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Immigrazione italiana 1970-1990

59. I numeri raccontano (9)

Chi ha vissuto anche solo una parte degli anni Settanta ricorderà sicuramente il grande fermento che animava l’immigrazione italiana in Svizzera. Poiché dagli anni della crisi della metà del decennio i nuovi arrivi dall’Italia erano inferiori alle partenze, i protagonisti principali del cambiamento erano gli immigrati della prima generazione che avevano deciso di restare, pur con grandi timori ma con molte speranze (cfr. articolo precedente). Si trattava infatti di superare non poche difficoltà e di riorientare l’esperienza migratoria verso l’integrazione per sé e soprattutto per la seconda generazione. Quel periodo della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera merita di essere rievocato con dati e fatti che ne attestino l’importanza decisiva per il resto del suo sviluppo per molti versi interessante e avvincente.

I protagonisti

La svolta avviata dall’immigrazione italiana in Svizzera negli anni Settanta e proseguita nel decennio successivo ha avuto molti protagonisti, di cui si è trattato negli articoli precedenti (ambienti politici, autorità svizzere e italiane, sindacati, Chiese, associazioni, ecc.), ma soprattutto loro, gli immigrati (prima generazione), grandi lavoratori e fiduciosi in un futuro migliore.

Una prima considerazione riguarda la loro scelta coraggiosa di restare in Svizzera, specialmente nella prima metà degli anni Settanta: di fronte alla tentazione di porre fine definitivamente all’esperienza migratoria, spesso con un po’ di disgusto, e rientrare al proprio paese come fecero diverse migliaia di italiani, essi decisero di rimanere, nonostante il clima sociale poco favorevole nei loro confronti e le enormi difficoltà che sapevano di dover affrontare. Si è trattato di una scelta molto coraggiosa, ma motivata da una grande speranza.

Bisogna anche aggiungere che in quegli anni le autorità italiane e le grandi associazioni di immigrati, molto attive e presenti nei decenni precedenti, non offrivano loro il sostegno sperato per impreparazione, impotenza e persino qualche pregiudizio nei confronti del sistema politico, economico, sindacale, sociale, scolastico… svizzero. Quanto era facile la critica del «sistema svizzero», tanto era difficile formulare proposte che non fossero ideologiche, irrealizzabili e spesso percepite dagli svizzeri come «pericolose».

Gli immigrati che avevano deciso di restare dovevano contare soprattutto sulle proprie forze, ma dovevano anche cercare di essere proattivi e cercare ad ogni costo il dialogo e la comprensione reciproca. Le forze trainanti restavano comunque la speranza di un rasserenamento del clima generale e di una ripresa economica, la coesione e il bene della famiglia, la capacità di adattamento dei loro figli al sistema scolastico e professionale svizzero, la disponibilità all’integrazione.

Un atteggiamento proattivo e positivo

Ben sapendo che i problemi non si risolvono scaricando le responsabilità sugli altri, quegli immigrati finirono per convincersi che anch’essi dovevano contribuire maggiormente a trovare soluzioni adeguate ai loro problemi, impegnandosi per esempio a migliorare la propria cultura (e molti conseguirono in quegli anni il diploma di terza media, di cui era privo il 70/80%), imparare la lingua del posto, per raggiungere almeno un livello sufficiente di comunicazione con gli svizzeri, migliorare le proprie competenze professionali.

A quest’ultimo riguardo merita di essere ricordato che nel ventennio in esame non c’era probabilmente in Svizzera alcun italiano immigrato che non sapesse che esisteva in molti centri un’ampia offerta di corsi professionali in grado di assicurare una certa tranquillità occupazionale a chi li avesse frequentati assiduamente fino alla fine. A conoscenza dei cambiamenti in atto soprattutto nel settore industriale (dov’era occupata la maggior parte dei lavoratori italiani) molti ne approfittarono e non ebbero mai a pentirsi degli sforzi fatti. Questa loro tranquillità consentiva loro, fra l’altro, di ispirare fiducia all’intera famiglia e soprattutto ai figli, per i quali non potevano augurare altro che un futuro sicuro e migliore di quello che avevano dovuto affrontare loro quando decisero, pieni di speranza, di emigrare in Svizzera.

Le difficoltà da superare

Per rendersi conto delle difficoltà incontrate dalla prima generazione rimasta in questo Paese dopo gli scossoni degli anni Settanta bisognerebbe anche ricordarne che la xenofobia non era scomparsa. Sebbene gli ambienti xenofobi perdessero consensi nell’opinione pubblica ad ogni votazione, per gli immigrati italiani il clima sociale rimaneva teso e richiedeva grandi sforzi di adattamento e un atteggiamento proattivo per tentare di rompere l’isolamento e cercare il contatto con gli svizzeri sul posto di lavoro e nella vita quotidiana. Alla maggior parte dei lavoratori italiani non bastava risultare ineccepibili sul lavoro, ma aspiravano, giustamente, a una migliore convivenza con più dialogo, conoscenza reciproca, solidarietà.

Una delle maggiori preoccupazioni vissute dalle famiglie degli immigrati italiani negli anni Settanta e Ottanta era l’incertezza del futuro. Anche se man mano che passavano gli anni il sentimento della precarietà diminuiva, l’incertezza non scompariva mai. Essa era legata non tanto al tipo di permesso di soggiorno che si possedeva, quanto piuttosto all’evoluzione dell’economia e del lavoro. Si sapeva che si andava verso attività più esigenti e che in molte aziende s’introducevano nuove tecnologie produttive per cui erano in corso processi di trasformazione e razionalizzazione, che richiedevano meno personale non qualificato.

Questa situazione preoccupava molti lavoratori italiani venuti in Svizzera negli anni Sessanta, ma senza un’adeguata qualifica professionale, come del resto gran parte degli immigrati di quel decennio. Il rischio di perdere il lavoro e di cadere nella disoccupazione era angosciante, anche perché negli anni Settanta non c’era ancora l’obbligo assicurativo contro la disoccupazione. Molti immigrati, tuttavia, approfittando dei numerosi corsi professionali che venivano offerti in molte città svizzere, riuscirono sia pure a costo di grandi sacrifici a garantirsi per sé e per l’intera famiglia un futuro più tranquillo.

Un’altra esigenza che nasceva dal basso in seno alla collettività italiana era la valorizzazione delle donne, che probabilmente portavano il peso più grande dell’isolamento, dell’impreparazione scolastica e professionale, del doppio lavoro, della responsabilità nell’educazione dei figli. Numerose iniziative sorsero per loro e tra loro negli anni Settanta e Ottanta, ma raramente riuscivano nel breve periodo a migliorare sensibilmente la situazione. Fu tuttavia in quegli anni che venne avviato il processo di costante avvicinamento delle donne italiane ai connazionali maschi soprattutto nel campo dell’istruzione, della formazione professionale, del lavoro qualificato, della gestione familiare, del tempo libero, ecc.

La seconda generazione

La seconda generazione, cioè i figli nati in Svizzera o venuti dall’Italia in età prescolastica, hanno costituito certamente la più grande preoccupazione dei loro genitori, la prima generazione. Chi non ha dovuto affrontare da vicino problemi di questo tipo difficilmente può capire le ansie e le inquietudini dei genitori riguardo al futuro scolastico, professionale e sociale dei loro figli in un Paese oggettivamente difficile come questo. Allora «andare a scuola» non era semplice com’è ora. Per i figli degli immigrati le difficoltà erano maggiori perché cominciavano prima.

Trattandosi di un tema vitale per la storia che viene raccontata in questi articoli, si rimanda al prossimo un’analisi più approfondita dei problemi che ha posto la seconda generazione non solo alle famiglie, ma anche alle istituzioni. Qui basta osservare l’entità della seconda generazione nel suo complesso (ossia, alla fine del 1970, ben 151.625 piccoli italiani in età da 0 a 15 anni e 114.171 bambini della stessa età alla fine del 1980, nonostante il saldo migratorio negativo degli italiani in quel periodo) per rendersi conto che gli immigrati degli anni Settanta e Ottanta hanno dovuto affrontare, senza alcuna preparazione specifica, un compito enorme, quello di garantire che i loro figli non seguissero nella maniera più assoluta le loro esperienze di emigrati e che, se mai avessero deciso di restare per sempre in Svizzera, potessero avere una vita meno sacrificata e più dignitosa al pari dei coetanei svizzeri.

In conclusione

Osservando necessariamente in rapida sintesi questo lungo percorso di molti immigrati italiani si resta certo come annichiliti di fronte alle sofferenze fisiche e morali che hanno dovuto subire nel periodo in esame (pur sapendo che i risultati migliori li coglieranno nel periodo successivo), ma si resta anche positivamente sorpresi con quanta forza d’animo hanno affrontato le difficoltà, le paure, il senso di abbandono da parte delle istituzioni e al tempo stesso hanno saputo avvicinarsi con rispetto ma senza soggezione al mondo non sempre ospitale e amico degli svizzeri, hanno fatto sforzi non indifferenti per migliorare i contatti e le proprie capacità professionali, si sono comportati molto normalmente nella vita quotidiana facendosi apprezzare, pur con tante eccezioni, per il loro carattere positivo, l’attaccamento alla famiglia, l’allegria, la cucina, la musica, il modo di vestire, lo stile di vita, ecc.

E’ possibile dimenticare quegli anni, quelle donne e quegli uomini coraggiosi, che sfruttando le circostanze e con l’aiuto di altri protagonisti hanno avviato un processo che porterà alla trasformazione di quel mondo per molti versi criticato e odiato in un mondo non solo di pacifica convivenza ma anche di intensa condivisione e collaborazione?

Giovanni Longu

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