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La verità…?

Care lettrici e cari lettori,

Era il 1966 e Caterina Caselli, a 20 anni, si lanciava in un mondo che rivendica da sempre la «verità», ma al contempo la rifiuta, la nasconde, la corrompe. La teme.

«C’è già tanta gente che ce l’ha su con me, chi lo sa perché?

Ognuno ha il diritto di vivere come può

La verità ti fa male, lo so

Per questo una cosa mi piace e quell’altra no.»

É una strofa della canzone cult «Nessuno mi puo` giudicare».

Quante volte ci è capitato di dare più di un significato ad una canzone? Di riascoltarlo più volte e cogliere una sfumatura diversa? Quante volte ci è sembrato che una canzone parlasse di noi già dal primo ascolto?

Quante volte, nel nostro quotidiano, nel nostro piccolo, nel privato e nel professionale, siamo alla ricerca di verità.

La riflessione sul concetto di verità resta molto comune anche al di fuori degli ambienti prettamente filosofici. Sarà capitato a tutti di assistere a un dibattito e di domandarsi quale posizione fosse quella vera. In generale, quando abbiamo qualche incertezza su una determinata affermazione, non stiamo facendo altro che chiederci se sia vera o meno. Ma data l’enorme quantità di cose che oggi vengono spacciate per vere anche quando palesemente non lo sono, sembra imprescindibile tornare a riflettere sul tema della verità. Si tratta di una tematica antica quanto la filosofia, ma negli ultimi anni sta ritornando attuale, principalmente per motivi sociopolitici e giornalistici.

Effettivamente sembra difficile pensare a un’affermazione che si riferisca a un solo e unico fatto. Ad esempio: la verità dell’affermazione “la seconda guerra mondiale è iniziata nel 1938”, fa riferimento a molti fatti contemporaneamente, come: l’invasione della Polonia, le dichiarazioni di guerra ufficiali, gli scontri armati e via dicendo.

Diventa complicato capire qual è il singolo fatto che renderebbe quell’affermazione vera. Anche per questa ragione si è molto criticato l’uso del termine “fatto” per indicare la realtà.

Che cos’è un fatto? Quanti fatti ci sono al mondo? Come possiamo parlare di fatti se non sappiamo descriverli? Da quale prospettiva?

Un famoso aforisma di Nietzsche recita: «Non esistono fatti, solo interpretazioni», indicando che la strada più praticabile sarebbe quella del relativismo assoluto su ogni descrizione di una situazione accaduta.

Quest’asserzione è in parte e in un certo senso veritiera, in quanto qualsiasi fatto che accade nel mondo, noi in quanto esseri umani non ce lo rappresentiamo in maniera completamente pura e oggettiva, ma la sua rappresentazione è influenzata sia dalle nostre modalità cognitive, sia dai nostri pregiudizi, idee, aspettative, desideri e manipolazioni multiple.

In un’altra prospettiva, può essere intesa come una provocazione al fine dal mettere in guardia dallo stare bene attenti a non distorcere i fatti, a leggerli ad esempio in maniera più possibile obiettiva , completa e da ogni punto di vista.

Una lettura invece in senso completamente relativistico che dice che realmente non si possa essere scientifici riguardo ai fatti e che quindi ogni opinione vale l’altra, credo sia invece fuorviante,anche se si noti che probabilmente Nietzsche la intendeva proprio in senso anti-realistico radicale, nel senso che non ci sono verità ma solo interpretazioni, ed i criteri per privilegiare un’interpretazione rispetto ad un’altra sono quelli in dicotomia: forte/debole, sano/malato e via dicendo.

Il significato di quest’aforisma di Nietzsche è da intendere più come una provocazione e come un avvertimento, un qualcosa su cui riflettere…?

Quindi i fatti e le verità scientifiche ci sono, anche se effettivamente non sono mai completamente puri. Un fatto è in realtà, in senso pratico cio’ che ha un grado elevatissimo di probabilità di esserlo veramente. Certo sembra che non si possa essere mai sicuri di niente: ma alcune cose sono altamente probabili, credibili e fondate, mentre altre non lo sono..!

Il filosofo tedesco Martin Heidegger è l’autore di uno dei più radicali cambiamenti di prospettiva sul tema della verità. Nella visione heideggeriana la verità non deve più essere intesa come una determinata proprietà che lega il linguaggio alla realtà. Piuttosto bisogna considerare il vero nella sua esperienza totalizzante, esperire in prima persona la verità.

Il lavoro di Heidegger è anzitutto un lavoro sull’etimologia del termine “verità”. La parola greca è a-letheia. Il trattino è obbligatorio per sottolineare il focus sull’alfa privativa, che porta a intendere il termine come “ciò che non è nascosto”, o meglio, “ciò che è dis-velato”. La verità, dunque, non è altro che il disvelamento dell’essere che si dischiude all’uomo.

Secondo Heidegger per comprendere bene la verità dobbiamo riflettere sull’uso di questa parola: la verità non è una corrispondenza tra linguaggio e realtà, la verità non si “trova”, ma si svela all’uomo.

Chiaramente l’approccio di Heidegger è molto diverso da quello formale che intende comprendere la nozione di verità; eppure ci fa riflettere sull’aspetto più importane del concetto.

Non significa che non è possibile ricercare una definizione più concreta e sistematica della nozione di verità. Ci fa capire, piuttosto, che la verità è molto difficile da intrappolare in uno schema rigido di definizioni e teorie, dal momento in cui siamo perennemente immersi nell’idea che qualcosa sia vero o falso.

E, nessuna riflessione a riguardo può fare a meno di confrontarsi con questo aspetto cruciale della verità.

Quando, apparentemente, da un nome quasi scommettiamo sulla vericità delle origini, senza esitare un attimo, soffermandoci con la dovuta attenzione, scopriamo che la nostra interpretazione soggettiva non corrisponde ai fatti. Un esempio attuale?

Maria Angelita Ressa. Un nome che rappresenta il Grande Giornalismo. Un nome che difende il Giornalismo Investigativo. Un nome che ora innalziamo, ma che è stato linciato da molteplici settori. Una Giornalista che ha rischiato con la sua vita.

La lettura, o la pronuncia di questo nome, potrebbe dirottarci. Di primo acchito, ci sembra legittimo interpretare questo nome come italiano. Quindi di concludere che si tratti di una giornalista italiana.

La giornalista Maria Ressa, nome per la stampa, è paladina della libertà di stampa nelle Filippine, della sua patria. Ressa e il suo sito Rappler sono stati presi di mira dalle autorità filippine per le denunce di violazioni dei diritti umani durante la «guerra alla droga» che ha fatto più di 6 mila vitttime e in altri casi di corruzione. La pluripremiata giornalista, inserita tra le «Persone dell’anno» dalla rivista Time nel 2019, è stata arrestata e rilasciata due volte per presunta frode, evasione fiscale e «cyber-diffamazione», nel tentativo di revocare a Rappler la licenza.

In tutto questo tumulto due anni fa è stata legalmente difesa da un’altra celebrità, Amal Clooney.

La filippina Maria Ressa, cofondatrice del sito investigativo «Rappler» e il caporedattore del giornale russo di inchiesta Novaja Gazeta per cui scriveva Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006, sono stati insigniti del Premio Nobel per la Pace 2021 l’otto ottobre scorso.

Quanti giornalisti hanno perso la vita nell’intento di svelare la verità?

La verità…

Graziella Putrino

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