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Immigrazione italiana 1970-1990

56. I numeri raccontano (6a parte)

Nel precedente articolo, alla domanda «Perché dopo il 1970 l’immigrazione non s’interruppe?» la risposta è stata che «evidentemente il clima generale dava segni di miglioramento, la paura diminuiva, le tensioni tra svizzeri e stranieri sembravano attenuarsi e, soprattutto nelle grandi città, alcune iniziative cercavano di favorire il dialogo e la comprensione reciproca». Gran parte del merito del cambiamento veniva attribuito al popolo svizzero che respingeva sistematicamente in votazione popolare le iniziative xenofobe e auspicava sempre più una convivenza più serena e collaborativa con gli stranieri. Il merito va tuttavia esteso anche ad altri protagonisti, che meritano di essere ugualmente presi in considerazione, in questo e nel prossimo articolo.

Il ruolo delle Chiese svizzere

Tra le istituzioni che cercavano di comprendere meglio il fenomeno migratorio e di venire incontro alle esigenze degli stranieri c’erano le Chiese svizzere, specialmente quella cattolica e quella protestante. Di esse si parla poco, perché anche molti studiosi ignorano il ruolo che hanno svolto soprattutto negli anni Settanta, quando la religione era ben più presente di oggi nella sfera pubblica. Nel 1970 oltre il 97 per cento della popolazione residente era cristiana (47,8% protestante e 49,4% cattolica) e solo l’1,1 per cento si dichiarava senza alcuna appartenenza religiosa. Le parrocchie erano importanti centri d’influenza.

L’immigrazione italiana e spagnola avevano sconvolto il paesaggio religioso tradizionale, incrementando non solo la statistica dei cattolici a scapito di quella protestante, ma pure l’edilizia religiosa per dar modo anche ai cattolici di svolgere i loro riti e animare le loro comunità in edifici accoglienti e capienti. Non tutti i fedeli seguivano le parole d’ordine dei loro vescovi, ma queste erano sicuramente seguite da molti e avevano un peso nell’opinione pubblica.

Alla vigilia della votazione sull’iniziativa Schwarzenbach del 1970, le Chiese svizzere erano intervenute con un Memorandum per denunciare l’aumento delle manifestazioni e azioni di stampo razzista e il rischio di «distruggere la pace tra uomini e donne di origini diverse». Il documento richiamava l’attenzione anche su alcuni elementi che stavano alla base della xenofobia, per esempio una « crescente insicurezza», «qualità di vita in regresso», «paura del futuro», l’uso corrente di «espressioni squalificanti quali “espulsione”, “asilante”, “rifugiato per motivi inesistenti o economici”» e simili. Per superare la xenofobia e le sue cause, le Chiese invitavano le autorità politiche a impegnarsi maggiormente con «misure concrete nel campo dell’istruzione e della formazione e pure nella politica sociale, economica e dello sviluppo».

Già nel 1965, in un intervento alla Camera dei deputati, l’onorevole Mario Toros, sindacalista democristiano, aveva elogiato l’impegno dei vescovi cattolici svizzeri per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sui problemi degli emigrati. In una lettera pastorale avevano posto in modo chiaro e coraggioso ai cattolici svizzeri «problemi dei quali nemmeno i sindacati italiani hanno ritenuto di prospettare in termini espliciti la soluzione. Non dobbiamo quindi generalizzare e ritenere che i nostri lavoratori non possano contare in territorio elvetico su forti correnti di opinione a loro favorevoli».

Tra gli stranieri erano particolarmente attive le numerose Missioni cattoliche italiane (MCI) che garantivano specialmente nelle grosse agglomerazioni urbane non solo assistenza spirituale, ma anche assistenza sociale sia ai nuovi immigrati che a quelli residenti. Per decenni le MCI sono state il principale centro di accoglienza e di aggregazione degli immigrati italiani. Spesso, infatti, erano anche veri e propri centri sociali in cui si svolgevano numerose pratiche burocratiche e in cui, soprattutto, era possibile sviluppare una certa vita sociale (incontri, feste), scolastica (asili nido, scuole per bambini, corsi per adulti, ecc.), culturale (conferenze, cinema, teatro, musica, ballo, ecc.), associativa (nascita di associazioni, club sportivi). Ancora oggi, le MCI sopravvissute alla diminuzione dell’immigrazione italiana, sono importanti centri di aggregazione sociale.

Centri di contatto e commissioni comunali per gli stranieri

Fin dal 1970, quando si capì che l’integrazione degli stranieri non poteva essere solo un compito politico della Confederazione, ma doveva trovare stimoli e concretezza soprattutto nei Cantoni e nelle Città, cominciarono a sorgere, dapprima nei grandi Centri e poi anche in molti minori, associazioni, gruppi, comunità di lavoro e veri e propri Centri di contatto svizzeri-stranieri, che idealmente dovevano favorire il dialogo, la conoscenza reciproca, la diffusione della traduzione simultanea negli incontri con le autorità, la realizzazione di iniziative comuni, il superamento del disagio sociale degli stranieri.

Nel 1978, in un Messaggio a sostegno di un disegno di legge sugli stranieri, il Consiglio federale scriveva: «Si devono dunque offrire agli stranieri possibilità di formazione linguistica e professionale e fare in modo ch'esse siano veramente sfruttate; mediante appropriate misure, si deve fare in modo che gli stranieri possano far valere i diritti loro riconosciuti dal nostro ordinamento giuridico, segnatamente nei campi del diritto del lavoro e della sicurezza sociale. I fanciulli e gli adolescenti devono fruire di possibilità di formazione e di sviluppo corrispondenti alle loro attitudini. Le famiglie devono poter beneficiare, oltre che di un alloggio conveniente, di aiuti e consigli, soprattutto nei primi tempi, visto che spesso ignorano le nostre lingue e le nostre abitudini».

Chi ha vissuto quegli anni ricorda certamente l’entusiasmo con cui i Centri di contatto svolgevano i loro compiti, producevano in varie lingue utili informazioni, organizzavano corsi linguistici, supportavano con interpreti incontri tra genitori e insegnanti, mediavano le esigenze degli stranieri con le amministrazioni comunali, ecc. Purtroppo non era sempre facile coinvolgere gli adulti stranieri perché ciò presupponeva almeno una conoscenza di base della lingua locale, l’interesse al dialogo costruttivo e un minimo di competenza nelle materie trattate. Nei Centri dove queste difficoltà erano state superate i risultati non tardarono ad arrivare.

Alcuni di questi Centri si trasformarono o diedero ampio supporto alle Commissioni comunali degli stranieri. In qualche Città, per esempio a Berna, negli anni Ottanta si riuscì a far partecipare in Commissioni scolastiche ufficiali rappresentanti di genitori stranieri non eletti, benché senza diritto di voto. Per agevolare l’inserimento scolastico dei bambini stranieri si riuscì a dar loro la possibilità di frequentare gli asili nido per due anni invece di uno (com’era allora la norma). In quegli anni cominciarono a diffondersi anche le biblioteche popolari, i doposcuola, l’aiuto a fare i compiti per i bambini con maggiori difficoltà, ecc.

Apertura moderata alle esigenze degli stranieri

I primi successi della politica svizzera di stabilizzazione e integrazione della popolazione straniera, gli interventi delle Chiese che denunciavano la xenofobia e richiamavano le autorità a intraprendere azioni concrete in campo sociale e formativo e le attività sul terreno dei Centri di contatto sono certamente passi importanti nel processo integrativo degli stranieri nel periodo in esame (1970-1990).

Essi non devono tuttavia indurre a immaginare che la Confederazione stesse operando una svolta radicale nella sua politica immigratoria degli ultimi decenni. Non si trattava infatti né di una sorta d’inversione di rotta né di un ritorno a un passato remoto in cui vigeva una sorta di libera circolazione delle persone (quando fu sottoscritto tra la Confederazione Svizzera e il Regno d’Italia il Trattato di domicilio e consolare del 1868), ma di un’apertura moderata alle esigenze degli stranieri e della correzione di alcuni obiettivi e strumenti per raggiungerli, senza stravolgere i principi fondanti introdotti nella legge organica sugli stranieri del 1931, entrata in vigore il 1° gennaio 1934.

La prova di quanto appena affermato fu data dalla clamorosa bocciatura dell’iniziativa popolare denominata «Mitenand»/«Essere solidali», lanciata come reazione alle iniziative xenofobe da un movimento cattolico e sottoposta al voto popolare il 5 aprile 1981. L’iniziativa fu respinta dall’83,8 per cento dei votanti (poche iniziative popolari nella storia della moderna Confederazione furono respinte con altrettanta chiarezza).

Le ragioni della bocciatura, su cui si ritornerà nel prossimo articolo, furono essenzialmente due: da una parte le richieste della Mitenand erano ritenute pericolose e inaccettabili (abolizione dello statuto dello stagionale, diritto al rinnovo del permesso di dimora, ricongiungimento con le famiglie, la libera scelta del posto di lavoro e altro ancora), dall’altra apparivano più credibili i successi della nuova politica immigratoria del Consiglio federale e le promesse di ulteriori miglioramenti (grazie a una nuova legge in preparazione) apparivano credibili.

Giovanni Longu

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