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Trattato consolare in Svizzera

Tra il dire e il fare c`è di mezzo il mare

La settimana scorsa abbiamo visto cosa dice il trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia concluso il 22 luglio 1868. Leggendo il testo di questo trattato si ha quasi l’impressione che si tratti di un accordo sulla libera circolazione frutto delle trattative degli anni 90 del secolo scorso. Invece no, il testo e di transenna l’accordo risale ad un secolo prima. Si tratta quindi di un trattato che ha superato due guerre mondiali e un periodo di lunga immigrazione.

Premetto che quanto scriverò, riguarda solo l’opinione del sottoscritto e in nessuna maniera vuole essere o rappresentare l’opinione della redazione de l’Eco.

Mi ricordo, quando ero ancora un ragazzino (fine anni 60 e inizio anni 70) dell’immigrazione italiana nel mio paese. Senza voler entrare nei dettagli delle innumerevoli vessazioni, ostacoli, ecc a cui gli immigrati sono stati sottoposti, mi chiedo oggi, se questo trattato ha mai giocato un ruolo e espletato tutti gli effetti che le sue belle parole nonché propositi si prefiggevano.

Alcuni di voi avranno sicuramente provato sulla loro pelle cosa voleva dire immigrare negli anni 60 e 70. Immigrazione quella degli anni indicati che la Svizzera ha voluto anche perché in un periodo di boom economico e d’investimenti strutturali (gallerie, autostrade, dighe, ecc..) le competenze che il mio paese non aveva le cercava all’estero. Che poi oggi tutto sia rientrato entro gli schemi di una convivenza più o meno civile tra “cugini” non può che rallegrare.

Resta pero' al sottoscritto l’amaro in bocca per un trattato forse mai applicato effettivamente come il suo spirito voleva.

Ho provato pure io, nel mio piccolo, ad emigrare verso altri lidi (3 anni in Venezuela e 2 anni a Panama). Emigrazione, la mia, non certo paragonabile a quella degli anni indicati, ma pur sempre emigrazione in un paese che non è il tuo, con altri usi ed altri costumi. Questo mi ha per lo meno insegnato ad adattarmi, perché l’ospite ero io e non loro e a seguire le regole del posto. Anche da studente universitario e poi da lavoratore l’ho fatto soggiornando, nel mio paese, prima a Ginevra per quattro anni e poi a Zurigo per diciotto anni. Anche in questi casi ti devi adattare e accettare quegli usi e quei costumi che non necessariamente sono i tuoi. Non vi è niente di più bello di riuscire a vivere come chi ti ospita. Intendiamoci bene, io non sarò mai uno svizzero francese o uno svizzero tedesco, ma per poter semplicemente vivere in armonia ho dovuto fare delle concessioni.

Concessioni e rinunce che niente hanno a che vedere con quelle degli immigrati degli anni 60 e 70 che per un posto di lavoro e in definitiva per poter vivere, hanno dovuto lasciare la loro terra, i loro ricordi, il loro mondo per raggiungere la “terra promessa” che peró non parlava italiano e  nemmeno tedesco ma un dialetto ai più sconosciuto.

Se cerco di mettermi nei panni di quegli emigranti riportando la mia memoria a quegli anni, il trattato di cui vi ho elencato i principali articoli settimana scorsa, manco esisteva. Come la mettiamo ad esempio con i differenti tipi di permessi che la Svizzera richiedeva e ha imposto leggendo questo semplice passaggio del trattato:

Di conseguenza, i cittadini, di ciascuno dei due Stati, non meno che le loro famiglie, quando si uniformino alle leggi del paese, potranno liberamente entrare, viaggiare, soggiornare e stabilirsi in qualsivoglia parte dei territorio, senza che pei passaporti e pei permessi di dimora e per l’esercizio di loro professione siano sottoposti a tassa alcuna, onere o condizione fuor di quelle cui sottostanno i nazionali.

Vero è pure che il trattato è molto ambiguo.. Riprendendo il passaggio citato si nota che la libertà di entrare, soggiornare e stabilirsi in qualsivoglia parte del territorio è preceduta “dall’obbligo di uniformarsi alle leggi del paese” e quindi ai permessi e alle restrizioni. In pratica una frase annulla gli effetti dell’altra.

Da svizzero e da figlio d’immigrati sono comunque contento che le cose siano cambiate e molte aberrazioni imposte dal mio paese a chi arrivava, per fortuna, non esistano più. Auguro come mia abitudine una buona settimana a tutti i lettori de L`Eco.

Mauro Trentini

 

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