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Una vita da straniero

Italiano in Svizzera e svizzero in Italia

Si, purtroppo rendersi conto dell’aver trascorso “una vita da straniero” è il destino di tutti gli emigrati! Infatti, nei rispettivi Paesi di emigrazione, noi italiani - anche dopo decenni - per gli autoctoni (ma pure per gli stranieri di altre etnie) siamo e restiamo “italiani”. Ovvero persone piene di difetti dimenticandone i pregi! Anche qui in Svizzera - per esempio - nell’immaginario collettivo abbiamo queste caratteristiche: siamo chiacchieroni e ad alta voce (non per niente gli svizzeri tedeschi, a suo tempo, ci avevano affibbiato il nomignolo dispregiativo, di “tschinkali” dal suono vocale del “cinque” gridato dagli immigrati bellunesi nel gioco della morra che spesso avveniva all’aperto); ci esprimiamo gesticolando, risparmiando la voce oppure per rafforzare quello che diciamo; mangiatori di spaghetti e pizza; bevitori di caffè espresso; mammoni (tanto che circola la nomea che sposando un/a italiano/a si sposa un’intera famiglia); sciupafemmine usa e getta; ritardatari cronici; insofferenti alle regole, nonché (ovviamente) mafiosi; ecc. ecc..

Poi rientriamo in vacanza – nei nostri rispettivi luoghi di origine e per tutti (familiari, parenti, amici, conoscenti e conterranei) diventiamo gli “svizzeri”, ahinoi! Soprattutto quando osiamo criticare certi comportamenti e situazioni per noi inusuali, dopo una gran parte della nostra vita trascorsa in questo Paese. Per esempio, come accaduto al sottoscritto, mai abbondare nelle critiche vedendo: i tanti (troppi) proprietari degli amici a quattro zampe (una moda esplosa negli ultimi tempi – anche se negata dai diretti interessati - come difesa casalinga contro i ladri e come “dogpass” per uscire di casa ai tempi del “lochdown” per il covid) che molto spesso fanno finta di non vedere il loro cane lasciare “tracce” del loro passaggio sui marciapiedi o nelle aiuole; le erbacce incolte nelle aiuole pubbliche ed ai lati delle strade che si “mangiano” l’asfalto; la segnaletica stradale orizzontale che va immaginata e quella verticale scrostata o seminascosta dagli arbusti o dalle siepi; ai bordi delle strade cartelli, che segnalano lavori in corso e limiti di velocità, dimenticati per settimane dopo la fine dei lavori; auto parcheggiate dove è più comodo fregandosene se sono d’intralcio al traffico attivando, spesso, le quattro frecce; uffici postali che ormai si dedicano a vari servizi - dalla telefonia a quelli bancari e assicurativi – trascurando, tuttavia, quella che dovrebbe essere la loro principale attività ovvero la spedizione e la consegna della posta, così accade che le bollette da pagare arrivino dopo la loro scadenza oppure che lettere spedite contemporaneamente da Catania una a Zurigo e l’altra a Lucca arrivino, la prima, dopo tre (3) giorni e, la seconda, dopo venticinque (25) giorni; moto ed auto che, impunemente, sfrecciano rumorosamente e ad altissima velocità nei centri abitati specialmente nelle ore notturne infischiandosene dei limiti di velocità.

E qui mi fermo, con gli esempi, per amor di patria. Bene, far osservare tutto questo ai nostri interlocutori significa, in automatico, sentirsi dare dello “svizzero” e, qualche volta, seguito pure dall’invito a tornarsene in Svizzera. Salvo poi che, magari, gran parte di quelle stesse persone notano e criticano anch’esse quelle situazioni - sia pure con rassegnazione - come se nel Belpaese non ci fosse alcuna soluzione per porvi rimedio. In conclusione tra le tante situazioni negative che si porta dietro l’emigrazione vi è anche quella che il destino riserba all’emigrato una vita da straniero ovunque si trovi perfino…. in patria!

Dino Nardi

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