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Immigrazione italiana 1970-1990

68. La seconda generazione e la scelta professionale (5)

La svolta registrata negli anni Settanta nella politica immigratoria federale non fu dovuta unicamente alla volontà delle autorità federali di dare risposte sostenibili alle richieste dell’economia (che chiedeva una maggiore certezza e stabilità riguardo alla presenza dei lavoratori stranieri), alla esigenze della società svizzera (che non voleva più essere strumentalizzata dai movimenti xenofobi) e nemmeno alle pressioni dell’Italia e poi anche di altri Paesi (che esigevano cambiamenti radicali nei confronti dei propri cittadini, soprattutto di quelli della seconda generazione), ma anche alle esigenze, alle proposte e alle iniziative della prima generazione di immigrati (dunque specialmente italiani), che dopo la crisi della metà degli anni Settanta aveva scelto di restare in questo Paese, ma non a qualunque condizione. Alcune di queste iniziative furono particolarmente rilevanti, lungimiranti ed efficaci nel campo della formazione professionale. Per questo è bene ricordarle.

Inizi fecondi negli anni Sessanta

Negli anni Sessanta, come è stato ricordato in precedenti articoli, l’esigenza di manodopera straniera (specialmente italiana) per l’edilizia e l’industria era enorme, ma l’Italia non era più disposta a fornirla a qualunque condizione solo perché la disoccupazione soprattutto nel Meridione era ancora tanta. Per questo, su forti pressioni degli immigrati, l’Italia pretese la rinegoziazione dell’accordo di emigrazione/immigrazione del 1948 e, in effetti, nell’Accordo concluso nel 1964 la Svizzera fu in certo modo costretta a concedere alcuni importanti miglioramenti.

A giusta ragione le principali associazioni di immigrati italiani, benché soddisfatti di alcune agevolazioni promesse e specialmente dell’attenzione rivolta ai problemi della seconda generazione, non furono affatto soddisfatte dell’assenza nell’accordo di qualunque agevolazione per consentire agli immigrati l’acquisizione di competenze professionali idonee a soddisfare le esigenze crescenti dell’industria svizzera.

Si trattava di una lacuna grave perché la maggioranza degli immigrati era priva di una qualifica professionale riconosciuta in Svizzera e l’esigenza di personale qualificato era in aumento in tutti i rami economici, quelli tradizionali e quelli che cominciavano a sfruttare le nuove tecnologie. Si poteva accettare che gli italiani senza qualifica restassero a vita manovali e a rischio di restare senza lavoro alla prossima crisi del settore? Certamente no, pensarono alcuni immigrati qualificati e improvvisarono soluzioni spesso insufficienti, ma efficaci.

Di efficace e straordinario ci fu, nella seconda metà degli anni Sessanta, che tra gli italiani si cominciò a parlare di formazione professionale, di apprendistato, di tirocinio, di rischio di restare senza lavoro se certe occupazioni ripetitive e a scarso valore aggiunto fossero state affidate a macchine meno costose. In tutta la Svizzera si moltiplicarono le iniziative formative (corsi e corsetti organizzati da associazioni, consolati, missioni cattoliche, ecc.) che ebbero fra l’altro il merito di coinvolgere sempre più le autorità diplomatiche e consolari italiane, che cominciarono a erogare contributi, inizialmente molto modesti, ma significativi dell’interesse crescente dell’Italia alla formazione professionale degli emigrati.

Il modello CISAP

Dopo alcuni tentativi ben riusciti (per esempio un corso di telefonia della durata di quattro semestri organizzato dalla Colonia Libera di Berna), nel 1966 fu avviato a Berna un vero e proprio centro di formazione professionale per italiani, il CISAP, di cui si è già trattato lungamente. Giova ricordarlo ancora perché questa istituzione divenne presto il paradigma degli enti di formazione professionale per stranieri in Svizzera soprattutto per la sua organizzazione e la qualità dei corsi organizzati. Fino al 1969 era anche di gran lunga quello più sovvenzionato da parte della Confederazione: in tre anni aveva già ricevuto oltre 200.000 franchi, quando le istituzioni di Basilea ne avevano ricevuti poco più di 10.000, quelle di Zurigo 11.000 e quelle di San Gallo 24.300. Anche lo Stato italiano si dimostrava nei confronti del CISAP abbastanza generoso.

Il CISAP era nato come «Centro Italiano in Svizzera per l’Addestramento Professionale», ma era divenuto in poco tempo «Centro Italo-Svizzero Addestramento Professionale» e poi definitivamente CISAP (Centro italo-svizzero di formazione professionale). La mutazione era sostanziale perché stava ad indicare il pieno sostegno delle autorità italiane e svizzere all’organizzazione di corsi di qualifica professionale corrispondenti non solo alle richieste italiane (alquanto modeste), ma anche alle esigenze dell’economia svizzera e ai regolamenti emanati dalle competenti autorità federali.

Inoltre, la partecipazione negli organi di direzione e gestione dei corsi e nell’organizzazione e gestione degli esami finali dei sindacati e dei datori di lavoro, principali gestori del sistema di formazione professionale in Svizzera, dava al CISAP una connotazione che nel periodo in esame (1970-1990) risultava la più vicina all’istituto dell’apprendistato svizzero. Del resto anche le prove d’esame, soprattutto quelle pratiche, corrispondevano a quelle che sostenevano gli apprendisti svizzeri al termine del tirocinio.

L’interesse che avevano suscitato i primi corsi (128 allievi nel 1966, 238 nel 1967, 360 nel 1968, 491 nel 1969, 713 nel 1970, 800 nel 1971, 820 nel 1972), la qualità dei risultati finali e il sostegno delle parti sociali non potevano lasciare indifferenti le autorità italiane e svizzere, ma anche l’opinione pubblica e persino alcune istituzioni europee e mondiali (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2021_06_13_archive.html).

Grazie al CISAP il sistema della formazione professionale applicato alle condizioni particolari degli immigrati (inizialmente solo italiani e successivamente anche appartenenti ad altre nazionalità) venne ampiamente riconosciuto e legalmente sovvenzionato, pur non riuscendo mai ad ottenere, essenzialmente per questioni formali (soprattutto per la durata dei corsi e la professione praticata dai corsisti spesso diversa da quella appresa), l’equivalenza con l’«attestato federale di capacità».

Importanza degli Enti

Tra le principali istituzioni di formazione professionale che nel ventennio in esame si sono dimostrate particolarmente attive in uno o più Cantoni, si possono ricordare, oltre il CISAP, l’ENAIP (Ente Nazionale ACLI Istruzione Professionale), l’ECAP (Ente Confederale Addestramento Professionale), la SPE (Scuola Professionale Emigrati) a Zurigo, il CAPIS (Centro di Addestramento Professionale Italo-Svizzero) a San Gallo, il FOPRAS (Fondazione per la Formazione e l’Assistenza Professionale e Scolastica) a Basilea, il CIFL (Centro Italiano Formazione Lavoratori) a Lucerna, tenendo presente che erano in realtà molte di più le istituzioni che organizzavano attività di formazione professionale per stranieri in varie lingue.

Purtroppo, a parte una o due pubblicazioni della Commissione federale per i problemi degli stranieri (CFS) e una ricerca generale di Paolo Barcella, non esistono studi specifici d’insieme sugli enti di formazione professionale attivi in Svizzera nel ventennio in esame, ma da quanto si conosce è facile dedurre ch’essi svolsero una funzione molto importante per l’integrazione professionale e sociale di molti immigrati. Infatti, essi permisero a migliaia di connazionali di acquisire con metodologie particolari quelle conoscenze e abilità professionali richieste per un lavoro qualificato e che difficilmente avrebbero potuto acquisire altrimenti.

Il risultato più sostanzioso fu tuttavia indiretto, perché si diffuse tra gli immigrati (italiani) la consapevolezza che almeno i giovani di prima e seconda generazione dovevano disporre di un’adeguata preparazione prima di accedere a qualunque posto di lavoro. Non solo, fu anche grazie al CISAP e agli enti che ne seguirono l’esempio, che cominciarono ad allargarsi gli orizzonti delle scelte professionali.

La battaglia per l’uguaglianza

Agli inizi degli anni Settanta, quando erano poche le professioni industriali e commerciali alle quali venivano indirizzati i giovani italiani ed altre professioni più esigenti erano loro precluse a causa dei risultati scolastici ritenuti poco rassicuranti, il CISAP condusse e vinse una battaglia importante perché riuscì ad organizzare corsi di elettronica con possibilità di specializzazioni successive (microprocessori, robotica, CAD, ecc.) anche per giovani stranieri che avevano ultimato solo la scuola primaria (elementare).

I risultati confermarono ampiamente che anche i giovani stranieri con esiti scolastici modesti potevano ambire a qualificarsi in professioni diverse da quelle esercitate dai loro genitori e indubbiamente più esigenti. Da allora l’accesso alla formazione professionale per gli stranieri è decisamente cambiato ed oggi appare obiettivamente difficile trovare differenze significative tra i qualificati stranieri e i qualificati svizzeri.

Quel processo di avvicinamento, tuttavia, ed è bene scriverlo e ricordarlo, è stato avviato dagli stessi immigrati i quali capirono chiaramente fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, che una via sicura all’integrazione e alla soddisfazione personale, familiare e sociale è certamente quella di una formazione professionale solida e aperta.

Giovanni Longu

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