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Maria Bergamas

«Nessuno conosce la madre sua, ma Egli ha tante madri quante sono le madri d’Italia, ma Egli ha tanti fratelli quanti sono i figli d’Italia. Nessuno sa chi Egli sia, ma il suo nome è a tutti noto. Il suo nome è Popolo. Quello che chiude in sè la fiamma del Genio, esercita le virtù nascoste del sacrificio e del silenzio, vero sale della terra, per il quale l’Italia si conserva e feconda».

Così il 3 novembre 1921 il sindaco di Brescia, Luigi Gadola, l’Associazione madri e vedove dei Caduti, l’Associazione nazionale combattenti (Anc) e gli altri sodalizi dei reduci, invitavano i cittadini a partecipare alla cerimonia del 4 Novembre.

Con lo spirito rivolto a Roma, dove si sarebbe tumulato il Milite Ignoto alla presenza anche di una delegazione bresciana del l’Associazione nazionale combattenti.

Ai piedi del Monumento die Dieci Militi Ignoti, nel cimitero di guerra di Aquileia, si trova la tomba di Maria Bergamas (1867-1952), madre di un fante italiano morto sul fronte del Carso durante la Grande Guerra e mai identificato. Maria, nativa di Gradisca d’Isonzo, fu designata e chiamata nel 1921 a scegliere tra undici bare la salma da inviare a Roma perché fosse sepolta nel Monumento al Milite Ignoto del Vittoriano. La cerimonia avvenne nella Basilica di Aquileia e la scelta della madre di guerra cadde sulla decima bara, dove la donna si accasciò gridando il nome del figlio. Arruolato nell’esercito austriaco, il giovane Antonio Bergamas disertò per combattere tra le fila italiane e cadere nel 1916 sotto una raffica di mitraglia mentre guidava il suo plotone all’attacco.

A un secolo dalla sepoltura al Vittoriano: Milite Ignoto, culto o memoria?

L’omaggio a una delle vittime del conflitto più sanguinoso della storia divenne ed è rimasto simbolo di coesione nazionale ma anche di sentimenti nazionalisti italiani e non solo.

Quando il suono delle campane della millenaria basilica di Aquileia ruppe il silenzio della città friulana donne, bambini, reduci e soldati compresero che quel 28 ottobre 1921 sarebbe diventato un giorno memorabile. Delle undici salme dei soldati ignoti giunti da Gorizia, una sola sarebbe stata tumulata a Roma, al Vittoriano, il successivo 4 novembre. A sceglierla fu la mano di una donna. Una madre: Maria Bergamas, di Gradisca d’Isonzo. Il figlio Antonio era un sottotenente del Regio Esercito arruolato nelle file italiane sotto falso nome essendo suddito austroungarico. Era caduto in combattimento nel 1916.

Una storia che resta incisa nel tessuto culturale e sociale dell’Italia negli anni seguenti e che viene ricordata cento anni dopo nel convegno di studi storici “Il Milite Ignoto. Sacrificio del cittadino in armi per il bene della Nazione” promosso dallo Stato Maggiore della Difesa ieri e oggi presso la Scuola Allievi Ufficiali die Carabinieri di Roma, svoltosi giorni fa.

«Storicamente, l’esigenza di tributare un omaggio ai soldati caduti e mai identificati ha radici lontanissime – spiega lo storico militare Gastone Breccia ad “Avvenire”. In effetti, scopriamo che già nella mitologia greca, la restituzione del corpo di Ettore al padre è un modo per impedire che l’eroe troiano rimanga un disperso in combattimento. Oggi è diventata politicamente rilevante grazie a due fatti fondamentali: primo, l’affermarsi di eserciti composti da cittadini-soldati, soprattutto dalla rivoluzione americana e del caos perenne sociopolitico in Afghanistan.

Soldati, dunque, che sono anche parte dell’opinione pubblica e del corpo elettorale, il cui valore come individui non può mai essere dimenticato da chi li manda a rischiare la vita per il bene comune.

L’omaggio postumo al soldato senza nome, inizialmente concepito come forma di consolazione per chi ne deve sopportare la sua scomparsa, diventa però un potente simbolo di coesione sociale e nazionale in un momento storico di grandi rivolgimenti politici.

Francia e impero britannico inaugurano i loro monumenti l’11 novembre 1920, l’Italia il 4 novembre 1921, gli Stati Uniti una settimana dopo: in un mondo sconvolto dagli effetti della Grande Guerra, richiamarsi al sacrificio “supremo” di chi ha dato la vita per Dio, la patria e la famiglia, secondo la propaganda di tutti i belligeranti, assume un chiaro significato di riaffermazione e difesa di quei valori messi in pericolo da forze nuove.

Retorica e valori che all’epoca rinfocolarono i nazionalismi e spinsero verso una stagione di dittature e nuove violenze. Non assolutamente diminuite in data odierna…

Perché allora, alla vigilia del centenario, oggi dovrebbe essere importante riappropriarsi di un simbolo legato a ciò che Benedetto XV definì una “inutile strage”?

Credo ci aspettino tempi difficili: non necessariamente un grande conflitto convenzionale, ma qualcosa che metterà in crisi un modello di vita che pensavamo fosse ormai consolidato. Ci sarà bisogno di spirito di sacrificio. Sarà necessario condividere l’idea di un bene comune da perseguire anche a scapito della propria individualità. Ci riusciremo?

Domanda ardua.

Vorrei ricordarvi in occasione di domani, 4 Novembre 2021, l’ ancora attuale testo della canzone di Claudio Lolli:

Il milite ignoto

«Io lo so chi ti spinse a partire e non fu desiderio di gloria, io lo so non volevi morire, nè lasciare un ricordo alla storia, io lo so chi ti venne a cercare, fin sui campi, fin dentro a un cortile, io lo so non ci fu da parlare, con chi aveva in mano un fucile.

Io lo chi ti guardò partire, sorseggiando un bicchiere di vino, fu lo stesso che poi venne a dire, che eri felice come un bambino. Ma io lo so che non era affar tuo, che non era la tua quella guerra e del resto cos’è che era tuo, certo neanche quel pezzo di terra.

Hanno scelto la terra più triste, quella che era costata più cara, quella in cui a migliaia cadeste, che vi accolse e vi fece da bara. Hanno scelto la terra più rossa, quella che era costata più vite ed un corpo in cui solo le ossa, circondassero ormai le ferite.

Lo hanno offerto a una patria impazzita, che sfogasse così il suo dolore, han pagato i tuoi anni di vita con un grande anonimo onore. Così oggi sei il milite ignoto, morto in guerra nessuno sa come, dopo averci lasciato la pelle, c’hai rimesso per sempre anche il nome.

Ma non sarai certo ignoto ai compagni, che con te avran lavorato, non sarai certo ignoto alla donna, che ti avrà ogni notte aspettato. Non sarai certo ignoto agli amici, che ti avran dedicato le sere, nel ricordo dei tempi felici in cui potevano offrirti da bere.

Come sei invece ignoto a quelli, per cui tutto ciò è stato un affare, che cantando siam tutti fratelli, ti ricordano intorno a un’altare. Come sei certo ignoto alle mani, di quel vivo illustre da bene, che verrà a sputare domani, altri fiori sulle tue catene.»

 

A ricordare la madre dell’Italia, domani sera il lungometraggio-film che andrà in onda in prima serata su Rai Uno, proprio in concomitanza con il centenario. Il progetto vedrà alternarsi filmati appartenenti all’Archivio dell’Istituto Luce, documenti ed altre testimonianze grafiche alla rievocazione della scelta di una donna che avrebbe preferito rimanere sconosciuta e che non vide mai la cerimonia a Roma. Lei, avrebbe voluto rimanere mamma di un figlio vivente: Maria Bergamas.

Graziella Putrino

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