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La ‘Ndrangheta in Svizzera

Almeno venti cellule localizzate in diversi cantoni

La questione della ’ndrangheta in Svizzera è stata troppo spesso considerata un tabù, eppure ci si convive da 40 anni. Invece di portarla al dibattito pubblico si è preferito considerarla "caso sporadico" e quindi: prudenza per non compromettere l’immagine. Sotto silenzio però non si può lasciare l'intervista a Rosa Cappa, avvocato di origine abruzzese, da anni residente a Lugano e interessata al fenomeno della criminalità famosa, apparsa sul quotidiano Blick il 9 gennaio 2022. Ad esso vanno aggiunti altri interventi di stampa e in particolare i reportage di Falò della TV svizzera italiana, come quello, e non solo, del 26.11.20. Premessa d’obbligo affrontando questo discorso è l’evitare la paranoia di stigmatizzare l’intera comunità calabrese e italiana in Svizzera, in massima parte onesta e professionalmente responsabile. Resta però necessaria l’informazione per rilevare la struttura, i pericoli, la logica, la finalità della più criminale cosca mafiosa italiana, allignata in tutti i continenti, soprattutto in Svizzera e Germania.

Secondo la Fedpol, polizia elvetica, sarebbero almeno venti le cellule andrine localizzate in diversi cantoni svizzeri, cui farebbero capo circa 400 persone e, di sostegno, innumerevoli affiliati, residenti in Svizzera con normale permesso di lavoro. Fra le tante razzie compiute (ricordiamo quella del 2014 a Frauenfeld in Turgovia, in cui una camera di sorveglianza nella sede della bocciofila di Wängi controllava una quindicina di attivisti intenti ad analizzare e aumentare i loschi affari), emblematica fu quella del 21.7.20 a Muri, nel Canton Argovia. Nell’operazione detta di “Imponimento,” condotta in forma congiunta da 700 forze dell’ordine italo-svizzere sono stati catturati 158 sospetti (75 accusati di gravi crimini), sequestrate armi, stupefacenti, droga, cocaina per un valore di 169 milioni di franchi.

A questo punto sorgono ovviamente i gravi interrogativi. Già nel 1990 il nostro giudice Falcone dichiarava che in Svizzera prima arrivano i soldi e poi ci arrivano i mafiosi. La stessa affermazione nel succitato Falò la ripeteva il procuratore federale antimafia D. Marty, il quale, però, aggiungeva che dove ci sono molti soldi non controllati la malavita prospera, la giustizia si fa più debole e allenta la morsa.

È indubbio che la ‘ndrangheta è una scuola, una religione, un seminario con i suoi dogmi e rituali di appartenenza. In genere i suoi membri crescono, già da bambini, nella famiglia, vengono indottrinati secondo propria morale e omertà, allenati a compiere azioni di microcriminalità, legati a giuramento, dopodiché vengono ufficialmente arruolati.

Altra modalità è quella di aggregare persone di fiducia sul posto, italiani ed in parte svizzeri. Anche se i soldi sono depositati nelle grandi città, i loro trafficanti preferiscono abitare in piccoli centri dove i rapporti umani sono più facili. Secondo l’intervista di Rosa Cappa, anche con lo strano titolo a tutta pagina: ”Attraverso la chiesa la mafia garantisce le sue interconnessioni”, si comprova che pure negli assembramenti religiosi, in occasione della messa, fuori di ogni sospetto, le 'ndrine concludono i loro affari. I missionari italiani del luogo interpellati non potevano non rispondere che si tratta di persone perbene, praticanti, fedeli alla chiesa. Nulla da eccepire, anche se una signora del giro risultava segretaria della parrocchia cattolica. Non si fanno notare per gesti eclatanti, come omicidi o regolamenti di conti. Se talvolta si verificò il caso, fur fatto passare come suicidio.

Sospetto sulla loro attività può nascere allorché un privato, di basso o medio stato sociale, improvvisamente acquista terreni, proprietà, immobili o altro. Le cellule talvolta vengono identificate quando si notano movimenti di auto di grossa cilindrata, come a Lugano dove, in una concessionaria, si operavano traffici di Lamborghini, o a Muri dove, nel parcheggio della pizzeria Bellavista, stazionavano Ferrari e auto di lusso. Lo stesso capobastone Bruno Anello teneva riservato il suo garage ed una camera al piano superiore per comparire e sparire a ritmo intermittente.

Si infiltrano dovunque per investire nella ristorazione, nell’alimentazione, nell’edilizia, riciclaggio di denaro. Trafficano con l’Italia ogni sorta di armi e stupefacenti, riescono ad affiliare svizzeri come nel caso dello usciere al comune di Lugano. Ed è una continua spola fra la Svizzera e Reggio Calabria, dove ricevono e si scambiano messaggi e codici segreti. È una rete perfetta, ramificata e radicata.

E qui l’ultima domanda di fondo: ma che cosa fa la Svizzera per contrastare questo fenomeno malavitoso? Poco, poche risorse a disposizione, poche unità di polizia addestrata, norme cantonali poco collaborative e soprattutto la mancanza di una legge federale ad hoc. La Polizia può intervenire solo nel caso di un reato effettivo e costatato, ma nulla può nei confronti di appartenenti di cui si dice ma contro cui non si prova con esattezza. Il fatto dei processati a Catanzaro, che una volta rilasciati ritornano in Svizzera e passeggiano da onorati cit-tadini lo dimostra. Solo con la collaborazione dell’Interpol i criminali possono venire rimpatriati verso la Calabria.

A quando una legge adeguata a protezione dell’onestà e degli onesti? Qui si tratta di suonare la carica. C’è da augurarsi una maggior presa di coscienza civica da parte svizzera e italiana. Un bel compito anche dei nuovi Comites, recentemente eletti, per una adeguata bonifica dalla ‘ndrangheta e dalla malavita organizzata in Svizzera.

Albino Michelin

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