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Shireen Abu Aqleh

Un amico comune, nel 2016, a Gerusalemme, ci fece conoscere. Mi chiese se volevamo appartarci. Ci recammo in un caffé ristorante su una terrazza. Eravamo solo Shireen e io. Due donne. Due reporters. Ma Shireen decisamente più esposta di me. Io mi trovavo a Gerusalemme, prima di andare ad Amman e a Petra per un reportage culturale. Senza sfondo politico. Almeno in questa occasione.

Dalla terrazza, sorseggiando una menta con il limone, Shireen mi chiese, se fossi interessata ad andare con die colleghi in un posto di confine, dal quale, in tutta sicurezza, mi avrebbe mostrato gli accampamenti palestinesi. Due giorni dopo, ci andammo.

La guerra è dappertutto un orrore e rappresenta la decadenza dell’uomo evoluto. Cerco di mettere in risalto questa situazione, perchè trovo un ennesimo calpestare i diritti umani di ognuno di noi, conferendo solamente agli ucraini quell’aiuto umanitario e quant’altro che dovrebbe essere prestato a tutti i civili in un paese in guerra. Ma di fatto non lo è.

Le condizioni in cui Shireen face a i suoi reportages comportavano un alto rischio. Si è costantemente nel mirino di qualcuno, quando da giornalisti si diventa portavoce e avvocati in prima fila per denunciare con l’accurata cronaca dei fatti delle ingiustizie.

Il suo nome oggi fa il giro del web: Shireen Abu Aqleh.

Dopo la notizia dell’agguato su di lei, avvenuto l’11 maggio scorso, il mondo del giornalismo, e non solo, è sconvolto da questa perdita.

Nessuno se lo aspettava. Dicono…

A dare la notizia della morte della collega è stato il Ministero della salute palestinese, dopo aver spiegato che la reporter si trovava in Cisgiordania per lavoro. Collaborava con Al Jazeera, la nota rete televisiva satellitare con sede in Qatar. Era la "voce" dei palestinesi dal 1997.

Shireen Abu Aqleh aveva 51 anni. É rimasta uccisa dopo essere stata colpita da spari alla testa nel corso di scontri fra miliziani palestinesi ed esercito israeliano nel campo profughi di Jenin in Cisgiordania. Con lei c’erano altri tre colleghi, tutti con elmetto, giubotto antiproiettile e pettorina di riconoscimento, con sopra PRESS…!

Appena la notizia si è sparsa, amici e colleghi hanno cominciato a radunarsi fuori dalla sua abitazione a Beit Hanina a Gerusalemme. Qui era nata. In Giordania si era laureata in giornalismo e nel 1997 aveva cominciato a lavorare per al-Jazeera, la prima all news araba costituita l’anno prima, e per l’emittente qatariota copriva da reporter i territori palestinesi occupati.

Con Shireen si trovava anche un altro giornalisti, che lavora presso il noto quotidiano Al-Quds, avente oggi la sua sede principale a Gerusalemme. Lui sembra aver assistito alla tragica scena e alla morte della giornalista. Al momento si trova in osservazione medica e le sue condizioni sarebbero stabili.

Secondo la rete televisiva Al Jazeera, la loro giornalista sarebbe stata uccisa mentre si trovava nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, per un servizio. I responsabili sarebbero le forze israeliane, che la avrebbero freddata «a sangue freddo». L’emittente lancia pesantissime accuse: «La nostra giornalista è stata colpita deliberatamente». E poi l’appello: «Chiediamo alla comunità internazionale di condannare e ritenere responsabili le forze di occupazione israeliane per aver deliberatamente preso di mira e ucciso la nostra collega Shireen Abu Aqleh».

Resto sconcertata da quanto accaduto. Ma freno il mio vocabolario colorito sull’aggressione sui civili dei soldati israeliani durante il corteo funebre, facendo cadere la bara in cui giaceva Shireen.

Riposa in pace, coraggiosa Shireen. La tua voce è stata messa a tacere per sempre.

In tuo onore, altre seguiranno il tuo esempio, raccogliendo il testimone che tu involontariamente hai lasciato.

Di  Graziella Putrino

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