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Immigrazione italiana 1991-2000

01.Una nuova era

L’immigrazione italiana in Svizzera durante il decennio 1991-2000 ha sviluppato tutti i principali segni del cambiamento avviato nel ventennio precedente. La trasformazione non si concluderà tuttavia nel periodo considerato, ma durerà ancora qualche anno prima di entrare definitivamente nel regime della libera circolazione da tempo auspicato da molti immigrati. Si tratta di un decennio importante perché ha visto trasformarsi non solo l’immigrazione italiana, ma pure la Svizzera che, entrando nell’ottavo secolo della sua storia, ha deciso di aprirsi maggiormente all’Europa e al mondo. Anche la politica immigratoria è entrata in una nuova era e un segnale molto significativo l’ha dato la modifica della legge sulla cittadinanza (entrata in vigore il 1° gennaio 1992) che ha consentito a molti giovani di naturalizzarsi e di conservare al tempo stesso la cittadinanza originaria. Moltissimi italiani ne hanno approfittato.

1991: 700° della Confederazione e apertura all’Europa

Nel 1991, celebrando i suoi 700 anni di esistenza, la Confederazione ha avuto l’opportunità di ripensare il proprio passato dalle origini mitiche al presente non troppo rassicurante (lieve recessione in corso, forte rincaro e leggero calo del prodotto interno lordo), ma anche di scrutare il futuro in una visione che sembrava avvicinarla molto al resto del mondo e specialmente all’Europa («L’Europa è una parte di noi stessi, e noi siamo parte di essa. Così è sempre stato. Così sarà sempre», Flavio Cotti, 7.9.1991). L’Europa sarà il nuovo orizzonte anche della politica immigratoria federale.

In alcune celebrazioni è stato riconosciuto anche il contributo importante degli immigrati italiani sia nell’ampia cornice dei rapporti italo-svizzeri che nella prospettiva dei futuri rapporti tra la Svizzera e l’Europa. Alcune considerazioni al riguardo sono state espresse dall’allora Presidente della Confederazione Flavio Cotti e dal Presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga nella prefazione a un libro commemorativo sul 700° offerto alla Svizzera dal governo italiano.

Interventi di Cotti e Cossiga

Il Presidente della Confederazione Flavio Cotti sottolineava in particolare l’«amicizia sincera e profonda che unisce – sulla scorta della prossimità geografica e di antichissime relazioni storiche e culturali – il popolo italiano con quello svizzero» augurandosi che «l’amicizia fra Italia e Svizzera possa ulteriormente fiorire e svilupparsi in un quadro europeo di pace e di prosperità».

Il Presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga considerava invece «la storia della Svizzera e le sue relazioni con l’Italia come tappe di un cammino che non sarà privo di asperità, ma che tutti i popoli europei si accingono ad imboccare insieme in vista della realizzazione di un’integrazione sempre più pronunciata, per l’edificazione di un’Europa più unita, più libera, fiorente e progredita». In questo cammino, egli vedeva la presenza della collettività italiana, che si stava integrando armoniosamente nella società elvetica, quale anticipatrice di un processo analogo a quello che dovrà condurre «alla nuova coesione fra le genti europee».

Il nuovo quadro di riferimento dell’immigrazione italiana in Svizzera sarà in effetti sempre più l’Europa e il processo d’integrazione europea condizionerà, lentamente come tutti i processi di cambiamento in questo Paese, anche l’integrazione della «collettività italiana». Questa espressione sarà d’ora in poi quella più giusta per segnalare la trasformazione in atto e in parte già avvenuta degli italiani residenti sempre più stabilmente in Svizzera.

Politica immigratoria di fronte a nuove sfide

I problemi politici che poneva la questione degli stranieri in Svizzera all’inizio degli anni Novanta erano notevoli. In un Rapporto del Consiglio federale sulla politica in materia di stranieri e di rifugiati del 15 maggio 1991 venivano così riassunti:

«La politica svizzera in materia di stranieri deve far fronte a un numero rilevante di sfide. Il mercato del lavoro è ancora sempre prosciugato, e si fa più forte la richiesta d'ammissione di altri stranieri. Lo statuto dello stagionale è contestato. Gli si rimprovera di essere inumano e di promuovere il deperimento occulto della capacità concorrenziale dell'economia svizzera. Lo sviluppo demografico futuro è infausto. Anche gli effettivi degli stranieri crescono rapidamente. A livello mondiale s'infittiscono i movimenti migratori. Dall'Europa centrale e orientale, apertesi al mondo occidentale, sorgono nuove sfide. Sottostanno a nuovi indirizzi anche l'attitudine migratoria degli stranieri che vivono in Svizzera e le possibilità migratone all'interno dell' Europa occidentale. Il numero degli stranieri originari dei Paesi membri della Comunità Europea (CE) diminuisce in percento da ormai 20 anni, il che lascia intendere che scema l'attrattività dei posti di lavoro in Svizzera. Permane tuttora rilevante la quota degli stranieri residenti in Svizzera che rientrano nel Paese d'origine».

Per il Consiglio federale una sfida importante era costituita dalla crescente attuazione del mercato interno della CE, che poneva la Svizzera di fronte alla necessità di modificare la sua politica in materia di stranieri perché quella seguita sino ad allora non era più compatibile con il diritto comunitario. In particolare avrebbe dovuto affrontare la questione della «libera circolazione», reclamata per altro da tempo dall’immigrazione italiana.

Alcune di queste sfide avrebbero riguardato anche gli italiani residenti in Svizzera sia di prima che di seconda generazione, ma a beneficiarne sarebbero stati soprattutto i secondi. Specialmente la prospettiva della libera circolazione, ormai una condizione acquisita nella CE, avrebbe infatti garantito maggiori possibilità d’integrazione scolastica, professionale e sociale e migliori condizioni generali, certamente non inferiori a quelle garantite da altri Paesi. Qualsiasi cambiamento avrebbe interessato sempre meno gli italiani vicini al pensionamento o già decisi a rientrare in Italia in tempi brevi.

La popolazione italiana diminuisce…

Il censimento federale della popolazione del 1990 aveva attestato che la popolazione residente straniera era nuovamente in crescita, ma non quella italiana, ancora in diminuzione nonostante risultasse ancora il gruppo straniero più consistente (30,8%). Il numero degli italiani era sceso in dieci anni da 420.700 a 381.493 persone.

Poiché a rientrare in Italia erano stati soprattutto gli adulti in età vicina alla pensione, si potrebbe pensare che la popolazione italiana restante risultasse più giovane. Si nota invece una progressiva diminuzione della popolazione giovane. Se infatti nel 1980 la fascia d’età da 0 (zero) a 29 anni costituiva il 46,6 per cento degli italiani, nel 1990 non costituiva che il 42,4 per cento e nel 2000 scendeva addirittura al 32,2 per cento.

In realtà, la diminuzione era dovuta a diversi fattori, che verranno analizzati in altra occasione, ma si può già anticipare ch’essa denota un progressivo adeguamento del tasso di natalità degli italiani a quello degli svizzeri e, in generale, ad una trasformazione della struttura demografica della popolazione italiana residente.

e si trasforma

Osservando la popolazione italiana per fasce d’età si nota anche la tendenza alla prevalenza della seconda generazione e specialmente dei nati in Svizzera. Nel 1990, su 383.204 italiani censiti, il 33,6 per cento era nato in Svizzera e nel 2000 la percentuale salirà al 37,1 per cento. Sono particolarmente significativi i dati sul luogo di nascita dei giovani nella fascia d’età dai 15 ai 29 anni. Se nel 1990 gli appartenenti alla seconda generazione nati in Svizzera costituivano circa il 63 per cento dei 15-29enni (poco più di 100.000 persone) e solo il 37 per cento risultava nato all’estero (Italia), nel 2000 la tendenza sarà abbondantemente confermata perché i giovani nati in Svizzera costituiranno oltre il 70 per cento dei poco meno di 60.000 15-29enni e meno del 30 per cento quelli nati all’estero (Italia).

Un’altra conseguenza della diminuzione e della trasformazione dell’immigrazione dall’Italia è stata nel decennio in esame la riduzione della proporzione di italofoni, scesa dal 9,3 all’8 per cento. In cifre assolute il numero degli italofoni (italiani e svizzeri) è sceso da 376.426 (1980) a 282.389. Poiché il numero degli svizzeri italofoni risultava abbastanza stabile, il calo di oltre 94.037 persone è imputabile soprattutto alla componente italiana. Non è dipeso tuttavia solo dal saldo migratorio negativo (a causa del maggior numero di italiani rientrati in Italia rispetto ai nuovi arrivati), ma anche dall’incremento delle naturalizzazioni e dall’intensificarsi dell’integrazione della seconda generazione. In entrambi i casi, la tendenza a considerare il tedesco o il francese come lingua materna risultava sempre più diffusa anche tra i titolari della sola cittadinanza italiana. La salvaguardia dell’italianità diventerà per gli italiani, ma anche per molti svizzeri, una sfida importante da non perdere.

Giovanni Longu

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