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Il coraggio di guardare in faccia la realtà

La scarsa partecipazione al voto degli italiani all'estero

Nel corso della mia militanza attiva nel sindacato, nel mondo associativo dell’emigrazione italiana, nonché l’impegno in vari organismi elettivi come il Comites, il Cgie ed il Consiglio dei Toscani all’estero ho più volte ribadito che l’ottenimento di organismi istituzionali di rappresentanza eletti democraticamente dagli italiani all’estero, come quelli citati e la conquista del voto all’estero per le elezioni politiche nazionali ed i referendum, sono arrivati troppo in ritardo. Infatti gli uni e gli altri erano stati da sempre gli obiettivi dei primi grandi flussi migratori italiani e, soprattutto, di quello che vi è stato dopo l’ultimo conflitto mondiale, con in testa proprio l’emigrazione stabilitasi in Svizzera molto più politicizzata rispetto ad altre comunità emigrate sparse per il mondo. Basti pensare che i Comites sono stati istituiti solo nel 1985, il Cgie nel 1989 e, infine il voto all’estero nel dicembre 2001. Ovvero quando nel mondo i cittadini italiani emigrati di prima generazione erano stati già abbondantemente superati numericamente dai loro discendenti, quantomeno in quei Paesi di più antica emigrazione.. Discendenti che - pur con lontanissime radici italiane e ignorando non tanto la lingua di Dante ma, perfino, il dialetto delle loro origini - mantengono pure la cittadinanza italiana grazie allo jus sanguinis e quindi il diritto di voto. Cioè persone che si sono ricordate e si ricordano delle origini familiari per far valere la loro cittadinanza italiana, non per un impulso patriottico per la terra degli avi, bensì spinte legittimamente, ovviamente, dal desiderio (bisogno?) di spostarsi - per diletto o per lavoro - in altre nazioni con maggiore facilità grazie al possesso del passaporto italiano o, meglio ancora, dell’Unione Europea. Considerazioni, queste, più volte poste dal sottoscritto anche in seno ai lavori del Cgie (quando ancora ne ero membro) tanto che, ricordo, in occasione di una riunione in cui si discuteva del voto all’estero, venne avanzata l’idea di istituire per gli italiani all’estero due tipi di appartenenza all’Italia: la “nazionalità” per discendenti dal secondo grado in poi e la “cittadinanza” per gli emigrati ed i loro figli. Limitando solo ai titolari della cittadinanza certi diritti come, per esempio, proprio quello del voto, una idea che andrebbe ripresa e rilanciata ai legislatori.

Se quelle erano già, a quell’epoca, le preoccupazioni per il voto degli emigrati e questa sopradescritta è la fotografia della composizione degli attuali 6,2 milioni di iscritti negli schedari della rete consolare italiana e, in aggiunta, abbiamo oggi un tessuto associativo in emigrazione ridotto ai minimi termini che, in passato, è sempre stato la cinghia di trasmissione verso l’alto di ogni istanza degli italiani all’estero, ebbene come si fa – essenzialmente da parte degli addetti ai lavori - a addebitare a chicchessia (mancanza di informazione della rete consolare, l’iscrizione nel registro elettorale, i tempi ristretti, il Covid-19, ecc. ecc.) il bassissimo numero di elettori che si sono registrati manifestando la loro volontà di partecipare al voto il prossimo 3 dicembre per il rinnovo dei Comites? Quando poi, tra l’altro, a dimostrazione dello scarso interesse delle comunità italiane per questi organismi elettivi, abbiamo delle circoscrizioni consolari dove le comunità locali hanno fatto fatica perfino a presentare una sola lista di candidati? Non sarebbe invece arrivato il momento di guardare in faccia la realtà, la cruda realtà, e rendersi conto che magari – al di là degli addebiti di cui sopra che certamente possono aver influito - dei 6,2 milioni di cittadini italiani iscritti negli schedari consolari e, tanto più, dei 4,7 milioni di elettori solo una minimissima parte conosce ed è interessata ai Comites? Suvvia un po’ di realismo non guasterebbe certamente!

Tuttavia, a mio modesto parere, l’utilità dei Comites - pur avendo unicamente delle funzioni di consultazione e di collaborazione con le autorità consolari e locali e pur essendo eletti da una piccola percentuale dagli aventi diritto - è comunque innegabile e non è assolutamente da mettere in discussione poiché, con la crisi dell’associazionismo tradizionale, questi organismi sono e saranno sempre di più indispensabili per raccogliere e dar voce alle istanze delle comunità italiane. E, proprio per le loro limitate funzioni, ritengo saggio che questi organismi continuino ad essere eletti da persone interessate che si iscrivono in un registro degli elettori evitando, così, allo Stato di sperperare denaro inviando plichi elettorali a milioni di persone aventi, si, diritto al voto ma che, tuttavia, non sono assolutamente interessate a farlo valere. Il denaro così risparmiato potrà essere utilizzato - sempre a favore degli italiani all’estero - ma investiti in altri settori come, per esempio, nell’assistenza agli indigenti ed in iniziative culturali.

Ben altro discorso va fatto per il voto politico nella Circoscrizione estero, specialmente dopo la riduzione da 18 a 12 dei parlamentari da eleggere (otto deputati e quattro senatori) nelle prossime elezioni politiche del 2023, ma questo argomento verrà affrontato in una prossima rubrica.

Dino Nardi

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