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Di giudici di politica e di soldi

Di Giudici, di politica e di soldi. Vi domanderete sicuramente qual’è il significato di questo connubio. Cosa c’entra la politica con i giudici e con i soldi? Beh, nell’immaginario collettivo un legame tra politica e soldi è forse possibile, ma il giudice cosa c’entra?

Il termine giudice (dal latino iudex, derivato da ius, 'diritto', e dicere, 'dire, pronunziare'), in diritto, ha una doppia accezione, indicando sia l'organo che esercita la giurisdizione sia la persona fisica titolare di quest'organo (ossia il funzionario)il giudice.

Orbene, in Svizzera, chi aspira a diventare giudice deve per forza di cose esporsi politicamente, questo per il semplice fatto che chi nomina i giudici è nella stragrande maggioranza dei casi il parlamento (quelli cantonali per i rispettivi giudici e quello federale per i giudici del Tribunale Federale). Pertanto solo se l’aspirante giudice è sostenuto da una forza politica, può sperare di ottenere la nomina.

Una volta eletto il partito che l’ha sostenuto non sempre si eclissa, ma “pretende” (vedremo come) un riscontro per il sostegno prestato. Su questo particolare problema la stampa si è espressa svariate volte portando degli esempi che possono risultare anche scioccanti. È stato ad esempio scritto (Argauerzeitung) che un giudice federale, simpatizzante di una particolare corrente politica, versa al partito, annualmente, l’importo di fr. 20'000.--. A livello cantonale invece si sa di magistrati eletti che versano annualmente al loro partito importi che variano dai fr. 1'500.—ai fr. 10'000.--. I partiti, dal canto loro, rimangono discreti e non si sbilanciano più di quel tanto pur ammettendo l’esistenza di questa pratica. Il piú delle volte si giustificano dichiarando che se vi sono dei versamenti in loro favore da parte di magistrati eletti quesi avvengono “su base volontaria” e non a seguito di precise richieste fondate su tariffari prestabiliti (se sei un giudice eletto dal tribunale x o y il nostro sostegno vale fr. 2'000.—annuali piuttosto che fr. 5'000.--, ecc…)

Contro questo fenomeno la politica medesima ha cercato di reagire. A livello federale è stata presentata un’iniziativa parlamentare che si prefigge di bandire questa pratica. Dei dubbi sussistono comunque sulla possibilità, un giorno, di raggiungere lo scopo prefisso. Questo per il semplice fatto che questi “ristorni” rappresentano una fetta “importante” dei finanziamenti che i partiti ricevono. Si è mai visto che un partito voti per abolire un sistema che permette di finanziarsi?

A livello europeo il GRECO (Group of States Against Corruption) del Consiglio d’Europa si è occupato della questione. Stando appunto all’autorità anticorruzione del Consiglio d’Europa (GRECO), l'impegno della Svizzera nel prevenire la corruzione di parlamentari, giudici e pubblici ministeri nonché nel rendere trasparenti i finanziamenti dei partiti è nel complesso sufficiente. Nei rapporti di conformità sulle valutazioni del 2011 e del 2016 il GRECO ha sottolineato però la necessità di compiere ulteriori sforzi in particolare per adempiere alle raccomandazioni relative ai tribunali e alla trasparenza del finanziamento dei partiti.

Ecco quindi la chiusura del cerchio. Se vuoi diventare un giudice devi essere sostenuto da una forza politica e questa forza politica alla fine ti presenta il conto. Sembra assurdo, quasi surreale, ma questa è la realtà nel nostro paese. Realta conosciuta dai piú che peró raramente viene sbattuta in prima pagina sui quotidiani nazionali. Questo forse perché benché discutibile questo sistema di finanziamento, radicato negli anni, non ha mai causato dei problemi di attendibilità alla nostra giustizia e anche perche i popolo continua a credere nelle nostre istituzioni che, abbandonato il dogma dell’infallibilità, hanno comunque gestito e continuano a gestire correttamente il destino del paese.

Se i giudici sono membri di un partito, si pone necessariamente la questione dell'indipendenza della giustizia. Vero è che nel nostro paese, come precedentemente sottolineato, le istituzioni godono di una grande fiducia da parte della popolazione e che nessuno oserebbe dire che un giudice ha deciso in un senso piuttosto che in un altro solo perché, magari, dello stesso partito della persona che era chiamato a giudicare. Che poi tutti non siano d’accordo con le sentenze emanate da un giudice fa parte della natura umana. Ogniqualvolta c’è un conflitto e un giudice è chiamato a giudicare è implicito che una delle parti esca sconfitta e pertanto delusa. Questo comunque non vuole ancora dire che quanto deciso non corrisponda al diritto ma sia solo da ricondurre all’appartenenza politica.

Una buona settimana a tutti i lettori de l’Eco.

Mauro Trentini

 

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