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La piaga dei lavoratori poveri

Anche chi è occupato rischia di cadere in povertà

Non a caso, proprio di recente, si è ripreso a parlare di salario minimo legale anche nell’ottica di tutelare i cosiddetti “lavoratori poveri”, ovvero quei lavoratori che non guadagnano abbastanza da superare la soglia della povertà. Ma chi sono e come possiamo definire la povertà da lavoro?

Quando si parla di povertà solitamente si assume che dipenda principalmente dalla mancanza di lavoro. Negli ultimi anni, però, un numero crescente di studi ha provato che anche chi è occupato rischia di cadere in povertà in ragione di redditi da lavoro particolarmente limitati.

Nella letteratura economica e sociologica sono numerosi i tentativi di misurare il fenomeno Si utilizza di norma la definizione di “in-work poverty” di Eurostat, secondo cui sarebbero in questa condizione i lavoratori – e sono considerati tali coloro che risultano occupati per almeno sette mesi all’anno – che godono di un reddito familiare inferiore al 60 per cento della mediana del reddito disponibile equivalente (calcolato su base familiare). In base a tale indicatore, in Italia nel 2019 era “lavoratore povero” l’11,8 per cento dei lavoratori; la media europea è quasi 3 punti percentuali più bassa!

Sebbene la povertà sia un fenomeno valutato perlopiù a livello familiare, vari studi si pongono l’obiettivo di indagare quanti sono i lavoratori (e quali le loro caratteristiche) che, se dovessero vivere unicamente del proprio salario, rischierebbero di ritrovarsi in uno stato di indigenza. Ci sono due diversi aspetti che influenzano la povertà da lavoro individuale: il basso livello delle retribuzioni per alcuni lavoratori e la ridotta intensità occupazionale, sia in termini di ore lavorate sia in termini di mesi di occupazione.

I dati utilizzati sono quelli degli archivi amministrativi Inps dei dipendenti privati (che coprono il periodo 1990-2017), dei collaboratori (1996-2017), dei professionisti (2000-2017) e dei domestici (1990-2017). Il dataset così costruito esclude quindi, sostanzialmente, solo i dipendenti pubblici (categoria all’interno della quale non dovrebbero essere numerosi i lavoratori poveri, a parte alcune figure professionali con contratti molto intermittenti), e gli artigiani, commercianti e agricoli (categorie il cui reddito riportato negli archivi amministrativi è spesso distorto dai minimali contributivi e da accentuate sottostime). Si esclude, inoltre, chi nell’anno supera i 65 anni di età. Il numero totale di lavoratori osservati è di 10,5 milioni nel 1990, che diventano circa 16 milioni nel 2017. La banca dati è la più ampia mai utilizzata per studiare il fenomeno delle basse retribuzioni e della povertà da lavoro in Italia.

Uno dei cambiamenti più rilevanti riguarda il numero di lavori svolti dal singolo lavoratore: se nel 1990 quasi l’87 per cento dei lavoratori aveva un unico lavoro durante l’anno, nel 2017 la percentuale si riduce al 79 per cento, denotando un rilevante aumento della frammentazione lavorativa negli ultimi trent’anni. 

A causa della stagnazione dei salari, la soglia di povertà relativa si è ridotta nel periodo di osservazione, raggiungendo i 10.837 euro annuali e 972 euro mensili nel 2017. Quanto alla povertà assoluta, le soglie definite dall’Istat per i singoli individui nelle diverse macro-aree italiane nel 2017 oscillavano tra i 771 euro al Nord, i 740 al Centro e i 584 al Sud.

Inoltre, si osserva un trend crescente nel tasso di povertà da lavoro: dal 26 per cento nel 1990 al 32,4 per cento nel 2017 nel caso della povertà relativa calcolata sui salari annui, con un quadro simile quando si usa la soglia assoluta. Quali sono le ragioni dell’incremento nel tempo del numero dei poveri da lavoro in Italia? Sul versante retributivo, ha inciso il cambiamento nella struttura occupazionale avvenuto negli ultimi trent’anni con la crescita di settori dal lavoro “semplice”, come quello dei servizi turistici e alle famiglie, nei quali la retribuzione non è sufficiente per uscire dalla spirale della povertà. Inoltre, vanno considerate le numerose riforme di deregolamentazione contrattuale che hanno permesso la moltiplicazione delle tipologie di contratti atipici e, sovente, precari. Per quanto concerne i tempi di lavoro, sulla “working poverty” ha inciso la forte diffusione del part-time. Circa il 30 per cento dei lavoratori nel 2017 è part-time, secondo i nostri dati; il valore è quasi triplicato rispetto ai primi anni Duemila. Anche le riforme del mercato del lavoro (pacchetto Treu, legge Biagi, Jobs act) hanno contribuito a moltiplicare le figure contrattuali ibride, tutte pericolosamente tendenti a non stabilire un orario di lavoro che assicuri un salario soddisfacente. Al riguardo, è significativo il mancato aumento delle ore lavorate dopo la crisi finanziaria malgrado la risalita seppur lieve dell’occupazione (trainata, quindi, dal tempo determinato e dal part-time). I risultati dell’analisi descrittiva mostrano che è urgente dedicare attenzione alla qualità del lavoro e ai salari, in particolare di donne, giovani e lavoratori del Mezzogiorno.

In questo contesto si inserisce il recente dibattito sul salario legale minimo orario e la connessa polemica, ormai vetusta, sulla sua maggiore o minore efficacia rispetto alla contrattazione collettiva per sostenere i redditi dei lavoratori. I risultati di svariati studi mostrano che la povertà da lavoro dipende non solo dal salario orario, ma anche – e sempre più negli ultimi anni – dal tempo di lavoro. Perciò, sembra cruciale intervenire per incrementare le ore lavorate (tramite un aumento della domanda) e limitare l’abuso di forme contrattuali non convenzionali, con l’obiettivo di rendere meno intermittente il lavoro, soprattutto di alcune categorie.

Peter Ferri

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