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Costantino Coscia …

... e la metamorfosi di un suo dipinto

Costantino Coscia nasconde qualcosa di irreale nel suo quotidiano, tanto o poco, lo lascio giudicare ai fedeli lettori di questa rubrica dell'Eco.

Il Coscia, un cinquantenne di Treviso ha frequentato con fatica, ma alla fine con degli ottimi risultati soprattutto inerenti alle arti grafiche l'Accademia di Belle Arti di Venezia. Finiti gli studi, dopo un periodo di tempo di alti e bassi “emigrò” a Bologna dove dopo una capziosa selezione venne trovato idoneo per una assunzione nel settore visivo in una ditta di pubblicità.

Quel lavoro con tanto di orari prestabiliti e spostamenti in macchina ripetitivi e soprattutto monotoni, gli toglieva, come dire, l'aria tanto che decise di mettersi in proprio e perciò di campare mettendo in luce le sue indiscutibili, pensava lui, doti di pittore professionista. I suoi lavori, pur non essendo kitsch, erano poco gradevoli e molto impegnati socialmente e perciò difficili nel collocare.

L'anomalia, se poi questo è il termine esatto di quello che il Coscia visse sulla sua pelle consisteva a soldoni in questo: recentemente, a causa dello sciagurato virus che maledettamente ha messo in crisi tutti noi, il suo gruzzolo di anni di risparmi si assottigliò sempre di più. Per questo motivo si conquistò coi denti, in attesa di tempi migliori, una commissione e cioè quella di eseguire un ritratto poi molto riuscito sia nella forma che nel colore e rimase trepidante che il committente, dopo aver saldato senza fiatare un cospicuo conto, se lo avrebbe portato via.

E qui casca, come si suol dire, l'asino. In quel lasco di tempo avvenne qualcosa sia di assurdo che di prodigioso. Mi spiego: agli occhi di Costantino il volto e il resto del corpo di quel personaggio, come nel celebre romanzo “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde all'improvviso erano invecchiati di almeno 15 anni. Quando Costantino lo vide ne rimase completamente scioccato, però poco dopo questo fenomeno si esaurì del tutto.

Il dipinto, rimasto tale e quale, piacque particolarmente al committente che, entusiasta, lo pagò come era stato pattuito e tutto finì “a tarallucci e vino”.

Andrea Pagnacco

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