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Quel copiatore di Giustino

Il cruccio del copista

Copiare René Magritte per Giustino Noato era, a dirla tutta, un giochino da ragazzi. Giusto, un giochino da ragazzi nel riprodurre su tela i lavori del grande surrealista ma, ahimè, non era capace, dato le sue limitate doti artistiche, di dipingere con tutti i crismi necessari un falso e non una copia di un'opera semplice del grande maestro belga.

Il Noato poi si era ben reso conto quale è il valore nel mercato di una copia del suo artista preferito anche se eseguita alla perfezione, cioè una cifra del tutto irrisoria di fronte al prezzo di un autentico Magritte. Essere solo un copista e non riuscire a essere un vero artista per Giustino era un cruccio di cui non sapeva liberarsi. Le prove evidenti erano che i suoi dipinti, al di là delle copie, erano veramente mediocri.

Per Giustino Renè Magritte era un mito. Conosceva a memoria la folgorante carriera del maestro belga nato nel 1898 in quel di Lessines. Sapeva che il maestro aveva studiato all'accademia di Bruxelles interessandosi avidamente delle avanguardie della sua epoca e cioè futurismo, cubismo, orfico e Nuova Oggettività.

Sempre occupandosi della voluminosa biografia del suo idolo, Giustino lesse con avidità il fatto che Magritte conobbe nell'ormai lontano 1923 la Pittura di Giorgio De Chirico e che si avvicinò poi gradatamente alle eclatanti idee surrealiste.

Il caso volle che in un viaggio in treno da Livorno a Firenze il Noato conobbe una signora di mezza età seduta accanto a lui che stava sfogliando una recente rivista d'arte.

Fra i due di botto nacque una sincera empatia e dato che la loro città era quel gioiello di Firenze, decisero di frequentarsi. Per Giustino quel legame fu un colpo di fortuna anche perché quella signora in amaranto gli trovò un prezioso posto negli uffici di un grande emporio di Belle Arti.

Andrea Pagnacco

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