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Lina…

Care lettrici e cari lettori,

era immensa nel suo interagire con la settima arte. Era una regista di uno spessore unico nel mondo del cinema. Era una donna con tantissimi attributi. Aveva la grazia di pari passo con uno spudorato coraggio nell’affrontare e comunicare tematiche sociali. Era quella donna che nella sua illimitata veduta del mondo, restava semplice. Era quella donna che lavorava duramente e sodo per realizzare un’idea, ma allo stesso tempo, le sue idee erano una ventata di buonumore e di positività.

Aveva un nome lunghissimo: Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spañol von Braueich. In arte: Lina Wertmüller. Lina

La regista italiana di tutti i tempi che ha, scherzando scherzando, voluto che le venisse consegnato non il premio Oscar, ma un premio Anna. La regista e la donna che portava al pacifico cambiamento culturale e giuridico la parità lavorativa e intellettuale in un mondo stranamente unisex, ma al quotidiano troppo maschilista. Patriarcale, che non offre protezione, ma opprime, soffoca, creando violenze subdole.

Per omaggiarla, abbiamo realizzato una breve ricerca sulla sua famiglia.

Lina Wertmüller è nata a Roma il 14 agosto 1928, figlia di Federico Wertmüller, un avvocato originario di Palazzo San Gervasio (PZ) e proveniente da una famiglia aristocratica di remote origini svizzere, e di Maria Santamaria-Maurizio di Roma, sposatisi nel 1924.

Ciò che si evince dalla ricostruzione genealogica parziale che abbiamo sotto è che Lina discende da Errico Werthmüller, originario del Canton Turgovia, primo sergente del 3° Reggimento Svizzero, che intorno al 1830 era domiciliato a Napoli, nel quartiere Avvocata, in Vico San Giuseppe de’ Nudi. Quest’ultimo sposò circa nel 1829 Maddalena Rossi, nativa di Nola (NA).

In realtà il nonno di Lina, ossia Enrico, geometra nato a Palazzo San Gervasio, lo ritroviamo nei documenti segnato col doppio cognome Campagna Werthmüller. Perché? Perché lui, in realtà, è figlio naturale di Arcangelo Campagna, contadino, e Rosa Milone, donna di casa, nativi e residenti a Palazzo San Gervasio.

Nel suo atto di nascita, infatti, risulta che è stato adottato in data non chiara da Federico Werthmuller (1837 – 1920), farmacista nativo di Acerenza e residente a Palazzo San Gervasio, figlio appunto di Errico e Maddalena Rossi. Dunque nel sangue di Lina, più che la Svizzera, c’è la Lucania! È stata una grande scoperta per noi che facciamo da decenni da ponte tra le due nazioni e patrie native e adottive.

Il cinema italiano con livelli mondiali ha perso il 9 dicembre scorso una grande regista: Lina Werthmüller ci ha lasciati all’età di 93 anni. Classe 1928, Lina ha segnato un’epoca con film che sono passati alla storia. Parliamo di titoli come Pasqualino settebellezze, Mimì metallurgico ferito nell’onore e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.

Una grandezza riconosciuta anche dall’Academy Awards. Un talento che ha tradotto in lavoro e professionalità, tanto che a Lina l’Academy ha consegnato il Premio Oscar alla carriera nel 2020. Lina era vedova da ben 13 anni. Il marito Enrico Job infatti è morto nel 2008, lasciando la moglie e la figlia adottiva.

Lina ed il marito Enrico Job non hanno avuto figli naturali. Tuttavia hanno deciso di adottare una figlia, Maria Zulima Angelica Antonia Job, nata a Marsiglia il 17 gennaio 1991. La notizia però lasciò di stucco tantissime persone per via delle indagini legali in merito alla nascita della ragazza, che oggi ha 30 anni e nata da una scappatella di suo marito. Era già molto avanti di vedute sulla vita di coppia per accogliere la figlia del marito come sua. E questo a 62 anni!

Lina è la prima donna al mondo a ricevere una nomination all’Oscar come miglior regista. Ci lascia un’eredità fatta di capolavori indimenticabili e, soprattutto, di una lezione fondamentale: non farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Indipendentemente dal sesso biologico. A Lina non è mai interessato seguire i canoni borghesi di una vita che non aveva scelto per lei. È per questo che, spesso, ripeteva che le donne, ai suoi tempi, non avevano le sue stesse ambizioni e che, spesso, preferivano rifugiarsi in un cantuccio protetto senza assumersi dei rischi che potevano benissimo risultare vani, accartocciati per colpa degli uomini che con le donne facevano il brutto e il cattivo tempo.

Ad Arcangela Felice Assunta Werthmüller von Elgg Spanol von Braueich – con un cognome così chilometrico era inevitabile che i titoli dei suoi film non entrassero in una riga -, però, ardeva una fiamma che molte non avevano: l’ambizione di costruire una carriera. Di sfidare gli uomini sul loro stesso campo di gioco e, addirittura, di fregarli portandosi a casa il punteggio più alto.

In un momento storico in cui l’industria dava alle donne un ruolo o come segretaria di edizione, o come costumista, o come assistente del produttore, Lina ha aperto un varco ed è finita dietro la macchina da presa raccontando gli usi e i costumi di un’Italia che cambiava e si evolveva, con le classi sociali che avanzavano, arretravano e avevano bisogno di marcare il territorio per sentirsi protette, blindate, inattacabili. Lina nelle numerose interviste che ha rilasciato ha sempre detto che il suo piglio registico e la sua capacità di spianarsi la  strada, dipendevano dal carattere e dall’attitudine di non farsi pestare i piedi.

Con più di trenta film all’attivo e il titolo di prima donna al mondo a ricevere una nomination all’Oscar nel 1977 per Pasqualino Settebellezze, di Lina Werthmüller si sono accorti subiti tutti. E, tutti hanno fatto a gara per lavorare con lei anche se Lina, dal canto suo, ha sempre avuto i suoi preferiti: come Giancarlo Giannini, che ha scelto come protagonista di film meravigliosi come Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto e Mimì metallurgico ferito nell’onore perché si capivano al volo, e anche perché Giannini, in tutti questi anni, non l’ha mai abbandonata.

Rispetto a tanti colleghi maschi trattati con riverenza, Lina ha sempre preferito ritagliarsi un ruolo più defilato. Ed è anche per questo motivo che la stampa italiana a un certo punto ha smesso di interessarsi a lei salvo poi mettersi in fila per celebrarla alla notizia dell’Oscar alla Carriera. Il resto del mondo, però, non l’ha mai dimenticata, come dimostra il documentario Dietro gli occhiali bianchi di Valerio Ruiz (lo trovate sulla piattaforma ItsART), testimonianza preziosa nella quale grandissimi come Martin Scorsese e Harvey Keitel parlano di lei come un’artista capace di spingersi lì dove molti avevano paura di osare, dissacrando concetti e situazioni cui molti altri registi si avvicinavano con troppo pudore e troppa prudenza.

Ci mancherà Lina anche per questa sua capacità di non prendersi mai troppo sul serio. Resta la speranza che le nuove generazioni  possano apprezzare i suoi film sulle stesse piattaforme che spulciano per guardare serie di cui si dimenticheranno il mese dopo.

L’estremo saluto, in poesia scelta dall’attore Giancarlo Giannini per la cerimonia funebre di Lina Werthmüller, alla Chiesa degli Artisti di Roma:

La goccia

Che piccola cosa, una vita!

La mia, come tutte, è una goccia.

Voglio si perda in un mare d’amore,

perché è l’unica via, altrimenti

è una goccia sprecata: troppo piccola

per essere felice da sola, e troppo grande

per accontentarsi del nulla.

(autore anonimo)

Tra le goccie di pioggia dal cielo, una, sicuramente sarai sempre tu, Lina…

Graziella Putrino

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