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Immigrazione italiana 1970-1990

57. I numeri raccontano (7a parte)

La clamorosa bocciatura dell’iniziativa popolare Mitenand/Essere solidali (1981) è stata considerata spesso come il rifiuto del popolo svizzero di una politica immigratoria nuova, più umana, più rispondente agli interessi degli immigrati e anche più giusta. In realtà, nemmeno il Consiglio federale metteva in dubbio la necessità di un cambiamento nella normativa e nella politica concernenti gli stranieri, ma erano forti le divergenze riguardanti le basi del cambiamento, i contenuti e i tempi di attuazione. Per i sostenitori dell’iniziativa bisognava introdurre nella Costituzione una modifica che consentisse al Governo e al Parlamento di attuare in tempi ravvicinati e in parte subito i cambiamenti chiesti. Al Governo, che considerava alcuni di essi come «pretese esorbitanti», sembrava invece prioritario proseguire la politica di stabilizzazione avviata nel 1970, che stava già dando i suoi frutti e introdurre alcuni miglioramenti importanti attraverso una nuova legge sugli stranieri già in fase di messa a punto. Il popolo svizzero preferì seguire il punto di vista del Governo. Fu un errore?

Necessità del cambiamento

La necessità del cambiamento era nelle cose: i lavoratori stranieri si fermavano sempre più a lungo in Svizzera rispetto all’immediato dopoguerra e la tipologia degli immigrati stava rapidamente cambiando perché l’economia li richiedeva più qualificati; i loro bisogni individuali, familiari e sociali erano cresciuti e richiedevano risposte adeguate; il popolo svizzero aveva dimostrato a più riprese di non volere misure drastiche antistranieri, ma nemmeno un’immigrazione incontrollata; il Governo, che intendeva proseguire la politica di stabilizzazione, era anche deciso ad apportare gradualmente miglioramenti alle condizioni degli stranieri residenti utilizzando gli strumenti legislativi e amministrativi disponibili; l’economia, soprattutto dopo la crisi economica e la politica restrittiva del governo sull’entrata di nuovi lavoratori, era ormai orientata a modernizzare le tecniche di produzione e a razionalizzare il personale anche con l’accordo dei sindacati.

Nei confronti degli stranieri residenti, gli ambienti politici, economici, sindacali ed ecclesiali interessati ritenevano urgente e necessario cercare di diminuire il disagio sociale vissuto dagli immigrati, anche perché, sul finire degli anni Settanta, dopo la crisi, gli stranieri rimasti e soprattutto gli italiani, venivano percepiti sempre più come essenziali all’economia e una componente strutturale della società.

Già nel 1964, in un messaggio all’Assemblea federale, il Consiglio federale aveva invitato i rappresentanti del Popolo svizzero a rendersi finalmente conto che i lavoratori stranieri «sono diventati ormai un fattore irrinunciabile della nostra vita economica» e pertanto «la nostra futura politica dell'immigrazione non potrà limitarsi alla funzione negativa di frenare l'entrata di nuovi lavoratori, ma dovrà assumersi anche la funzione positiva di facilitare il mantenimento e l'assimilazione della manodopera idonea». In questa ottica era stato concluso tra la Svizzera e l’Italia il nuovo accordo migratorio del 1964.

Perché il Governo contestava in generale l’iniziativa Mitenand

Il Consiglio federale, che era istituzionalmente l’organismo più idoneo e rappresentativo per recepire gli interessi dell’economia e le esigenze dei cittadini, già dalla metà degli anni Sessanta aveva individuato una politica migratoria, incentrata sulla riduzione e la stabilizzazione della manodopera straniera, che sembrava ben conciliare le aspettative di entrambe le parti. Se l’iniziativa Mitenand fosse stata approvata, secondo il Governo tale politica sarebbe stata compromessa e avrebbe scontentato verosimilmente sia gli ambienti economici che i cittadini svizzeri.

Il Governo ne era talmente convinto che sembra abbia chiesto ripetutamente agli autori dell’iniziativa di ritirarla prima di sottoporla al voto popolare; diversamente avrebbe suggerito ai votanti di respingerla. E’ probabile che la convinzione del Governo derivasse anche dalla presunzione di avere una sorta di asso nella manica perché stava elaborando una nuova legge sugli stranieri in cui riteneva che fossero meglio tutelati sia gli interessi degli stranieri che quelli dei cittadini svizzeri.

Il Consiglio federale non si limitava a contestare l’iniziativa nella sua impostazione generale, ma ne criticava alcuni punti in particolare che considerava «pretese esorbitanti». Vale la pena di seguito indicarne alcune perché di grande utilità per la comprensione della politica migratoria svizzera, soprattutto nei confronti degli italiani.

I punti più controversi

Nelle numerose analisi dell’esito della votazione sull’iniziativa Mitenand il punto più controverso è stato individuato nella richiesta di sopprimere lo statuto dello stagionale. Non credo che per i votanti questo statuto rappresentasse un ostacolo insormontabile, ma per il Governo la richiesta di abolirlo ha rappresentato sicuramente un motivo di rifiuto. La sua abolizione avrebbe creato enormi difficoltà non solo ad alcuni rami importanti dell’economia (basti pensare all’edilizia, all’agricoltura, ad alcuni comparti del ramo alberghiero e della ristorazione), ma anche alla stessa Confederazione nel suo ruolo di garante del mercato del lavoro e della «comune prosperità».

Altri punti decisivi dell’opposizione del Governo all’iniziativa erano la richiesta di accordare agli stranieri la libertà di domicilio, la libera scelta del posto di lavoro, il diritto al rinnovo del permesso di dimora sin dall’inizio della loro residenza in Svizzera, il ricongiungimento familiare, l’obbligo per la legislazione di considerare «in ugual misura gli interessi degli svizzeri e degli stranieri», ecc. Nessuno di questi punti si conciliava con la legislazione vigente e nemmeno con quella che il Consiglio federale stava preparando. In breve, l’iniziativa appariva al Governo incompatibile con l’attuale politica di stabilizzazione e con il disegno di legge sugli stranieri in preparazione.

Il punto di vista del Consiglio federale

Il Consiglio federale era evidentemente convinto di svolgere bene il suo ruolo nella nuova politica immigratoria, ma non negava che fossero possibili e anzi auspicabili cambiamenti per assicurare agli stranieri migliori condizioni di vita e di sviluppo personali e familiari. A differenza degli autori dell’iniziativa Mitenand riteneva tuttavia che i cambiamenti si potessero e dovessero attuare nel quadro costituzionale attuale.

I cambiamenti che il Consiglio federale intendeva apportare alla legislazione sugli stranieri non dovevano stravolgere il quadro giuridico fondamentale previsto dalla legge federale sugli stranieri del 1931. Per esempio, il principio che lo Stato in tempi di crisi deve garantire la priorità dell'impiego alla manodopera indigena era insuperabile. In questo campo, l’assoluta parità tra cittadini e stranieri chiesta dall’iniziativa appariva priva di senso. «D’altra parte - scriveva il Consiglio federale in un Messaggio - non si può dimenticare che la protezione prioritaria della manodopera indigena è un principio valido ugualmente in altri Paesi, anche con una proporzione di stranieri molto inferiore».

Il Consiglio federale appariva invece più flessibile su altri punti quali il ricongiungimento familiare e persino lo statuto dello stagionale. Nel disegno di legge in preparazione era previsto, per esempio, che il dimorante (annuale) potesse far venire in Svizzera il coniuge e i figli minorenni già dodici mesi dopo il suo arrivo, purché dimostrasse di avere un’attività sufficientemente stabile e disponesse di un alloggio familiare conveniente. In casi particolari il termine avrebbe potuto essere addirittura ridotto o annullato del tutto.

Quanto allo statuto dello stagionale, pur considerandolo al momento insopprimibile, il Consiglio federale era fortemente intenzionato a riservarlo esclusivamente ad attività davvero stagionali, in modo da eliminare gli abusi dei «falsi stagionali».

Fu davvero un errore respingere l’iniziativa?

Come noto, seguendo l’invito del Consiglio federale, il popolo svizzero ha respinto clamorosamente l’iniziativa Mitenand, ritenendola inadeguata ad eliminare il disagio degli stranieri e la difficile convivenza con gli svizzeri. A questo punto, per rispondere alla domanda iniziale se sia stato un errore seguire il punto di vista del Governo si sarebbe tentati di dire NO perché soprattutto alcune richieste dell’iniziativa apparivano irrealizzabili, la politica di stabilizzazione stava dando i suoi frutti, le promesse del Governo lasciavano ben sperare.

E’ tuttavia possibile rispondere anche , alla luce della bocciatura nel 1982, sia pure per una manciata di voti, della nuova legge federale sugli stranieri, perché le due bocciature (a cui hanno contribuito anche le organizzazioni degli stranieri (italiani), come si vedrà in seguito) hanno lasciato la situazione invariata, rallentando gravemente tutti i miglioramenti auspicati e il processo integrativo avviato nel 1970. Accettando l’iniziativa e introducendo magari successivamente qualche correttivo, i cambiamenti sarebbero arrivati probabilmente prima. (Segue)

Giovanni Longu

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