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Immigrazione italiana 1970-1990

54. I numeri raccontano (4a parte)

Nel periodo in esame (1970-1990) il mondo dell’immigrazione italiana in Svizzera cambiò radicalmente a causa di molteplici fattori, quali la nuova politica federale orientata alla stabilizzazione della manodopera estera, la diminuzione di nuovi immigrati dall’Italia, l’aumento dei ricongiungimenti familiari, l’avanzata della seconda generazione, i primi risultati dell’integrazione scolastica e professionale, ecc. Nelle narrazioni di questi cambiamenti si tende spesso a trascurare l’influsso della congiuntura economica degli anni Settanta e il fondamentale apporto della popolazione svizzera al superamento della difficile situazione che si era venuta a creare nei rapporti con gli stranieri. L’importanza di questi fattori è rilevabile dai numeri riguardanti gli effetti della crisi economica degli anni 1973-76 e dall’indebolimento dei movimenti xenofobi.

La crisi economica e la conversione di molti svizzeri e stranieri

Molte narrazioni, anche recenti, della situazione dell’immigrazione italiana in Svizzera negli anni Settanta sembrano limitarsi ad alcuni effetti dell’iniziativa Schwarzenbach del 1969-70 e trascurano il prima, il dopo e soprattutto il contesto. Per una comprensione dei cambiamenti di quel decennio, come si è già accennato nei precedenti articoli, è invece fondamentale cercare di capire quanto vi abbiano contribuito le dinamiche economiche di un periodo più ampio, l’atteggiamento più maturo della popolazione svizzera verso gli stranieri (una sorta di conversione non solo emotiva ma anche motivata) e il realismo dimostrato dalla maggioranza degli stranieri sempre più «domiciliati».

In questo articolo si parlerà soprattutto della crisi economica degli anni Settanta, nei successivi articoli degli altri contributi. Occorre tuttavia tener sempre presente che i grandi cambiamenti, compreso quello che interessò l’immigrazione italiana in Svizzera, avvengono sotto la spinta di molteplici fattori. Uno dei più importanti è stato sicuramente la crisi economica di quel decennio. Per capirne l’impatto bisogna ricordare sia pur brevemente le dinamiche economiche del dopoguerra.

Infatti, lo sviluppo economico svizzero degli anni Cinquanta e Sessanta spingeva già decisamente, soprattutto a causa della concorrenza internazionale, verso un cambiamento dei paradigmi industriali e dell’economia in generale, che esigeva ampie ristrutturazioni e trasformazioni e allo stesso tempo interventi incisivi nella politica immigratoria. Sviluppo economico e immigrazione hanno legami profondi, che è impossibile ignorare. Schwarzenbach e il suo movimento sono stati espressioni importanti di quelle esigenze, ma i cambiamenti sarebbero intervenuti comunque.

Posti di lavoro persi e diminuzione degli stranieri

Uno degli impulsi più incisivi al cambiamento è stata la crisi economica di metà anni Settanta a seguito del rincaro massiccio dei prezzi del petrolio e dei suoi derivati nel 1973-74. La Svizzera non ne fu risparmiata e una drammatica crisi si abbatté sull’economia con chiusure di aziende, licenziamenti, aumento dei disoccupati, partenza dalla Svizzera di parecchie migliaia di immigrati, pressione sui salari, incertezza per il futuro, ecc.

Secondo fonti sindacali e ufficiali sarebbero stati persi dai 300 ai 350 mila posti di lavoro, occupati in maggioranza da lavoratori stranieri. In seguito a licenziamenti, difficoltà di trovare un nuovo impiego e ad altre considerazioni, decine di migliaia di immigrati decisero di rientrare con le loro famiglie al loro Paese. I posti di lavoro persi e le numerose partenze di stranieri (attivi e non attivi) rappresentarono per molte imprese un’opportunità che venne sfruttata per realizzare profonde razionalizzazioni e ristrutturazioni soprattutto nel settore industriale, dov’erano maggiormente presenti gli stranieri.

E’ emblematico che anche durante la crisi il prodotto interno lordo (PIL) abbia continuato a crescere, molte imprese (grazie alle ristrutturazioni, alla pressione sulla produttività, alla diminuzione dei salari e ai licenziamenti) abbiano addirittura aumentato la produzione, multinazionali e grandi banche abbiano ripreso a distribuire dividendi. Prima della fine del decennio, quando la crisi era ormai alle spalle, la Svizzera era tornata ad essere il Paese più ricco del mondo, persino più del Kuwait. Anche l’immigrazione aveva ripreso vigore dopo la batosta ricevuta durante la crisi, ma non era più quella del dopoguerra.

Come accennato, gli immigrati, soprattutto gli italiani, furono particolarmente colpiti dalle chiusure di fabbriche, dalle ristrutturazioni e dai licenziamenti. Gran parte dei posti di lavoro persi erano infatti occupati da stranieri. Molti di essi lasciarono la Svizzera, che per anni cessò di essere un Paese amico ambito dagli emigranti, soprattutto dagli italiani. Se fino al 1973 la popolazione straniera superava di poco il milione (1.052.505) e costituiva il 16,6 per cento della popolazione residente totale, nel 1979 scese in cifre assolute e percentuali rispettivamente a 883.837 persone e al 14,0 per cento (la stessa del 1964).

Nello stesso periodo il calo della collettività italiana è stato più accentuato (da 640.579 a 418.589) nonostante l’arrivo di nuovi immigrati e di numerosi minorenni per il ricongiungimento familiare.

Esportazione della disoccupazione?

In seguito alle numerose chiusure di aziende e ai posti di lavoro persi soprattutto dagli stranieri, si parlò a livello giornalistico e sindacale di «esportazione della disoccupazione». In effetti, gli stranieri disoccupati rientrati al loro Paese non figuravano più nella statistica svizzera della disoccupazione. Ne nacque una polemica che durò a lungo, perché la discussione non teneva sufficientemente conto dei numeri (come spesso accade quando le posizioni sono soprattutto ideologiche e trascurano le statistiche).

La statistica della disoccupazione era dunque falsata? Si può leggere come risposta quanto scrive il Dizionario Storico della Svizzera (DSS) alla voce Disoccupazione: «Fra il 1973 e il 1976 quasi l'11% dei posti di lavoro andò perso, ma il numero dei disoccupati non aumentò in maniera proporzionale; infatti, la mancanza di un'assicurazione di disoccupazione obbligatoria spinse gli stranieri licenziati a rientrare nei loro Paesi di origine (esportazione della disoccupazione) e gli indigeni non protetti (soprattutto donne, giovani e anziani) a ritirarsi dal mercato del lavoro».

In realtà, anche questa risposta non dice molto sui numeri degli stranieri disoccupati che hanno dovuto lasciare la Svizzera per la semplice ragione che in proposito non esistono dati certi. Non si sa nemmeno quanti stranieri negli anni della crisi persero il lavoro e se vi siano stati davvero disoccupati costretti (per via amministrativa) a lasciare la Svizzera. E’ comunque certo che tra gli stranieri ci furono molti disoccupati e tantissimi rientrarono in quel periodo al loro Paese. Di seguito si cercherà di fornire qualche numero.

Quanti stranieri e italiani furono toccati dalla crisi?

Va subito precisato che i 300-350 mila posti di lavoro persi non erano occupati solo da stranieri, ma anche da svizzeri. Inoltre, come detto, a lasciare la Svizzera non furono solo lavoratori (persone attive occupate o disoccupate), ma spesso anche i loro famigliari. Va anche ricordato che la diminuzione degli stranieri residenti non fu dovuta esclusivamente alla crisi economica, anche se certamente vi ha influito pesantemente, ma anche ad altri fattori (naturalizzazioni, minori trasformazioni dei permessi stagionali in annuali, maggiori opportunità di lavoro offerti dall’Italia che stava diventando sempre più un Paese d’immigrazione, ecc.). Nel caso degli italiani si deve anche tener presente che i nuovi arrivi dall’Italia erano già in diminuzione fin dalla metà degli anni Sessanta.

La domanda è comunque legittima: quanti sono stati gli stranieri (e gli italiani) colpiti dalla crisi che rientrarono al loro Paese? Purtroppo una risposta certa è impossibile, ma si può ritenere che tra il 1974 e il 1978 la popolazione straniera residente è diminuita di circa 167.000 persone tra annuali e domiciliati. La diminuzione, in realtà, ha riguardato solo gli annuali (-190.000) perché i domiciliati erano addirittura in aumento (+23.000). La forte diminuzione degli annuali si spiega anche col fatto che gli stranieri partiti raramente venivano rimpiazzati, probabilmente perché i loro posti di lavoro erano stati soppressi. Inoltre, non va dimenticato che in quegli anni sono state registrate 90-95 mila naturalizzazioni (di cui 40-45 mila riguardanti stranieri attivi).

La ragione principale delle partenze va tuttavia vista nella pressione psicologica esercitata nell’ambiente lavorativo (riduzione dei salari, pressione sulla produttività, minacce di licenziamento, introduzione di nuove tecnologie, nuovi processi di lavorazione, esigenze di adattamento, ecc.), nella società (incertezza del futuro, inserimento scolastico dei figli, collocamento dei risparmi, ecc.) e nelle stesse famiglie (talvolta forti contrasti tra chi voleva restare e chi voleva rientrare, preoccupazioni per la formazione scolastica e professionale dei figli, ecc.).

Già da queste considerazioni si può ben capire che la popolazione straniera rimasta in Svizzera e quella che comunque continuava ad arrivare stavano trasformando profondamente la realtà migratoria formatasi nei primi decenni del dopoguerra. (Segue)

Giovanni Longu

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