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Femminicidi in aumento

Dedicato a Grace

Fa sempre impressione leggere sulla stampa episodi di femminicidio, però altra cosa è trovarsi coinvolti di persona come successo al sottoscritto quando il 15 settembre u. s. si sentì scosso da un caso del genere avvenuto a due km di distanza dal suo indirizzo, in una contrada contigua, si può dire alla porta accanto. M., ex amante uccise con un colpo di pistola allo zigomo la compagna Ale Z. di anni 21, e poi si tolse lui stesso la vita, lasciando orfana la figlioletta di due anni, dal nome gentile Grace, cui dedico il presente articolo. Il fatto avvenne nel vicentino dove 5 giorni prima a 20 km di distanza un marito uccise la compagna senegalese, e qualche tempo addietro in un paese limitrofo, sempre nel vicentino, successe un episodio identico: quasi un contagio. Una riflessione sull’argomento è d’obbligo. Non abbondiamo in statistiche, ci basti ricordare che in Italia ogni tre giorni si ripete un femminicidio, stillicidio in aumento. E’ un termine di nuovo conio, qualche anno fa si usava il vocabolo uxoricidio, uccisione del coniuge, ma siccome in genere è la donna a lasciarci la vita è sorto il neologismo femminicidio. Non si riferisce semplicemente all’uccisione di una donna ma al motivo. Uccisione non per ragioni casuali come rapina, incidente, disgrazia, ma solo perché donna. Per mano del marito o ex, del fidanzato, del compagno, del convivente, o del padre contro la figlia, o del figlio contro la madre. Si vede che dal punto di vista sociale esiste ancora fra di noi una cultura arcaica che emerge nonostante l’apparente buonismo. E anche se noi occidentali accusiamo di barbarie gli arabi e i musulmani che decapitano le donne a motivo della loro moralità’, le lapidano, le privano di scolarizzazione, le brutalizzano, le deturpano con l’acido, le sottopongono alla infibulazione, impongono il burqa, le chiudono in casa a doppia mandata, in fondo non siamo molto più civili.

Ovviamente evitando generalizzazioni, ci illudiamo di essere puliti fuori e dentro, ma nel nostro inconscio collettivo si annidano ancora pezzi di maschilismo patriarcale. Concediamo pure che in Italia qualcosa dal punto di vista delle leggi è cambiato. Fino a qualche tempo fa esisteva il delitto d’onore (abrogato nel 1981), dopo il quale il marito se la cavava con una pena irrisoria. E’ stato introdotto il divorzio, (1970), il diritto di famiglia (1975) l’aborto, (1978), però anche al presente lo stato non offre alle bambine e alle donne la sicurezza necessaria a garantire loro rispetto nelle famiglie, nella vita, negli ambienti di lavoro. Mancano un approccio mirato, garanzie giuridiche e politiche. Poche le azioni messe in atto per disinnescare questa cultura arretrata. Il discorso formativo andrebbe fatto a monte. Ad esempio occuparsi della violenza e non della discriminazione significa arrivare troppo tardi.

Femminicidio non è solo la morte, ma anche la mortificazione inflitta alle donne. La morte fisica è possibile là dove è già stata consentita la morte civile, la negazione di ogni dignità’. Come la morte professionale attraverso le continue molestie, sevizie, violenze, disparità di salario e le rinunce lavorative in caso di gravidanza. E poi fa difetto una vera educazione sessuale che non significa semplicemente informazione medica o ginecologica ma educazione etica dei sentimenti, così diversa dalla libertà degli istinti, secondo anche gli studi di alcuni classici in materia come E. Fromm” l’ arte di amare”. Pure da questo deficit psicologico può esplodere poi il delirio maschile nel femminicidio. L’uomo si sente padrone della donna, sua proprietà. Nel femminicida salta anche il patto gerarchico: l’uomo superiore, la donna a lui inferiore, guai a infrangerglielo. La sua arroganza è legata a questi pregiudizi, che ad un tempo saranno stati anche dei valori, magari col supporto della chiesa che consigliava alla moglie silenzio e sottomissione al marito, ma che oggi si chiamano sopraffazione. Il femminicida non si riconosce narcisista, e lo è, perché non ammette che la donna si innamori di un altro, solo a lui è consentito comportarsi da poligamo. La decisione della donna di lasciarlo gli crea una umiliazione insopportabile, si sente bandito nella classe dei perdenti.

Dove mai va a finire la sua muscolosità’, la sua virilità’, il suo potere assoluto? Mentre la virilità sarebbe la coscienza dei propri valori e sentimenti supportata dal rispetto reciproco, il possibile femminicida si sente messo in ridicolo. Di qui il sadomasochismo, le dinamiche tossiche della possessività, il piacere perverso di assoggettare, eliminare, fare a pezzi la donna colpevole di una scelta diversa. Noi uomini non ci dovremmo vergognare di metterci la faccia e riconoscere che qui si tratta di amore immaturo e malato. Il femminicidio è spesso la punta dell'iceberg di ciò che il maschio potrebbe potenzialmente diventare dopo continuate violenze in famiglia rimaste sconosciute e dalle donne sofferte. Quando il femminicida è preso dal raptus dell’onnipotenza maschile a lui non interessa più nulla delle aziende, dei conti in banca, delle proprietà terriere, degli affetti familiari, della sua vita, addirittura dei suoi figli, vedi quanti orfani abbandonati al loro destino. Alla piccola Grace di 2 anni rimasta sola come innumerevoli testimoni dall’infanzia negata auguriamo che fra qualche anno la conoscenza di tanto crimine non le sia traumatica e che la solidarietà dei familiari parenti le possano restituire l’amore rubato.

Albino Michelin

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