L'ECO tele7

Informarsi è un piacere!

Cuori…

Care lettrici e cari lettori,

il cuore nella sua doppia accezione è un muscolo che nel momento in cui smette di battere pone fine alla nostra esistenze umana. La semantica di questa parola si presta anche come significato assoluto dei nostri sentimenti. E cosi, cuore diventa sinonimo assoluto per amore, il centro pulsante del nostro essere.

Detto questo, la nuova serie di Riccardo Donna, regista di Cuori, in onda su Rai1 in prima serata, dal 17 ottobre scorso, a me personalmente fa battere forte il cuore. Non soltanto gli intrecci soprattutto tra i personaggi principali, ma perchè ci ricorda quante menti brillanti l’Italia ha avuto e ha.

Coprodotto da Rai Fiction e Aurora Tv Banjay, con il Centro di Produzione Rai di Torino e con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte, Cuori in 8 serate da 100 minuti, è dedicata al gruppo di pionieri della cardiochirurgia che, nella Torino degli anni 1960 si misurarono con le sfide rivoluzionarie dei trapianti e dei cuori artificiali.

La serie ha inzio nel 1967. Vede tra i protagonisti: Daniele Pecci, Pilar Fogliati, Matteo Martari. L’amore, l’odio e la voglia di primeggiare spingono la trama tra disperazione e felicità, lasciandoci ad ogni fine del racconto con il fiato sospeso, in febrile attesa del seguito.

Cuori è, in assoluto, una storia di sentimenti. Al centro della scena, nel reparto delle Molinette divenuto, all’epoca, eccellenza mondiale per le scoperte coraggiose e le importanti sperimentazioni, si muovono personaggi ispirati alla realtà. In testa il primario: un vero barone, Cesare Corvara (Daniele Pecci) che ricalca la figura di Achille Maria Dogliotti. Il suo pupillo Alberto Ferraris (Matteo Martari), rievocando Angelo Actis Dato.

Nella corsa al primo trapianto mondiale di cuore, il loro reparto era in competizione con quello del chirurgo sudafricano Christian Barnard e con quelli di altri luminari del mondo.

Ci preme ricordare che a Torino, nel 1967, viene brevettato il primo cuore artificiale. Questo, ancora oggi, permette gli interventi al muscolo cardiaco.

Fino ad allora si usavano metodologie atroci, come immergere i pazienti nel ghiaccio a meno 30 gradi, per bloccare il battito e quindi operare.

Nella serie c’è l’ambizioso capo-chirurgo dell’équipe Enrico Mosca (Andrea Libero Gherpelli). Il trio, o vero triumvirato, cerca di trovare un equilibrio. A mescolare le carte, a scompigliare rigide regole, arriva Delia Brunello (Fogliati). Questa, dapprima è vittima di infiniti pregiudizi. Ma, è una cardiologa con un innato talento: ha la dote dell‘ orecchio assoluto. É preparata e bravissima nelle diagnosi. Sbarcata da New York per raggiungere suo marito, fatica ad affermarsi in un mondo ancora maschilista e che disconosce il femminile di cardiologo.

Ma: quando avvenne il primo trapianto di cuore?

A Città del Capo, in Sudafrica, il chirurgo Christian Barnard, in vera competizione con l’équipe delle Molinette, mise il cuore di una donna, morta in un incidente stradale, in un uomo.

Era il 3 dicembre 1967. In questa data, fu compiuto quello che è considerato il primo trapianto di cuore umano. Uno dei più importanti progressi nella medicina del Novecento e della storia.

L’operazione fu realizzata appunto dal chirurgo Christian Barnard, destinato a diventare uno dei medici più famosi al mondo.

La persona che ricevette il cuore si chiamava Louis Washkansky. Aveva 55 anni, soffriva di diabete e aveva avuto già tre infarti. Il cuore apparteneva a una donna di 25 anni, Denise Darvall, che a seguito di un incidente stradale era cerebralmente morta. L’intervento richiese otto ore di lavoro.

L’impatto che l’operazione ebbe sul mondo della medicina e sull’opinione pubblica mondiale fece sì che il 1968, tra le altre cose, fosse soprannominato „anno del trapianto“. In meno di un anno ne furono eseguiti più di sessanta. Non solo in Sudafrica, ma anche in Europa, Stati Uniti, India e Venezuela.

È invece meno noto che Washkansky morì 18 giorni dopo il trapianto. Come lui, molte altre persone che furono sottoposte ai primi trapianti di cuore non sopravvissero a lungo. L’incidenza delle morti portò, dopo l’iniziale entusiasmo, a realizzare pochi trapianti di cuore negli anni Settanta. Diventarono comuni solo nel decennio successivo.

Tutta la storia è raccontata bene in un capitolo di „The Matter of the Heart: A History of the Heart in Eleven Operations di Thomas Morris“, un saggio divulgativo sulla storia della chirurgia cardiovascolare uscito nel Regno Unito lo scorso giugno.

Il libro spiega che negli anni Sessanta i chirurghi cardiaci del mondo non si sarebbero mai aspettati che sarebbe stato Barnard a fare il primo trapianto di cuore. Qualcuno arrivò a definirlo un dilettante. Non perché non fosse un chirurgo, ma perché non fu lui a fare le ricerche che resero possibili i trapianti.

Come avvenne il primo trapianto di cuore?

L’operazione avvenne all’ospedale Groote Schuur di Città del Capo. Barnard non aveva mai fatto esperimenti di trapianti di cuore sugli animali. Conosceva perfettamente il lavoro dei chirurghi che in quegli anni li stavano facendo, perché aveva studiato per qualche anno negli Stati Uniti.

Da qualche tempo aveva deciso di provare a fare l’operazione, aveva individuato Washkansky come paziente candidato e aveva ottenuto dalla direzione dell’ospedale di essere informato non appena fosse arrivato un cuore adatto per lui. Quando fu accertato che le ferite alla testa di Denise Darvall avevano messo fine alla sua attività cerebrale, il suo cuore fu giudicato adatto. Washkansky fu portato in sala operatoria 50 minuti dopo la mezzanotte del 3 dicembre. Fu anestetizzato e collegato a una macchina cuore-polmone, cioè a uno di quei dispositivi che servono per garantire la sopravvivenza dei pazienti chirurgici sostituendo temporaneamente le funzioni del cuore e dei polmoni nella circolazione. Nella stanza attigua c’era il corpo di Denis Darvall, il cui cuore continuava a battere grazie a un respiratore artificiale.

Alle 2.20 Barnard finì di preparare Washkansky per l’intervento e disse a suo fratello, Marius Barnard, a sua volta chirurgo, di spegnere il respiratore attaccato al corpo di Darvall; dopo 12 minuti il cuore della giovane donna smise di battere, il suo petto fu aperto e il corpo collegato a un’altra macchina cuore-polmone per preservare gli organi destinati ad altri trapianti. Barnard estrasse il cuore di Darvall e lo trasportò nella sala operatoria in cui si trovava Washkansky in un contenitore in cui c’era una soluzione che lo tenne al freddo. Poi nel cuore fu infuso il sangue di Washkansky, un modo per renderlo compatibile con il corpo dell’uomo.

Prima che il cuore di Washkansky fosse rimosso, il suo corpo fu raffreddato a 30 °C per evitare danni al cervello durante la lunga operazione. Barnard bloccò l’aorta, per escluderla dalla circolazione, e la tagliò appena sopra le arterie coronarie. In seguito, recise l’arteria polmonare e rimosse il cuore, lasciandone alcune parti – le porzioni degli atrii che contenevano le parti finali delle vene cave e delle vene polmonari – per poter attaccare meglio il cuore di Darvall. Cosa che poi fece, partendo dagli atrii, proseguendo con l’arteria polmonare e finendo con l’aorta. Una volta che fu soddisfatto delle suture, rimosse il morsetto che bloccava la circolazione nell’aorta facendo scorrere il sangue di Washkansky nel suo nuovo cuore. Successivamente i medici della squadra di Barnard fecero salire la temperatura del corpo del paziente.

Dopo mezz’ora l’anestesista Joseph Ozinsky misurò che la temperatura nell’esofago di Washkansky aveva raggiunto i 36 °C. Fu in questo momento che Barnard usò un defibrillatore: dopo poco il cuore cominciò a battere. Erano le 5.52.

Comunque, l‘operazione non era finita: si dovette staccare Washkansky dalla macchina cuore-polmone, cosa per cui ci vollero tre tentativi.

Il suo petto fu richiuso. L’anestesista smise di somministrargli i farmaci che lo tenevano sedato e insensibile quando erano ormai le 8.30. Gli furono dati anche steroidi con lo scopo di indebolire il suo sistema immunitario per ridurre il rischio di rigetto per il nuovo cuore. Dato che le condizioni di Washkansky erano stabili, l’uomo fu condotto in una stanza preparata appositamente per ridurre al minimo il rischio di infezioni.

Dopo un paio di giorni Washkansky riuscì a mettersi a sedere e a parlare; le condizioni dei suoi organi migliorarono rispetto a prima dell’operazione, sintomo del fatto che la circolazione fosse migliorata.

Fu intervistato da giornalisti di tutto il mondo con il consenso di Barnard.

Il 15 dicembre gli fu permesso di mettersi in piedi. Ma, il nuovo cuore smise di battere in poco tempo, per una polmonite che non avevano individuato in tempo.

Tutta questa evoluzione nella cardiochirurgia solamente 50 anni fa. Oggi, i trapianti al cuore sembrano la leggerezza in persona…

Per tornare alla serie: a chi darà infine il suo di cuore, inteso come Amore, il cardiologo Brunello?

E quindi, non ci resta che dedurre che noi umani non siamo nessuno, senza sentimenti: è in tutto e per tutto una questione di… cuori…

Graziella Putrino

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com