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Intervista a Salvatore Buttitta, presidente Comites Basilea

Cosa l'ha spinta a candidarsi a presidente del Comites?

Sono sempre stato sensibile alle tematiche sociali e al mondo dell’associazionismo italiano all’estero. Ho ricevuto molto da quando sono arrivato in Svizzera e desidero restituire qualcosa alla comunità italiana che mi ha accolto. Voglio contribuire, mettendo a disposizione le mie competenze e le mie idee, al sostegno della collettività italiana. Sono convinto che fuori l’Italia ci sia un’altra Italia che merita attenzione, ascolto e rispetto; un’altra Italia che desidera fare sentire la sua voce. Un’altra Italia spesso dimenticata. L’italiano all’estero è spesso considerato solamente come una persona che fugge dall’Italia per fare fortuna fuori, e pertanto non più indispensabile al sistema Paese; se invece cambiassimo prospettiva ci renderemmo conto che l’italiano all’estero non è altro che una risorsa da impiegare in termini di Soft Power. Sono consapevole che non posso stravolgere un sistema ossidato e bloccato ma farò quanto mi è possibile per rimettere in moto la struttura e sostenere i bisogni della comunità italiana all’estero.

Cosa ne pensa della scarsa partecipazione al voto da parte dei connazionali? Da cosa dipende secondo lei?

È stato deludente vedere quei numeri in Svizzera non abbiamo neppure superato il 2% a fronte di una comunità in continua crescita. Al di là di ogni speculazione sul modello di voto, sul quale preferisco non esprimermi. La scarsa partecipazione trova la sua ragion d’essere in diversi fattori che si intersecano fra loro. La scarsa attenzione della politica agli italiani all’estero che li ha allontanati dalle istituzioni italiane; la mancanza di una comunicazione efficace ed efficiente da parte delle istituzioni italiane all’estero e dei Comites; e infine, la scarsa valorizzazione dei Comites che spesso non esprimo tutto il loro potenziale relegando sé stessi a ruolo di organizzatori di eventi culturali. Per carità, cosa nobile ed importante, ma credo che i Comites abbiano anche altre funzioni. Sono convinto siano degli strumenti utili per fare rete. Un ponte tra l’Italia e gli italiani all’estero, indispensabili per mettere insieme le varie anime dell’emigrazione italiana e valorizzare le esperienze degli italiani all’estero. Sono uno strumento d’azione a sostegno della collettività, di difesa dei diritti e di raccolta delle necessità sia della vecchia che della nuova emigrazione. Sono una fucina dove raccogliere idee e affinarle per poi trasformale in azioni concrete a favore degli italiani all’estero.

Quali sono i problemi attinenti alla comunità che ritiene essere i più urgenti da affrontare?

 

Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di quella che molti definiscono nuova mobilità. Giovani e meno giovani, qualificati, professionisti ma anche italiani non qualificati professionalmente, che lasciano l’Italia in cerca di fortuna o di nuove esperienze lavorative all’estero. I bisogni di coloro che lasciano l’Italia per trasferirsi in Svizzera sono gli stessi di sempre. Chi arriva in Svizzera deve affrontare le difficoltà dell’inserimento in nuovo paese, le problematiche riguardanti il lavoro, l’alloggio, il vitto, l’apprendimento della lingua, gli adempimenti burocratici e la ricerca di riferimenti sociali. Il Comites, in collaborazione con le istituzioni elvetiche, deve essere un punto di riferimento, fornire supporto e orientamento. Stiamo lavorando in collaborazione con enti d’integrazione elvetiche per fornire consulenza e formazione ai nuovi arrivati ed a quanti lo desiderano. Oltre a quanto detto, vi è la necessità di rendere più accessibili ed efficienti i servizi consolari per i nostri connazionali. Il Comites di Basilea ha attivato una commissione ad hoc e ci faremo portavoce per chiedere il miglioramento dei servizi consolari.

Pensa di poter collaborare fattivamente con le autorità consolari nella ricerca di soluzioni ai problemi che sollevano gli italiani nella sua circoscrizione?

La nostra volontà e il nostro impegno ci sono, e per quanto riguarda la nostra circoscrizione, anche il Consolato ha dato piena disponibilità e collaborazione. Il nostro consolato soffre di una mancanza di personale che, a fronte di una comunità di 108 mila connazionali, è diminuito invece che aumentare. Le ragioni sembrano essere molteplici e di questo sarà nostra cura discuterne direttamente con il Consolato, per capire quali possano essere le vie migliori per trovare una soluzione. Sarà allora nostro impegno portare all’attenzione degli organismi italiani preposti l’importante insufficienza del personale consolare messo a disposizione di noi tutti che rende inevitabilmente il problema del disservizio automatico e non migliorabile. Da parte nostra abbiamo dal 9 marzo riattivato uno sportello informativo che, avvalendosi della collaborazione attiva del consolato, affiancherà e sosterrà i nostri connazionali nella gestione di alcuni bisogni e nell’accesso ad alcuni servizi sul portale online del nostro consolato.

 

Negli ultimi due anni la pandemia ha rallentato significativamente tutte le attività legate ai Comites ed alle associazioni. In prospettiva, quali sono i progetti che il Comites di Basilea vorrebbe attuare a breve per il rilancio delle attività?

Una delle prime cose che vogliamo fare è incontrare i rappresentati del mondo dell’associazionismo italiano della nostra circoscrizione. Credo che per ripartire sia necessario il confronto con coloro che vivono a pieno contatto con la comunità e che ne sono l’espressione più bella. La mia visione è quella di un Comites aperto all’ascolto e al confronto, che sia connesso pianamente con i connazionali e che collabori in piena sintonia con il mondo dell’associazionismo. Vogliamo supportare le associazioni, creare rete e nuove collaborazioni, intraprendere percorsi di formazione e valorizzare la memoria storica della nostra emigrazione italiana in Svizzera.

Visto che si è parlato a lungo del fatto che i Comites fossero poco conosciuti, quali potrebbero essere le vie per promuoverli?

Come tutte le istituzioni i Comites devono imparare a comunicare. Comunicare significa mettere in comune, pertanto la comunicazione è anche un’espressione sociale, mettere un valore al servizio di qualcuno; non basta pronunciare, scrivere o disegnare per comunicare; la comunicazione avviene quando arriva, quando l’espressione è compresa e diventa patrimonio comune per la costruzione di una discussione, di un sapere, di una cultura. Spesso confondiamo la comunicazione con il “fare rumore” ma le nostre azioni parlano di più delle nostre parole. Il Comites deve stare tra la gente, lavorare con i connazionali, sporcarsi le mani tra le associazioni, deve saper ascoltare e comunicare le proprie azioni; questa è la migliore promozione possibile.

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