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Immigrazione italiana 1970-1990

75. Considerazioni finali ( Prima parte)

Il ventennio dell’immigrazione italiana in Svizzera 1970-1990 è uno dei più importanti della storia dell'emigrazione italiana del secolo scorso. In quei vent’anni, infatti, la collettività italiana ha conosciuto una radicale trasformazione. Per osservarne i risultati più significativi si dovranno attendere i decenni successivi, ma le premesse sono state poste nel periodo in esame. Il 1970 rappresenta simbolicamente l’anno della svolta (in seguito alla bocciatura dell'iniziativa antistranieri promossa da Schwarzenbach, sebbene non sia stata determinante) perché ha visto l’avvio dei principali cambiamenti del ventennio considerato. In questo e nel prossimo articolo si cercherà di evidenziarne alcuni, ritenuti particolarmente rilevanti per meglio comprendere il periodo 1990-2000, che si comincerà a esaminare prossimamente.

I protagonisti del ventennio

Chi ha seguito la lunga trattazione del periodo in esame avrà sicuramente notato che i cambiamenti intervenuti nella collettività italiana in Svizzera hanno richiesto tempi lunghi. Tuttavia, l’avvenuta trasformazione non può essere considerata il risultato naturale di inevitabili mutamenti operati dal tempo e dal susseguirsi di varie ondate immigratorie.

Osservati attentamente, non si può nemmeno ritenere che i grandi cambiamenti siano il frutto di un’accurata politica immigratoria del Consiglio federale o di una scelta precisa degli italiani residenti in questo Paese o, ancor meno, il risultato di un’intensa azione del governo italiano sul quello svizzero e sugli emigrati italiani dei primi decenni del secondo dopoguerra.

La trasformazione radicale che ha investito la collettività italiana residente in Svizzera nel ventennio 1970-1990 fu dovuta, infatti, alla convergenza di forze eterogene di varia intensità, sotto la guida di un Consiglio federale chiaro negli intenti e fortemente impegnato nel perseguirli e con l’adesione sempre più convinta degli italiani coinvolti.

Oltre al Consiglio federale, protagonista indiscusso della nuova politica immigratoria avviata negli anni Settanta, bisogna pertanto riconoscere anche la notevole capacità di adattamento dimostrata dai numerosi immigrati italiani che, dopo la crisi economica della metà degli anni Settanta e nonostante innumerevoli difficoltà specialmente psicologiche, scelsero l'opzione di restare in Svizzera (mentre decine di migliaia decidevano di rientrare in patria) e in certa misura di integrarsi, se non altro per dare maggiori garanzie per il futuro ai propri figli (seconda generazione). Senza questa massiccia adesione, avvenuta sia pure in tempi lunghi, quasi certamente la collettività italiana sarebbe oggi meno consistente e meno influente.

Tra le forze importanti intervenute nel cambiamento non possono essere dimenticate, tuttavia, le spinte dell’economia alla razionalizzazione delle risorse e all’ammodernamento dei sistemi produttivi, la forte pressione esercitata sul Consiglio federale e sull’opinione pubblica dai movimenti xenofobi sempre più ostili a una presunta politica immigratoria fuori controllo e le insistenti richieste delle parti sociali (imprenditori e sindacati) a introdurre nella politica verso gli stranieri importanti correttivi.

Contribuirono, inoltre, soprattutto per umanizzare la trasformazione e in generale per rendere più accettabili i cambiamenti agli stranieri, gli ambienti politici specialmente di sinistra sia svizzeri che italiani, le rappresentanze diplomatiche e consolari, l’associazionismo e altre forze intermedie.

Riorientamento della politica immigratoria

L’iniziativa antistranieri di Schwarzenbach, respinta di stretta misura dal voto popolare del 7 giugno 1970, a parte l’aspetto disumano della richiesta che conteneva, sollevava un problema reale: un’immigrazione senza controllo era pericolosa perché rischiava di inasprire i rapporti sociali tra svizzeri e stranieri e poteva creare forme di dipendenza dalla manodopera straniera in alcuni rami economici. Andava perciò corretta.

Il Consiglio federale, come si è visto più volte, intervenne prontamente, ma non sugli arrivi, come volevano gli ambienti xenofobi, bensì sui residenti, proponendo un riorientamento della politica federale verso gli stranieri e adottando misure che nel breve e medio periodo avrebbero dovuto sedare i malumori serpeggianti nell’opinione pubblica, dare certezze all’economia e ai sindacati e dare fiducia agli immigrati.

Le parole d’ordine divennero «stabilizzare» e «integrare», lasciando intendere che favorendo la stabilizzazione il numero degli immigrati temporanei si sarebbe automaticamente ridotto e gli stranieri rimasti, integrandosi, avrebbero avuto molte più possibilità di raggiungere socialmente, professionalmente ed economicamente gli stessi livelli degli svizzeri.

Chi pensasse che il compito del Consiglio federale sia stato facile ignora le difficoltà che dovette affrontare in questo campo fin dalla seconda metà degli anni Sessanta. Basti pensare che tradizionalmente il governo svizzero non prendeva mai iniziative importanti di gestione e di controllo in campo economico (specialmente nel mercato del lavoro), non interveniva se non in casi eccezionali nella politica dei Cantoni verso gli stranieri, non aveva mai voluto prendere atto che la Svizzera diventava sempre più un Paese d’immigrazione, che gli immigrati tendevano a stabilizzarsi e reclamavano perciò nuovi diritti riguardanti, la sicurezza sociale, il ricongiungimento familiare, la scolarizzazione della seconda generazione, l’accesso alle abitazioni a pigioni moderate, ecc.

Coinvolgimento degli immigrati

Non va nemmeno dimenticato che anche nel campo degli immigrati le difficoltà da superare erano tante, perché bisognava liberarsi da numerosi e talvolta radicati pregiudizi, occorreva rendersi conto che certi traguardi si raggiungono a fatica e che quella richiesta agli immigrati poteva essere anche maggiore qualora si dovessero colmare lacune scolastiche, carenze linguistiche, impreparazione professionale e svantaggi simili. Per integrarsi o fare anche solo qualche passo in quella direzione occorreva molta motivazione, ma non era facile pretenderla e nemmeno suggerirla a chi svolgeva lavori faticosi, faceva magari volentieri gli straordinari, aveva una famiglia da mantenere e un grande sogno da realizzare, quello di farsi un gruzzolo, tornare al proprio paese, costruire la casa e sistemare i figli.

Eppure si sa che, nel piano del Consiglio federale, ma anche negli auspici delle autorità italiane e nella logica degli eventi non c’erano alternative: per riuscire bisognava integrarsi, ossia mettersi in condizione di poter cogliere le stesse opportunità degli svizzeri. Per chiunque non abbia conosciuto da vicino il mondo dell’immigrazione italiana negli anni Settanta e Ottanta può risultare difficile anche solo immaginare le rinunce, i sacrifici, gli sforzi che comportava l’integrazione agli immigrati italiani del dopoguerra, specialmente ai meridionali, soprattutto se mancava (sovente) la prospettiva di restare a lungo in questo Paese.

Per rendersi maggiormente conto delle difficoltà incontrate da moltissimi italiani nel processo d’integrazione, va ricordato che allora c’erano anche meno incentivi di oggi. L’iniziativa individuale era sostenuta quasi esclusivamente dalle famiglie. Il governo italiano garantiva il rispetto dei diritti fondamentali e degli accordi bilaterali, organizzava corsi di lingua e cultura italiane per i bambini in età scolastica, contribuiva a sostenere finanziariamente alcune attività di formazione professionale, ma non allestiva corsi conformi ai regolamenti svizzeri, non organizzava corsi di tedesco o di francese finalizzati all’integrazione, non stimolava l’integrazione. Per le grandi associazioni degli italiani, non solo il tema della naturalizzazione era una sorta di tabù (cfr. articolo precedente), ma anche quello dell’integrazione.

Fortunatamente, dagli anni Settanta, una grande motivazione ad integrarsi è giunta dall’avanzata in larga misura imprevista della seconda generazione, sempre più numerosa e sempre più esigente. Per molti italiani divenne indispensabile poter comunicare con gli svizzeri, con le maestre d’asilo, con gli insegnanti, con le autorità, con le istituzioni senza dover sempre ricorrere a intermediari. Tanti cercarono d’imparare il tedesco o il francese, alcuni tentando l’apprendimento autonomo, altri frequentando corsi organizzati da istituzioni o da privati. La consapevolezza che senza un minimo di conoscenza della lingua del posto non sarebbe stato possibile alcun avvicinamento tra stranieri e svizzeri era molto diffusa.

Alcuni si spinsero anche oltre la conoscenza minimale della lingua locale e decisero di elevare il proprio livello culturale e professionale, frequentando veri e propri corsi di formazione professionale coerenti con le esigenze regolamentari svizzere. Molti vi riuscirono e a loro andrebbe riconosciuta una buona dose di eroismo, perché dovettero superare enormi difficoltà di apprendimento, sacrificare tre o più anni del loro tempo libero per frequentare una scuola serale (come per esempio il CISAP), studiare a casa, esercitarsi il più possibile nel mestiere scelto con l’obiettivo preciso di riuscire, farsi apprezzare sul lavoro per le competenze acquisite, acquistare una n uova dignità ed essere di esempio ai figli. (Segue)

Giovanni Longu

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