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Immigrazione italiana 1970-1990

73. Seconda generazione: perché naturalizzarsi?! (seconda parte)

Alla domanda che figura nel titolo si è in parte già risposto nel precedente articolo, nel quale si è pure accennato alle difficoltà di considerare la naturalizzazione un’opzione praticabile almeno per la seconda generazione. Rientra nell’ottica di questi articoli cercare di spiegare perché le naturalizzazioni degli italiani nel periodo considerato (1970-1990) sono state relativamente poche (poco più di 65.500 su circa 230.000 naturalizzazioni complessive) e quali erano le maggiori difficoltà che incontravano i richiedenti la cittadinanza svizzera.

Prendere e lasciare

Una delle ragioni per cui tra il 1970 e il 1990 sono stati relativamente pochi gli italiani di prima e seconda generazione che hanno chiesto e ottenuto la naturalizzazione era dovuta al principio di unicità della nazionalità, per cui se uno straniero voleva diventare svizzero doveva rinunciare alla cittadinanza di origine. La legge prescriveva infatti che «chiunque vuole farsi naturalizzare deve astenersi da qualsiasi passo inteso a conservare la sua cittadinanza. La rinuncia alla cittadinanza straniera deve essere pretesa… » (art. 17).

Soprattutto negli anni Settanta erano tuttavia pochi gli immigrati italiani disposti a rinunciare alla cittadinanza italiana, se non in casi particolari dov’era in gioco una promozione nella professione, un nuovo incarico, la possibilità di un avanzamento nella carriera. Una tale rinuncia appariva perciò a molti adulti incomprensibile e ingiustificata. Talvolta poneva anche seri problemi di ordine morale, perché appariva come un misconoscimento delle proprie origini, un tradimento del proprio Paese, l’abbandono di una cultura superiore per una cultura inferiore (in questi termini erano spesso viste le culture italiana e svizzera), un rinnegamento dell’ambiente in cui si era vissuti fino ad allora, una svendita della propria nazionalità.

Se per un adulto era comunque legittimo chiedersi per quale ragione dovesse rinunciare alla cittadinanza italiana, nel caso di un giovane i dubbi erano soprattutto di carattere psicologico, perché la naturalizzazione poteva sembrare una sorta di allontanamento dal gruppo sociale di appartenenza dei genitori, una possibile fonte di conflitti familiari, un cambiamento forzato del modo di pensare, una scelta di campo che, in qualche ambiente, avrebbe potuto essere considerata una slealtà, un’ingratitudine, un tradimento. E poi il dubbio restava: rappresentava davvero un vantaggio la sostituzione della cittadinanza italiana con quella svizzera?

Percorso a ostacoli

Un’altra difficoltà di fronte alla quale molti italiani si arrendevano prima ancora di presentare la domanda di naturalizzazione era costituita dalla procedura, lunga, complicata (a causa della cittadinanza svizzera a più livelli), esigente e costosa. Essa mirava all’accertamento dell’idoneità dello straniero a diventare svizzero, ossia se il richiedente si fosse «adattato in modo decisivo alle condizioni svizzere», fosse «completamente assimilato», «se il suo genere di vita, il suo carattere, la sua stessa personalità» permettessero di «presumere che diventerà certamente un ottimo svizzero, meritevole della piena fiducia» e «degno di tale favore».

In base alla legge in vigore sulla cittadinanza del 1951, non bastava che lo straniero richiedente la naturalizzazione avesse risieduto almeno dodici anni in Svizzera (i minorenni molto meno), un esame accurato doveva appurarne «l'idoneità alla naturalizzazione» in modo da «dare un quadro per quanto possibile completo della personalità del richiedente e dei membri della sua famiglia» (art. 14). I «fabbricatori di svizzeri», gli Schweizermacher del film di Rolf Lyssy (1978) avevano un bel da fare negli anni Settanta, ma anche dopo.

Alle difficoltà di natura ideale o psicologica per i richiedenti la nazionalità svizzera, per molti immigrati si aggiungevano anche difficoltà di ordine pratico dovute alla lunghezza delle procedure e non da ultimo alle tasse connesse, basate spesso sul reddito e il patrimonio del candidato. Solo quando il rapporto costi-benefici risultava nettamente vantaggioso molti stranieri si sottoponevano alle procedure e ai costi della naturalizzazione.

Disorientamento tra gli italiani

Bisogna anche aggiungere che l’atteggiamento critico degli italiani, già tradizionalmente sfavorevoli alla naturalizzazione, negli anni Settanta e Ottanta si era accentuato a causa del clima generale negativo che dominava i rapporti tra italiani e svizzeri a causa della xenofobia, dei divieti, delle restrizioni, delle presunte discriminazioni nei confronti degli stranieri, della penalizzazione in materia scolastica della seconda generazione, dell’incertezza del futuro, ecc.

In generale, in quel periodo, gli italiani della prima generazione non vedevano di buon occhio nemmeno la naturalizzazione dei giovani della seconda generazione. Le maggiori associazioni e lo stesso Comitato Nazionale d’Intesa (CNI) erano stati concepiti come associazioni di italiani in funzione di supporto per la tutela dei loro diritti, il disbrigo delle pratiche burocratiche e l’organizzazione del tempo libero… fino al loro rientro in patria all’età.

In alcuni ambienti si era persino diffuso il sospetto che gli stranieri fossero discriminati già nella scuola dell’obbligo per assicurare anche in futuro all’economia svizzera la disponibilità di «manovali» in sostituzione dei partenti. Emblematico al riguardo un volantino delle Colonie Libere Italiane di Zurigo del 1973 con cui s’invitavano a una serata informativa i genitori italiani di un quartiere e su cui campeggiata la scritta: «I nostri figli, una nuova generazione di manovali?».

Per le grandi associazioni degli italiani il tema della naturalizzazione era una sorta di tabù. Durante il Convegno di Lucerna nel 1970 nessuno sollevò la questione benché si sapesse che i giovani di seconda generazione erano in forte crescita. All’ordine del giorno delle assemblee sociali, figuravano solitamente temi interni all’associazione, questioni riguardanti il lavoro, la sicurezza sociale, le pensioni, i corsi di lingua e cultura, i servizi consolari, il voto all’estero, ecc. La naturalizzazione non compariva mai, l’integrazione raramente.

Approccio svizzero

Anche tra gli svizzeri il tema della naturalizzazione non era molto discusso, sebbene fosse spesso presente nell’agenda politica del Consiglio federale, favorevole a «facilitare la naturalizzazione degli stranieri residenti e nati in Svizzera». Il tema però era molto controverso. Le posizioni tra coloro che vedevano nella naturalizzazione il punto di arrivo di un processo integrativo riuscito e coloro che la consideravano un mezzo efficace per incoraggiare l’integrazione erano troppo distanti. Per molti svizzeri, inoltre, la cittadinanza svizzera non andava affatto «facilitata» e il passaporto svizzero non andava «svenduto».

Questo spiega perché nel periodo in esame tutti i tentativi del Consiglio federale sulla naturalizzazione agevolata (ossia meno burocratica di quella ordinaria) degli stranieri sono naufragati, salvo nei confronti dei figli di madre svizzera. Nel 1952, infatti, essa fu consentita ai figli di madre svizzera sposata a uno straniero, «a condizione tuttavia che la madre [fosse] nata svizzera e che i figli [fossero] vissuti durante almeno dieci anni nella Svizzera».

La naturalizzazione agevolata per i figli di madre svizzera venne ancora migliorata nel 1976 («i figli di madre svizzera e di padre straniero uniti in matrimonio acquistano dalla nascita la cittadinanza svizzera se la madre è svizzera d'origine e i genitori sono domiciliati in Svizzera al momento della nascita») e superata definitivamente nel 1978 con l’entrata in vigore del nuovo diritto di filiazione, secondo cui il figlio di una svizzera e di un padre straniero acquista la cittadinanza della madre alla nascita. Per i figli di genitori entrambi stranieri, invece, la naturalizzazione agevolata non è mai riuscita a superare lo scoglio del voto popolare.

Politica d’integrazione ragionata

Piuttosto che insistere sull’opportunità della naturalizzazione agevolata per i figli degli stranieri, dagli anni Settanta il Consiglio federale ha preferito percorrere la più promettente strada della loro integrazione linguistica, scolastica, professionale. E’ stata certamente una scelta ragionata, ma probabilmente ha tolto vigore alle rivendicazioni sulla naturalizzazione agevolata dei figli e dei nipoti degli immigrati del dopoguerra, benché restasse sempre possibile anche per loro l’acquisizione della cittadinanza svizzera per via «ordinaria».

La conquista della naturalizzazione agevolata era solo rimandata, ma intanto, con la possibilità di conservare la precedente cittadinanza (dal 1° gennaio 1992), agli stranieri in possesso dei requisiti previsti dalla legge si apriranno, pure con la naturalizzazione ordinaria, nuove opportunità d’integrazione completa anche nel sistema politico svizzero. Gli italiani saranno i più numerosi ad approfittarne.

Giovanni Longu

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