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Verso una globalizzazione selettiva

Purtroppo, il  mondo è cambiato nuovamente in peggio. Nuovamente perché due anni di isteria da virus avevano già indebolito le istituzioni democratiche e l'integrazione planetaria, anche chiamata globalizzazione. E ora una guerra malsana, decisa da un solo individuo, un dittatore senza scrupoli, rischia di dividere il mondo in due blocchi: "noi" da una parte, "loro dall'altra. Loro sarebbero Cina e Russia (escludo Paesi insignificanti come la Corea del Nord e il Venezuela dal calcolo). Una nuova Cortina di Ferro, insomma. Non penso che succederà, ma il rischio, ahinoi, sussiste. Per capire cosa succederà, è bene cominciare col capire cosa sta già succedendo: le sanzioni economiche imposte dall’Occidente alla Russia stanno funzionando? È la pressante domanda che l’Occidente e, soprattutto, l’Ucraina si pongono in questo momento. La risposta è “dipende” da che cosa si intende per “funzionare” e in particolare da quale scenario alternativo si ha in mente. Se per "funzionare" si intende costringere l’armata russa a fare dietrofront, chiaramente le sanzioni non stanno funzionando. Se invece si intende aumentare il costo, non solo economico, per Mosca della sua operazione militare speciale, allora le sanzioni funzionano eccome.

Se la guerra è il proseguimento della politica con altri mezzi, anche le sanzioni lo sono, ma con ulteriori mezzi. Dalla fine della seconda guerra mondiale, l’Occidente ha fatto un uso crescente delle sanzioni, talvolta a sostegno ma molto più spesso in sostituzione dell’azione militare. Perché? Certo, gli orrori delle due guerre mondiali, largamente fratricide per quella che ora è l’Unione europea, hanno insegnato qualcosa su quello che l’azione militare può davvero ottenere e soprattutto sui suoi tragici costi. Ma c’è qualcos’altro e questo qualcos’altro si chiama globalizzazione.Il crescente uso delle sanzioni al posto della guerra coincide temporalmente con quella che viene chiamata la “seconda ondata” della globalizzazione. La “prima ondata”, sviluppatasi a cavallo dell’inizio del Novecento, si infrange contro il primo conflitto mondiale. La seconda comincia a salire e gonfiarsi dopo il secondo conflitto mondiale, per poi incurvarsi in tutta la sua potenza alla fine del secolo scorso. In quegli anni l’importanza degli scambi internazionali di merci e capitali per l’economia mondiale raggiunge e supera per la prima volta quella avuta durante la prima ondata. Questo avviene straordinariamente soprattutto in ambito finanziario.  È la seconda ondata che le sanzioni cavalcano per soppiantare l’azione militare come strumento di coercizione di stati sovrani non allineati agli interessi e ai valori occidentali. L’integrazione di un paese negli scambi internazionali è, infatti, ciò che lo rende più vulnerabile a questo tipo di intervento. Le sanzioni rendono difficile e, in alcuni casi, impossibile l’interazione del paese sanzionato con chi lo sanziona. Un Paese che già interagisce poco non ha molto da temere, a meno che quel poco non sia vitale. Viceversa, maggiore è la sua interazione, più dirompente è l’impatto delle sanzioni. In tal senso, la globalizzazione aumenta la potenza di fuoco delle sanzioni. Le sanzioni hanno però due limiti principali, uno più ovvio e uno meno ovvio. Il primo è che sono un’arma a doppio taglio: danneggiano necessariamente anche chi le impone.

La ragione è che le sanzioni indeboliscono o recidono legami d’affari tra sanzionato e sanzionatore: se esistono, è perché sono nell’interesse di entrambe le parti. L’Unione europea ha forti legami con la Russia in vari ambiti, tra cui quello energetico, perché ritenuti convenienti. Farne a meno richiede di perseguire vie alternative, che, se erano già perseguibili prima, non possono che essere meno convenienti e, se non lo erano, richiedono una costosa esplorazione. Circa il 40 per cento del petrolio e del gas europei viene importato dalla Russia e la Germania è uno degli stati dell’Ue più dipendenti. Bruxelles sta intensificando gli sforzi per diversificare rapidamente il suo paniere di fornitori di energia e si rivolge ad altri esportatori di gas come Stati Uniti, Norvegia, Qatar, Azerbaigian, Algeria, Egitto, Turchia, Giappone e Corea del Sud. Se non l’ha fatto prima, è perché, giustamente, riteneva queste opzioni meno convenienti. Il secondo limite delle sanzioni è che più vengono usate, più perdono di efficacia. Come i batteri si adattano a resistere a un farmaco antibiotico mediante modifiche del proprio patrimonio genetico, così i paesi si adattano a resistere alle sanzioni mediante modifiche delle loro relazioni economiche. In questo caso l’adattamento richiede una riduzione delle interazioni con paesi anche solo potenzialmente ostili a vantaggio di paesi più affini. È quanto cerca di fare la Russia, corteggiando per esempio la Cina alla luce di comuni sentimenti anti-americani. Ancora più che per l’Europa, per la Russia le alternative disponibili per il momento non sono granché. Aspettiamoci mesi, se non anni, in cui gli sforzi di molti stati saranno improntati alla creazione di alternative migliori per sottrarsi a ricatti economici reciproci. L’esito più probabile non sarà tanto la deglobalizzazione temuta o auspicata da molti commentatori, quanto una “riglobalizzazione selettiva”, una riconfigurazione cioè dell’economia globale per gruppi integrati di paesi affini, coalizioni in competizione tra loro per l’egemonia economica, politica e culturale. Ciò detto, nonostante la riconfigurazione in atto NON porterà a due blocchi definiti e separati. Per esempio, l'Occidente continuerà ad avere enormi scambi commerciali e culturali con la Cina, la quale non è la Russia; preferisce arricchirsi piuttosto che rischiare tutto per un effimero e anacronistico desiderio di malsano imperialismo.

Pietro Ferri

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