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“Sette vistini “

Care lettrici, cari lettori,

sette sottane, traduzione dal siciliano…

La scena resta la sua. I proiettori illuminano l’eterna attrice, donna e l’emozione del dramma e della comicità al femminile del cinema:

Monica Vitti.

L’ultima apparizione pubblica di Monica Vitti risale pertanto al 2002, quando presenziò alla prima italiana di “Notre-Dame de Paris”.

Monica Vitti, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli, è nata a Roma il 3 novembre 1931. Pochi sanno, però, che l’attrice è cresciuta in Sicilia prima della guerra per il lavoro del padre come ispettore al commercio.

C’è stato un forte legame tra Monica Vitti e Messina, dove visse per otto anni. Suo padre si trasferì nella città dello Stretto insieme a tutta la sua famiglia. Lì prese il soprannome di sette vistini che l’ha accompagnata per tutta la vita. Questo perché si vestiva a strati, essendo freddolosa, ma anche per la sua capacità di cambiarsi in fretta e furia.

A consigliarle di cambiare il nome di battesimo in Monica Vitti, fu Sergio Tofano (attore, regista, fumettista e illustratore, morto nel 1973 a Roma), subito dopo essersi diplomata all’Accademia d’arte drammatica di Roma. Sceglie un cognome che le ricorda la madre amatissima (Adele Vittiglia) e un nome che le “suona bene” e non va ancora di moda.

Fu Mario Monicelli, su proposta del produttore Fausto Saraceni, a metterne in risalto la sorprendente verve di attrice comica, dirigendola nella commedia “La ragazza con la pistola” nel 1968. Nel film interpretava Assunta Patanè, una ragazza siciliana che insegue fino in Scozia l’uomo che l’ha “disonorata” (Carlo Giuffré) con l’intento di vendicarsi. Il film ebbe un grande successo e contribuì notevolmente a ridefinire la carriera dell’attrice romana, soprattutto agli occhi del pubblico. Quel personaggio siciliano, caratterizzato in modo eccellente, la rese ancora più celebre. D’altronde la Sicilia era in qualche modo nel suo DNA.

Ancora una ragazza alle prime armi la notò Michelangelo Antonioni, stregato da quella voce gutturale e unica che sentiamo anche in "I soliti ignoti" o "Accattone".

Il regista ferrarese fu subito deciso nel chiederle di doppiare Dorian Gray ne "Il grido" (1957). All’epoca Monica Vitti ha 19 anni, vuole fare l’attrice ma tanti le dicono che non è cosa per lei, la sua voce è troppo sgraziata. Sarà invece proprio la sua voce a farla scegliere come doppiatrice per Il Grido.

Quando in sala doppiaggio Antonioni la vede di spalle, ne resta incantato. "Hai una bella nuca, dovresti fare cinema" le dice.

Lei risponde con sagacia: "Sempre di spalle?“. Il resto è storia. Vitti diventa la musa di Antonioni. La loro storia, una passione intensa che le avrebbe cambiato la vita, cominciava poco dopo e avrebbe dato inizio a un sodalizio artistico che impresse una svolta nel cinema mondiale, da un film all’altro nel cuore degli anni ‘60.

Il grande lancio come attrice è opera di Antonioni con cui ebbe in seguito un lungo legame sentimentale. Il regista la volle come protagonista nella tetralogia cinematografica, lavorando cosi’ ne “L’avventura”, “La notte” e l‘”Eclisse”.

Dalla fine degli anni ‘60 la bionda icona della nuova femminilità si trasforma come una crisalide in farfalla e nel fiorire del suo talento c’è sicuramente la mano del direttore della fotografia che già l’aveva immortalata in "Deserto rosso“: Carlo Di Palma.

Il legame con quell’uomo dolce e silenzioso, tanto diverso da Antonioni, si tramuta in amore nel corso degli anni e ci mostra una donna che si è ormai emancipata, che sceglie e si apre alla vita col sorriso. Quella con Carlo Di Palma è una storia tutta "romana“: figlio di piazza di Spagna lui, figlia della Roma del dopoguerra lei.

I due attraversano gli anni ‘70 sotto braccio ed è Monica – che già mostrava uno straordinario talento nel far emergere le qualità degli altri – a spingerlo dietro la macchina da presa facendo del maestro delle luci anche un disinvolto regista, capace di assecondare al meglio in tre film la verve di una donna, della prima in questo campo, della sua compagna, sulla scena come nella vita privata.

Ed è ancora su un set, all’inizio degli anni ‘80, che Monica compie il suo capolavoro: in silenzio, senza proclami, abbatte un antico tabù italiano e mondiale: conosce un ragazzo, romano come lei, che si sta facendo strada nel cinema come fotografo di scena. Roberto Russo è poco più che trentenne quando fa a sua volta il grande passo debuttando come regista per un copione ideato e scritto a quattro mani con la diva ormai incontrastata di Cinecittà. Alla sceneggiatura collabora anche Silvia Napolitano e il film, "Flirt" (1983), vince il David di Donatello come miglior opera prima. Roberto Russo e Monica Vitti non si lasceranno più, nonostante la grande differenza d’età in cui la parte giovane della coppia è, per una volta, l’uomo.

La storia d’amore, coronata dal matrimonio il 28 settembre 2000 dopo 17 anni di fidanzamento, ha attraversato quasi 40 anni senza clamore, senza pettegolezzi, senza apparenti colpi di scena. E nel lungo periodo in cui Monica Vitti è scomparsa dalle scene, Roberto Russo le è sempre stato al fianco. Fino al 2 febbraio 2022.

Una storia d’amore fatta spesso di silenzi e di sguardi, ma tanto bella e intensa da sembrare una favola.

Anche questo è il regalo che oggi ci lascia l’antidiva per eccellenza: saper vivere senza ostentare. Saper amare senza far parlare di sé.

Vivere con Amore la propria favola…

Ci vuole un grande compagno per ottenere tutto questo. Si deve dire che il finale è degno della più bella delle commedie romantiche.

Monica Vitti ha vinto cinque David di Donatello, tre Nastri d’Argento, dodici Globi d’Oro, un Ciak d’Oro e un Orso d’Argento come miglior attrice a Berlino nel 1984 con il film "Flirt". Inoltre, le è stato assegnato il Leone d’Oro nel 1995 per celebrare la sua splendida carriera artistica cominciata nel 1954.

E, senza seguire un rigoroso ordine cronologico, Monica Vitti ci racconta la sua vita più autentica nella sua "involontaria biografia“ a formato di libro.

Molti gli episodi comici narrati con grande allegria. Ritroviamo nel libro la stessa Monica Vitti che conosciamo sullo schermo. Di più: ha reso pubblico il suo Amore per la Sicilia, battezzando uno dei suoi libri:

Sette sottane….

Monica Vitti, care lettrici e cari lettori, resta in tutto la metafora e il simbolo per eccellenza di

"sette vistini"

Graziella Putrino

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