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Immigrazione italiana 1970-1990

69. Riforme a metà: sì alla formazione professionale

Le profonde trasformazioni che negli anni Settanta interessavano l’economia e la società svizzere indussero le autorità federali a porre mano ad alcune riforme legislative che avrebbero potuto avere conseguenze rilevanti anche per gli immigrati. Una riguardava l’adeguamento della legge sulla formazione professionale del 1963, l’altra una nuova legge sugli stranieri in sostituzione della vecchia legge del 1931. Delle due solo la prima andò in porto, mentre la seconda fu affossata da un referendum. La riforma della formazione professionale stimolerà molti giovani italiani a seguire un apprendistato regolare, dando loro la possibilità di avvicinarsi sempre più al livello professionale e sociale degli svizzeri, la mancata adozione della legge sugli stranieri ritarderà di decenni l’entrata in vigore di una nuova legge. Poiché entrambe meritano un breve approfondimento, ad esse sono dedicati questo e il prossimo articolo.

Gli interessati alla riforma della formazione professionale

La nuova legge sulla formazione professionale, per sostituire quella del 1963 ritenuta non più adeguata, era reclamata a gran voce soprattutto dagli ambienti economici e sindacali. I primi volevano un ammodernamento dei programmi di formazione per consentire all’economia svizzera di restare competitiva a livello internazionale, i secondi ambivano ad elevare il livello formativo dei lavoratori e a superare il divario allora molto più accentuato di oggi tra studenti e apprendisti.

Senza cambiamenti importanti nella preparazione professionale dei futuri lavoratori, l’economia svizzera rischiava di non poter introdurre su larga scala nuovi macchinari e nuovi metodi di lavorazione, anche se in molte attività si continuava a preferire la manodopera a basso costo (costituita soprattutto da stranieri) piuttosto che investire nelle nuove tecnologie.

Senza cambiamenti radicali del sistema di formazione professionale, per i sindacati e gli ambienti politici della sinistra moderata la società rischiava di allargare il fossato culturale e sociale che tradizionalmente separava lavoratori e impiegati, «tute blu» e «colletti bianchi», chi doveva andare a lavorare subito dopo la scuola dell’obbligo e chi poteva proseguire gli studi a volontà.

Il bisogno di una formazione professionale moderna era fortemente sentito anche dagli stranieri, dagli italiani in particolare. Come è già stato ricordato più volte in altri articoli, gli immigrati italiani (prima generazione) erano costituiti per oltre il 75 per cento da persone non qualificate, ma si può ben ritenere che il cento per cento non volesse che la seconda generazione restasse nella stessa condizione. Oltretutto era risaputo, specialmente dopo la crisi della metà degli anni Settanta, che una solida formazione professionale rappresentava un’ottima prevenzione contro la disoccupazione. Del resto, man mano che la formazione professionale si diffondeva anche tra gli italiani (grazie agli enti come il CISAP, l’ENAIP, l'ECAP-CGIL e altri), si costatava che l’integrazione sul lavoro facilitava l’integrazione sociale.

Discussioni preliminari e rischi della riforma

Poiché la riforma avrebbe potuto trasformare non solo la formazione professionale, ma anche l’intera società, il dibattito parlamentare fu preceduto da studi, incontri, dibattiti, prese di posizione, che interessarono l’intera opinione pubblica svizzera, mettendo subito in evidenza alcune difficoltà non di poco conto per giungere a un buon risultato.

Sembrava soprattutto difficile conciliare le posizioni dei due principali interessati alla riforma, perché gli ambienti economici chiedevano un rafforzamento della formazione tecnico-pratica, mentre i sindacati e i partiti di centro-sinistra non volevano rinunciare a dare all’apprendistato anche una valenza culturale e sociale (fra l’altro importantissima per gli stranieri, bisognosi di stimoli per l’integrazione).

Le discussioni coinvolsero anche gli ambienti italiani perché all’inizio degli anni Settanta i giovani italiani che portavano a termine un apprendistato regolare erano meno del 4 per cento, quelli che seguivano una formazione presso gli enti italiani erano poche migliaia e bisognava fare in modo che tutti, dopo la scuola dell’obbligo, continuassero gli studi o seguissero una formazione professionale completa come i coetanei svizzeri. I dibattiti sulla riforma rappresentarono soprattutto per le grandi associazioni di italiani un’occasione straordinaria per organizzare sul tema studi, convegni, tavole rotonde, pubblicazioni specifiche e per sensibilizzare in particolare i giovani sulla necessità di seguire corsi completi di formazione.

Tra i gestori di enti italiani, sicuramente qualcuno sperava anche che la nuova legge contribuisse a valorizzare maggiormente quanto essi facevano per i connazionali e per l’economia svizzera, ma nessuno si faceva illusioni su possibili riconoscimenti delle attività svolte e meno ancora sul riconoscimento dei certificati finali rilasciati. Si sperava tuttavia in un maggiore sostegno morale e finanziario della Confederazione per il rilevante contributo che gli enti davano all’elevazione professionale, culturale e sociale di molti immigrati, a beneficio dell’economia e dell’intera società.

Il dibattito parlamentare

Il dibattito parlamentare fu lungo e intenso. Il disegno di legge in discussione (dal giugno 1977) era un compromesso tra un rapporto di una commissione ad hoc insediata nel 1969 e un progetto di legge elaborato dall’Unione Sindacale Svizzera (USS). Il rapporto degli esperti rispondeva soprattutto alle esigenze degli ambienti economici e proponeva fra l’altro una diversificazione dell’apprendistato, introducendo, per esempio un tirocinio di breve durata incentrato sulla pratica.

Il progetto dell’USS, invece, delineava una nuova concezione della formazione professionale, polivalente, che prevedeva fra l’altro una maggiore formazione culturale e sociale, la partecipazione degli apprendisti a tutti i livelli e un maggiore coinvolgimento dello Stato. Del progetto della commissione considerava molto pericolosa (anche nei confronti degli stranieri) soprattutto l’introduzione di un tirocinio ridotto incentrato sulla pratica.

La discussione parlamentare, come detto, fu lunga perché le posizioni erano distanti. La legge fu approvata nel gennaio del 1978 con grande soddisfazione degli ambienti padronali, dei partiti di destra e del Consiglio federale. Per l’USS era invece deludente (il sindacalista Ezio Canonica la definì «miserabile»), per cui decise di lanciare il referendum, sperando in una bocciatura popolare e nella possibilità di «una vera ed efficace riforma». Il referendum però non andò a buon fine e il 1° gennaio 1980 la nuova legge entrò in vigore. Non si trattava di una legge rivoluzionaria e dava la possibilità di ulteriori riforme e miglioramenti.

Gli stranieri tra i beneficiari della riforma

A beneficiare della riforma furono tutti i protagonisti. Anzitutto i datori di lavoro che potevano contare su un sistema di formazione professionale flessibile, in grado di recepire tutte le esigenze delle nuove tecnologie, ma anche aperto ai futuri sviluppi della tecnica e dell’economia. I rappresentanti sindacali e della sinistra politica, pur non essendo riusciti a bloccare la legge col referendum, potevano considerarsi moderatamente soddisfatti di essere riusciti comunque a rafforzare nell’insegnamento professionale la cultura generale e le competenze sociali. Gli stranieri, pur non ottenendo dalla legge benefici particolari, erano stati sensibilizzati dal dibattito a sfruttare maggiormente la formazione professionale come opportunità per entrare nella vita professionale con le stesse possibilità dei coetanei svizzeri.

Di fatto dagli anni Ottanta la partecipazione dei giovani stranieri alla formazione professionale svizzera aumentò velocemente, passando in pochi anni da 17.698 (nel 1977/78) a 28.793 (1985/86). Nello stesso periodo gli italiani passarono da 9408 a 15.299). In alcuni Cantoni e in alcune Città la progressione fu ancora maggiore. Per esempio, nel Cantone di Berna si passò da 520 apprendisti a 1103, e nella Città di Berna da 249 a 546.

Benché da un’analisi più attenta dei dati il quadro risulterebbe meno soddisfacente (per esempio, nel Cantone di Berna, dei 520 apprendisti italiani menzionati solo 183 seguivano un tirocinio di 4 anni) è innegabile dagli anni Ottanta la tendenza di quasi tutti i giovani italiani a seguire, dopo la scuola obbligatoria, una formazione di secondo grado superiore specialmente nella forma dell’apprendistato e per alcuni a proseguire gli studi di grado universitario.

I risultati più significativi arriveranno negli anni 2000. Il censimento federale della popolazione del 2000 accerterà infatti ben 14.918 italiani titolari di formazioni di grado universitario, ossia il 13,2 per cento della popolazione italiana residente stabilmente (nel 1970 era il 3,1%, nel 1980 il 2,9% e nel 1990 il 6,7%).

Giovanni Longu

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