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Leonora, addio…

(ai miei figli, Katia, Livio e Fabio)

Care lettrici e cari lettori,

É proprio una bella notizia che il Festival di Berlino si farà in presenza. Sì, è una bella sfida ai virus che ci perseguitano. È il cinema che combatte e Berlino è un Festival che non si scoraggia e cerca sempre il nuovo del cinema nel mondo. Buona fortuna allora al Direttore Carlo Chatrian e ai suoi collaboratori. E a tutti noi!”.

Queste parole di Paolo Taviani accompagnavano il suo film “Leonora Addio” alla 72esima Berlinale (10-20 febbraio 2022). Unico film italiano in Concorso.

A dieci anni dall’ultimo Orso d’oro e senza il fratello Vittorio, scomparso quattro anni fa, Paolo Taviani torna alla Berlinale e si mette in gioco.

Il film parla di Pirandello e a Pirandello, almeno nella sua composizione somiglia, nel senso che sfonda, con insistente dolcezza, nostalgia e malinconia la parete dei significati apparentemente univoci.

Il film si apre con un filmato d’archivio di Pirandello che riceve il Premio Nobel nel 1934, e la voce fuori campo ci riferisce le parole che il geniale e sensibile drammaturgo scrisse all’epoca: „Non mi sono mai sentito così triste e solo… “.

Questa complessità rimanda all’idea che ci sono molteplici scenari possibili per la vita di ogni persona, ed è con questo concetto che Taviani si trasforma in jongleur, superando sé stesso come regista. Ricorda. Elabora. Regala generosamente ai posteri le riflessioni oggettive e soggettive. E ci concede libertà di interpretazione.

Girato in bianco e nero, come l’intero primo segmento, un vecchio uomo è sdraiato sul letto di morte su quello che sembra un palcoscenico, con pareti bianche e pochissimi mobili. I suoi figli entrano, e quando raggiungono il letto sono invecchiati.

L’effimero della vita è un altro motivo che percorre il film.

Poi inizia la prima parte, che racconta il viaggio che le ceneri di Pirandello dovettero compiere affinché il suo ultimo desiderio – essere disperso in mare vicino alla sua città natale di Agrigento, in Sicilia – si realizzasse.

Quando morì nel 1936, Mussolini non poté resistere a fargli un grande funerale fascista. Dieci anni dopo – il passare del tempo è raffigurato tramite cinegiornali e spezzoni di film italiani del dopoguerra, in particolare Paisà di Rossellini – un consigliere agrigentino, Fabrizio Ferracane, arriva a Roma per riportare le ceneri al loro posto.

Taviani utilizza questa storia come un microcosmo della società italiana dell’epoca – o meglio, dei ricordi e del vissuto che lui ne ha. La popolazione ha un rapporto complesso con l’esercito americano di occupazione, i profughi viaggiano da una parte all’altra del Paese, sotto il peso della povertà e delle malattie, e la Chiesa è in uno stato di confusione. E anche la gente.

Una sequenza ambientata su un treno merci che il consigliere comunale deve prendere dopo che il suo volo è stato cancellato, a causa della superstizione sia del gruppo di passeggeri che dello stesso pilota, è un modo ideale per Taviani di catapultarci in quei tempi, e anche un’opportunità per i direttori della fotografia Paolo Carnera e Simone Zampagni di creare una vera magia cinematografica con giochi di luci e ombre.

Quando le ceneri vengono sparse in mare, l’immagine lentamente si colora nei toni della seppia.

Il secondo segmento è un adattamento dell’ultimo racconto di Pirandello, Il chiodo, basato su un articolo di giornale su un ragazzo italiano che aveva ucciso una ragazza a Brooklyn. Combinandolo con un altro estratto da un vecchio film italiano, Taviani ci invia un messaggio sulla vita che passa.

Leonora Addio -ci accorgiamo a mano a mano- è un film adatto al crepuscolo del percorso cinematografico di un maestro. La prima parte, con il suo affetto per la sua gente e la nostalgia per la sua giovinezza, sembra più uno di quei classici film italiani che un’opera moderna.

Un paio di tocchi di umorismo assurdo sono un cenno alla poetica stessa di Pirandello, che trattava anche dell’effimero dell’esistenza umana. Il secondo segmento è un cortometraggio di stampo classico in cui la colonna sonora di Nicola Piovani con archi e voci femminili veicola una gravità particolare.

Taviani, non a caso, nel suo continuo intrecciare di materiali di repertorio, immagini provenienti da una cinematografia passata eppure così fortemente radicata - caposaldi del neorealismo come Paisà di Rossellini o Il bandito di Lattuada, passando poi per L’avventura di Antonioni, Estate violenta di Zurlini e il pirandelliano Kaos dei fratelli Taviani stessi-, rielabora in due episodi distinti la vita con il suo dopo.

Con l‘opera di Pirandello, il regista, 90enne, ragiona con sguardo libero sul senso della fine, sul “dolce della gloria” e sull’amaro “di quanto sia costata”, sulle nostre radici, su quello che rimane di un uomo, di un grande artista, una volta che non ci sarà più.

Non mi sono mai sentito tanto solo… Il dolce della gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata”. Non solo a Pirandello. Anche a Paolo Taviani senza il fratello.

Il film, girato in Sicilia e negli studi di Cinecittà, è interpretato da Fabrizio Ferracane, Matteo Pittiruti, Dania Marino, Dora Becker e Claudio Bigagli.

Leonora Addio” è una produzione Stemal Entertainment con Rai Cinema – prodotto da Donatella Palermo – in associazione con Luce Cinecittà, in associazione con Cinemaundici, realizzato con il sostegno della Regione Siciliana – Assessorato Turismo Sport e Spettacolo – Sicilia Film Commission con il contributo del MIC – DG Cinema e Audiovisivo.

Regia, soggetto e sceneggiatura sono di Paolo Taviani, montaggio di Roberto Perpignani, musiche di Nicola Piovani (edizioni musicali Ala Bianca Publishing), costumi di Lina Nerli Taviani, scenografia di Emita Frigato, fotografia di Paolo Carnera e Simone Zampagni. Casting curato da Simona Barbagallo, Maurilio Mangano e Stefania Rodà.

Leonora Addio” è uscito in sala il 17 febbraio, subito dopo l‘avvenuta presentazione in Concorso al Festival di Berlino, distribuito da 01 Distribution.

Che resta di Luigi Pirandello?

Moltissimo. E Paolo Taviani ce lo ricorda sequenza dopo sequenza. Taviani traduce in maniera audace questo lascito eterno, attraverso un riuscito doppio film che si alimenta di continue suggestioni, letterarie, storiche, cinematografiche, finendo per fondere – come sintetizza il regista stesso – “la verità della cronaca con un’altra verità, quella del film”.

Tutto questo senza rifugiarsi in alcun modo nel facile didascalismo, disdegnando le scorciatoie dell’ovvio, rielaborando i “fatti” attraverso la poesia e la prosa del cinema.

La morte di Pirandello, aggiungerei la morte in generale, viene trattata da Taviani con un’ironia a tratti tagliente e spietata. Non sfugge certo la battuta sul Nobel pronunciata poco dopo la morte del grande autore: “Ah, dimenticavo, ha pure vinto il Nobel!” viene aggiunto come un ultimo sberleffo, che sembra rimarcare l’insignificanza e la transitorietà degli onori ricevuti in vita.

Leonora addio di Paolo Taviani ha ricevuto il premio Fipresci della critica internazionale a Berlino. La giuria della Fédération Internationale de la Presse Cinématographique per il concorso della 72ª Berlinale, composta da René Marx, Anna Maria Pasetti e Hsin Wang, ha assegnato il premio a Paolo Taviani con la seguente motivazione:

«Guidato dallo spirito libero del genio di Pirandello, il regista mescola poesia, malinconia, ma anche ironia, fantasia e letizia per raccontarci i misteri della vita, della morte e della memoria».

Ricordiamoci di amare, di rispettare finchè siamo in vita…e di tenere con amore viva la memoria di chi lascia questo mondo: è questo il nobile messaggio di Leonora, addio…

Graziella Putrino

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