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Un requiem per la globalizzazione!

Panta rei 

Si dice che la fortuna non bussi mai due volte. Bah, in certi casi è anche un bene! Infatti c’è una corrente di sociologi che giudica il globalismo una fortuna per aver ridotto negli ultimi decenni il livello della povertà e della fame nel mondo. Concetto, per altro verso, contestatissimo da diversi illustri economisti di sinistra con in testa Thomas Piketty, secondo i quali gli ultimi tre decenni sono da considerarsi un periodo nefasto in cui, tra l’altro, s’è visto un aumento considerevole delle disuguaglianze sociali al vertice di una spirale di negatività.

Comunque sia, non entriamo adesso nel merito della questione già più volte trattata, ma se il globalismo viene definito una fortuna, tombola! Esso, una volta compiuto il suo ciclo, scomparirà per sempre e non busserà due volte alla porta del mondo, anche perché, riportandoci al noto pensiero filosofico eracliteo, panta rei (tutto scorre, tutto muta).

A questo punto è lecito ritenere che lo sganciamento (decoupling) totale dell’Europa e dell’Occidente dalla Russia, a causa della guerra in Ucraina, possa decretare la fine e quindi il non ritorno del questionato dono della dea bendata: il globalismo.

Requiem di un sistema

Ci troviamo di fronte a un casus belli all´incontrario: è la guerra, in questa circostanza, che determina l’evento (il fallimento della globalizzazione) e non viceversa! Assistiamo pertanto al requiem di un fortunoso processo economico e di un esiziale programma di capitalismo industriale, entrambi destinati a rappresentare gli ultimi addenda ai libri sulla storia dell’economia.

D’altro canto non v’è chi non veda come l'aggressione dell’Ucraina da parte della Federazione russa così come le conseguenti sanzioni e contro-sanzioni abbiano messo in liquidazione l’oramai crepuscolare stagione della globalizzazione.

Difatti i governi, in particolare quelli europei, sono stati costretti ad aprire di botto gli occhi assopiti nel conformismo globalizzato e mettere a fuoco quei problemi che fino a poco tempo addietro venivano coperti dall’andazzo quotidiano di una vita standardizzata dal comodismo, dal cooperativismo, dal pacifismo e dallo pseudo socialiberalismo.

Fino ad ora le maggiori preoccupazioni nell’UE erano costituite dalla ripresa economica nel rispetto dell’ambiente e dalla lotta alla povertà, mentre quelle di minor conto riguardavano le stravaganze di Bruxelles e cioè a dire: l’autorizzazione ad immettere sul mercato gli insetti ad uso alimentare; la proposta di annacquare il vino per abbassarne la gradazione alcolica; l’approvazione delle patatine fritte classificate come salutari; la bocciatura del parmigiano reggiano bollato come dannoso per la salute; e… altre menate del genere.

Ad ogni buon conto, bisogna convenire che a queste ultime stramberie, con tanta pazienza, dal momento che la pazienza è la chiave del paradiso e l’Italia è un Paese di santi, e con una buona dose di spirito umoristico, ci eravamo quasi abituati. E forse non per niente qualche agenzia turistica definisce Bruxelles” passionale, stravagante, discreta e naif “. Beh, tutto ha un senso, no? Solo che adesso bisogna tornare ad essere seri: la musica è cambiata! Con l’invasione russa dell’Ucraina nell’aria c’è tensione, preoccupazione, incertezza e risuonano gli echi della guerra fredda. Si rende dunque necessario, per come diremo più avanti, correre ai ripari!

Sull’oligarchia

Come si sa, con la globalizzazione si è creato da alcuni decenni a questa parte un sistema economico iperlucrativo per i padroni della finanza mondiale. Questi dettano le regole dei mercati globali agli oligarchi di turno che, beneficiando di una parte della 'pirateria finanziaria', esercitano un ruolo di significativa influenza sulla politica dei propri governi.

Ad esempio, gli oligarchi russi, recentemente assurti agli onori delle cronache a causa delle sanzioni nei loro riguardi, cosa rappresenterebbero se non le creature dell’oligopolio che ha preso il controllo della neonata Federazione Russa dopo la caduta del muro di Berlino?

L’oligarchia in realtà altro non è che una degenerazione dell’aristocrazia ovvero il governo dei migliori che si trasforma nel governo di pochi ricchi privilegiati. Costoro, da che mondo è mondo e sotto diverse sembianze, hanno sempre gestito la res publica da dietro le quinte. Nel tempo, tra le varie denominazioni, l’oligarca ha assunto puranco quella di 'magnate' (der. di magnus «grande») ovvero persona di grande potere economico, grande industriale, e, guarda caso, detto termine si presta a rappresentare una figura pseudoetimologica altamente allusiva, se letta come imperativo seconda persona plurale del verbo 'magnare'.

Comunque, facezie a parte, il sociologo Roberto Michels dottamente disquisisce: «il formarsi dell’oligarchia in seno a molteplici forme di democrazia è un fenomeno organico e perciò una tendenza a cui soggiace necessariamente ogni organizzazione, anche socialista, perfino quella libertaria».

 

Sulla deglobalizzazione

Ebbene, ritornando alla guerra in Ucraina va notato come essa abbia finalmente ricordato ai governanti che l’economia mondiale, a causa della globalizzazione, si regge su una lunga catena e che quando un anello della stessa cede si finisce in un crogiolo di guai. All’atto pratico ne consegue che beni e servizi essenziali per la nazione non possono essere lasciati al caso e cioè non ci possiamo permettere che una materia prima, indispensabile alla sicurezza nazionale, sia prodotta e messa in commercio all’estero.

E sia pure concessa la produzione di ombrelli, scolapasta, porta scopini e cianfrusaglie varie in terre esotiche, ma per i prodotti e servizi usati nelle strutture e infrastrutture di interesse nazionale, né pensare: troppo rischioso!

A che serve, perbacco, essere la culla della civiltà, paladini dell’accoglienza, sede della difesa dei diritti umani (Consiglio d’Europa), della FAO, della Corte penale internazionale, dell’Alleanza Atlantica e di tantissime altre belle cose se poi ci si deve far impaurire dal satrapo di turno che, se contrariato, minaccia il taglio alle forniture di gas o addirittura le nostre vite con armi da guerre stellari?

La domanda è legittima, ma come correre ai ripari? Il buon senso suggerisce che i prossimi passi per la sopravvivenza dell’Europa debbano essere rivolti alla graduale autonomia per dipendere il meno possibile da fonti esterne.

L’UE è stata compatta nell´imporre le sanzioni alla Russia, sia ora compatta nel processo della progressiva deglobalizzazione. La crisi pandemica e la guerra in Ucraina hanno mostrato, soprattutto ai politici occidentali, che l’autosufficienza nazionale non è la risposta ottimale: la cooperazione tra alleati ha avuto la meglio. A prova di ciò resta il fatto che i vaccini, ad esempio, non avrebbero mai potuto essere creati autonomamente e da un unico paese.

Allo stato delle cose, dunque, con il pianeta diviso in due blocchi (Occidentale con USA in testa e Orientale con a capo Cina e Russia) sarebbe auspicabile per un futuro migliore un accordo di libero scambio tra USA, Europa e i fedeli alleati dei valori occidentali.

Invero su detta strategia gli USA nicchiano per motivi geoeconomici e geopolitici, ma di fronte alla minaccia da Est non resta loro niuna alternativa: l’Occidente intero deve allearsi economicamente e politicamente per non essere intimidito o peggio ancora fagocitato dai giganti asiatici. È chiaro che l’Europa per qualche decennio ancora non sarà totalmente autosufficiente, ma cooperando con gli attuali partner occidentali potrà sopravvivere e prosperare. E chissà poi che un domani non riesca a inverarsi nell’autosufficienza! Un’autosufficienza che sia davvero l’obiettivo primario per il Vecchio Continente perché esperienza insegna che anche i matrimoni sia pure i più solidi e felici possono sempre sfociare in separazioni e divorzi.

A questo punto suona la campanella e finisce la ricreazione. Suvvia, dunque, al lavoro amata Europa se vuoi uscire dall’impasse in cui ti sei infilata e metterti in condizione di far sbollire gli ardenti mali spiriti di qualche strampalato neoimperialista fuori stagione!

Giuseppe Arnò

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