si gonfia davvero solo in occasione delle guerre e si sgonfia con altrettanta rapidità, soprattutto per l’inflazione che segue i conflitti. In effetti, il punto più basso del rapporto debito su Pil in Italia viene raggiunto dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alla riforma monetaria che triplica il livello dei prezzi e annulla il valore reale del debito. Tutt’altra storia è la politica di bilancio dell’età repubblicana, in cui al deficit pubblico vengono dati anche obiettivi di sostegno al ciclo oltre che redistributivi. Il debito di oggi è figlio soprattutto delle politiche di bilancio dei governi degli anni Settanta e ancora di più di quelli degli anni Ottanta, quando si continuano a mantenere deficit di bilancio molto elevati nonostante i tassi di interesse reali diventino positivi, una conseguenza delle politiche monetarie fortemente restrittive varate dalle banche centrali per combattere la grande inflazione degli anni Settanta. Una miscela esplosiva di debito che genera nuovo debito, una “palla di neve” che diventa sempre più grande man mano che procede. Il classico effetto valanga, insomma. La storia successiva è fatta di complessi tentativi di rientrare da quel debito, abbastanza di successo in un primo periodo, grazie soprattutto alla caduta vertiginosa dei tassi di interesse dovuti all’adozione dell’euro, ma negativa in un secondo periodo, a seguito delle crisi devastanti dell’ultimo quindicennio e, soprattutto, di una crescita economica che è rimasta straordinariamente anemica rispetto agli altri stati europei. Anzi, rispetto a tutto il mondo. Ricordo, ahiloro, che l’Italia è in 120ima posizione su 125 Paesi per quanto riguarda la crescita economica dell’ultimo ventennio!! Incredibile. Dietro al “bel Paese” ci sono solo fallimenti/catastrofi completi come la Siria. Pensate voi...

Rispondere alla seconda domanda invece è più complicato. Al di là di alcuni aspetti istituzionali e politici specifici al paese c’è il problema strutturale di un’opinione pubblica che – a differenza di quella di altri paesi – appare poco interessata e conscia dei rischi associati a un elevato debito pubblico. In parte, è la conseguenza di una scarsa educazione finanziaria, un aspetto del più generale basso livello di istruzione della popolazione italiana rispetto a quello di altri stati. In parte, è probabilmente il risultato di comportamenti strategici, anche questi probabilmente più diffusi da noi che altrove, come testimoniato per esempio, dall’alto livello dell’evasione fiscale. Il debito pubblico è di tutti, dunque di nessuno, e riuscire a convogliare spesa pubblica e riduzioni fiscali verso particolari gruppi di cittadini e di specifiche categorie, avvantaggia questi a scapito degli altri. Il problema, naturalmente, è che se tutti si comportano così, alla fine il debito pubblico si gonfierà a dismisura e ci perderanno tutti. Proprio come succede da diversi decenni... in altre parole, se non si cambia la mentalità dei cittadini e non si alza il livello d’istruzione, le cose continueranno ad andare relativamente male. Per trovare “i colpevoli” bisogna, come spessissimo, solo guardare allo specchio.

Di Peter Ferri

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