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Il calcio “ascensore sociale” solo per nuovi immigrati

Tra le diverse reazioni che vi sono state all’articolo pubblicato recentemente dal titolo “Rossocrociati multietnici ma senza italos” merita una risposta il commento inviato dal signor Robert, un cittadino elvetico residente nell’Oberland zurighese, il quale non è d’accordo con il sottoscritto quando scrivo “che mi lascia l’amaro in bocca” il fatto che non ci siano più giocatori con radici italiane nella squadra nazionale di calcio svizzera. Robert (nipote di una nonna italiana) ritiene, infatti, che si debba dire il contrario poiché per lui sono pochissimi i giovani calciatori che riescono, poi, a diventare dei professionisti di successo per cui per loro si prospetta un futuro pieno di incertezze anche per il pericolo di infortuni e per una carriera comunque breve. Pertanto, ad avviso di Robert, genitori responsabili cercano altre forme d’integrazione e di promozione per il futuro dei loro figli:  una formazione professionale o di studio. E questo, prosegue Robert, è successo nella seconda e terza generazione degli italiani in Svizzera come, d’altra parte, accade nelle famiglie svizzere dove sono pochissimi i genitori che vogliono per i loro figli un futuro professionale da calciatore. La carriera nel calcio - conclude Robert scusandosi per il suo italiano che sta studiando frequentando un corso organizzato dal Centro culturale “IL PONTE” di Rüti/ZH - è una  scelta dei “nuovi arrivati” in Svizzera ma, anche nel loro caso, le prossime generazioni cercheranno altre forme d’integrazione e prospettive d’avanzamento sociale più solide.

Innanzitutto ci complimentiamo con Robert per la sua decisione di voler imparare la lingua di Dante e, comunque, per il suo già buon italiano scritto! Entrando, poi, nel merito delle sue considerazioni si può certamente convenire che per molti genitori – sia stranieri che autoctoni – è certamente più importante che i figli imparino un mestiere o, addirittura, si dedichino allo studio per ottenere un diploma oppure una laurea. Si può pure convenire che solo per i nuovi immigrati, e per i loro primi discendenti, il gioco del calcio venga visto come una opportunità di “ascensore sociale” sul quale salire e, in effetti, così può essere stato anche per gli immigrati italiani in Svizzera nella seconda metà del secolo scorso. Tuttavia, a quell’epoca, il mondo non offriva molte possibilità ai giovani di potersi divertire senza spendere soldi per cui dare un calcio ad una palla era un gioco alla portata di tutti i ragazzi – abbienti e meno abbienti – bastando un pallone ed una strada oppure un piazzale o, ancor meglio, un prato mezzo abbandonato. Nessuno iniziava a dare calci ad un pallone con l’intenzione di farne diventare una professione e, tantomeno, di poter diventare un campione. Era semplicemente un divertimento a costo zero rischiando semmai di ricevere qualche calcione e di prendere degli scappellotti dai genitori per aver rovinato le scarpe! Poi, magari, qualcuno tra i più dotati - iniziando a giocare in una squadra di dilettanti – riusciva anche a mettersi in mostra ed a ricevere proposte da importanti società calcistiche che provvedevano a offrire a questi giovani non solo di poter giocare al calcio ma, pure, di continuare con gli studi. Oggi per vedere dei ragazzi dare dei calci ad una palla, o ad un pallone, bisogna andare in un parco giochi attrezzato oppure in un centro sportivo, sempre che ne esista uno nelle vicinanze dell’abitazione. Infatti, da qualche lustro, per i ragazzi le opportunità di divertimento ed i passatempi - nelle ore libere dallo studio o dall’apprendistato – sono diventate altre: la tivvù, i video giochi, il computer, gli smartphone, la palestra, l’aperocena, i viaggi di piacere, ecc. ecc.. Tutte “attività” prive di sacrifici al contrario di quello che invece comporta, fin da dilettante, giocare al calcio! Pertanto le considerazioni esternate da Robert nella sua lettera sono vere, ma solo in parte, e quindi consenta che lasci un po’ d’amaro in bocca al sottoscritto il non vedere più alcun “italiano” (nel passato la comunità italiana ne andava fiera) tra i tantissimi giocatori con radici straniere dell’attuale nazionale elvetica, anche se è comprensibile che, ormai, gli “italos” non ritengano più il gioco del calcio un ascensore sociale al contrario degli altri giovani immigrati di primo pelo!

Dino Nardi

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