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Immigrazione italiana 1970-1990

71. Seconda generazione: problemi d’identità

Dagli articoli precedenti emerge chiaramente, fra l’altro, che il processo d’integrazione della seconda generazione è stato lungo e lento. Qua e là si è anche accennato ad alcune cause (lentezza dei processi legislativi e incertezza sugli obiettivi, inadeguatezza di alcune strutture pubbliche, biografie scolastiche complicate di molti bambini, debolezza del supporto familiare, ecc.), ma non ci si è ancora soffermati sufficientemente su quelle che probabilmente sono state le cause principali, ossia i problemi d’identità e le difficoltà legate al tema della naturalizzazione. Se ne parla in questo e nel prossimo articolo.

Problemi psicologici

Nel periodo in esame (1970-1990), ma già negli ultimi anni Sessanta, ha pesato enormemente sul processo d’integrazione dei bambini italiani (seconda generazione) la sottovalutazione vistosa e irrispettosa, da parte soprattutto dei movimenti xenofobi, del contributo degli immigrati italiani (prima generazione) all’economia svizzera. Senza contare il grande tributo di sangue delle vittime del lavoro non solo a Mattmark e Robiei.

Non li potevano lasciare indifferenti le molteplici forme di disprezzo nei loro confronti, dagli epiteti alle generiche accuse di pericolosità, perché «diversi», perché troppo vivaci e un po’ esagerati in tutto, o perché portavano sovente in tasca un coltello (del resto non diversamente da gran parte degli svizzeri), ecc. Comprensibilissimo che molti italiani provassero un profondo sentimento di frustrazione e di sfiducia, pur sapendo che il loro lavoro era apprezzato dalla maggior parte dei datori di lavoro e dalle stesse autorità.

Su molti immigrati italiani (ma evidentemente non solo italiani) pesava anche il lungo percorso ad ostacoli che avevano dovuto compiere per conquistarsi il permesso di dimora (annuale) o di domicilio (in grado di garantire loro una certa tranquillità contro i rischi legati alla precarietà dei permessi stagionale e annuale). Infatti, se per i primi arrivati (lombardi, piemontesi, friulani, ecc.) quel percorso non dev’essere stato difficile, perché generalmente ben preparati e accettati, per gli immigrati meridionali, sempre più numerosi dalla fine degli anni Cinquanta, è stato certamente ben più arduo perché meno preparati e male accolti da un numero crescente di xenofobi.

Come potevano molti meridionali dimenticare i mesi di attesa prima di poter riabbracciare la famiglia rimasta in Italia, se erano stati stagionali, e anche dopo da «annuali» se dovevano aspettare almeno 18 mesi per far venire in Svizzera l’intera famiglia? E come potevano non accorgersi che il sistema immigratorio svizzero era stato organizzato in funzione dell’economia e non consentiva, se non dopo aver superato innumerevoli ostacoli, che gli immigrati e le loro famiglie si stabilizzassero e potessero finalmente godere un po’di tranquillità e un po’ di quel benessere ch’essi contribuivano ad alimentare?

Difficoltà scolastiche

A questo punto è facile capire che la forte pressione psicologica subita dagli adulti non poteva non avere ripercussioni sui figli (seconda generazione), nati e cresciuti in Svizzera o giunti qui in età prescolare. Pur non essendo ancora in grado di svolgere ragionamenti compiuti, come potevano questi bambini giustificare le privazioni, le sofferenze, le umiliazioni sopportate per anni dai genitori Gastarbeiter (anche se non potevano ancora conoscere pienamente il significato del termine)?

Benché percepissero, come tutti i bambini, che i genitori sono disposti a sacrificarsi per il bene della famiglia, era inevitabile che sorgessero in loro, magari in maniera inconscia, interrogativi critici sull’emigrazione/immigrazione, sulle istituzioni, sulla Svizzera, ossia sul Paese che imparavano a conoscere e che diventa «patria» solo quando lo si comincia ad amare. Di fatto si apriva in loro un conflitto di difficile soluzione tra una patria, in gran parte sconosciuta o conosciuta poco (durante le vacanze), e una possibile patria che aveva procurato o ancora procurava tanta sofferenza ai loro genitori? E quali strumenti di analisi e di giudizio potevano avere i bambini della seconda generazione in quella situazione così conflittuale?

Come se tutto ciò non bastasse a complicare la vita e le prospettive di questi figli, in molti di loro si aggiungeva una complicata esperienza scolastica. La scuola, nel periodo in esame, era al centro di molte attenzioni perché a detta di tutti (dalle autorità competenti svizzere alle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane, ma anche dalle organizzazioni degli italiani in Svizzera) rappresentava la soluzione per il futuro della seconda generazione.

In effetti, dall’entrata in vigore (22 aprile 1965) dell’accordo italo-svizzero del 1964, l’inserimento scolastico dei figli degli immigrati italiani divenne più facile e sembrò accontentare tutti: le autorità svizzere perché potevano dimostrare di aver accolto le richieste italiane espresse durante il negoziato, le autorità italiane perché erano previste nel programma scolastico lezioni di lingua e cultura italiane, i genitori perché qualora avessero deciso di rientrare i bambini non avrebbero perduto il contatto con l’insegnamento della scuola italiana e se fossero rimasti in Svizzera avrebbero uguagliato i coetanei svizzeri.

Tuttavia la realtà si rivelò presto ben più complessa e meno confortante perché, soprattutto i genitori di questi bambini non si rendevano conto di quanto fosse esigente e selettiva la scuola svizzera, di quanta competenza linguistica avessero bisogno i bambini venuti dall’Italia in età scolastica grazie ai ricongiungimenti familiari, di quanto sostegno familiare competente avessero bisogno i bambini stranieri.

Purtroppo molte soluzioni non furono prese sempre nell’interesse dei bambini, soprattutto quelle che spezzarono in alcuni casi più volte il ciclo scolastico (scuola parte in Svizzera, parte in Italia e poi nuovamente in Svizzera), ma anche la frequentazione di scuole italiane per bambini che sarebbero poi rimasti definitivamente in questo Paese. In molti casi pesò sul loro futuro anche l’incertezza di numerosi genitori se rientrare o restare in Svizzera.

Nemmeno alcune soluzioni del sistema scolastico svizzero furono prese sempre o non completamente nell’interesse dei bambini stranieri, soprattutto quando venivano destinati alle «classi speciali» perché non riuscivano a seguire l’insegnamento regolare, ma senza prendersi cura di colmare le loro lacune e recuperare efficacemente i loro ritardi.

Verso un’identità diversa, italo-svizzera

Si può dunque ben comprendere che una tale situazione abbia avuto in molti ragazzi italiani ripercussioni evidenti sulle prestazioni scolastiche, sull’impiego del tempo libero, sui rapporti sociali, sull’integrazione, ma anche sul senso d’identità. Non si sentivano pienamente né italiani né svizzeri e non trovavano nel loro ambiente validi aiuti per trovare un giusto equilibrio. Per molti osservatori (forse un po’ superficiali!) erano la generazione «né carne né pesce», la cosiddetta «Weder-noch-Generation».

Oggi si sta più attenti nell’uso di simili classificazioni, anche perché possono creare problemi enormi riguardo alla doppia nazionalità e ai binazionali, sempre più numerosi in Svizzera. Il tema meriterebbe senz’altro un serio approfondimento, ma già ora ritengo che si debba abbandonare la logica dualistica dell’appartenenza nazionale secondo cui, nel caso specifico, si può assumere una sola identità, quella italiana o quella svizzera, ma non entrambe.

Credo che una delle cause importanti della lunga durata del processo integrativo di molti italiani nel periodo in esame (1970-1990) sia stata l’incapacità molto estesa di concepire e di valorizzare una diversa identità, né solo italiana né solo svizzera, ma italo-svizzera. Voler assegnare a tutti i costi a ogni persona di seconda o terza generazione la prima o la seconda identità rappresenta una forzatura perché in tal modo viene negata l’una o l’altra componente dell’autentica identità che contraddistingue ogni individuo con origini migratorie, che ha raggiunto il traguardo di un percorso d’integrazione ben riuscito, dunque un valore.

Questa nuova identità italo-svizzera andrebbe forse ancor meglio studiata e analizzata perché corrisponde, fra l’altro, a una realtà sempre più diffusa in Svizzera, riguardante ormai circa il 40% della popolazione. Essa andrebbe anche presa maggiormente in considerazione dagli ambienti istituzionalmente italiani e istituzionalmente svizzeri, perché essa rappresenta, rispetto alle tradizionali definizioni di identità nazionali, non una diminuzione, una contaminazione o un ibrido debole, ma un arricchimento persino in un Paese tradizionalmente multilingue e multiculturale.

Giovanni Longu

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