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La pensione di anzianità

Italia: un paese diversamente normale

Alfredo un nostro abbonato di Baden ha avuto una discussione con alcuni suoi colleghi di lavoro a riguardo della pensione italiana di anzianità, quella meglio conosciuta come la “pensione dei 35 anni di lavoro” che venne introdotta in Italia negli anni Sessanta del secolo scorso. Alcuni citandola positivamente ed altri negativamente, tra cui lo stesso Alfredo. Il nostro fedele abbonato ci domanda se possiamo chiarirne più approfonditamente le caratteristiche e sapere quale sia l’opinione del sottoscritto.

Innanzitutto una premessa e cioè che alcune leggi introdotte in Italia nel corso degli anni dai governi di turno - pur approvate con le migliori intenzioni da legislatori illuminati e che in molti altri Paesi occidentali avrebbero avuto il risultato auspicato - applicate in Italia hanno invece disatteso le aspettative. Tra cui va citata proprio la legge previdenziale in questione oggetto della domanda di Alfredo.

Questa pensione di vecchiaia per anzianità di lavoro, svincolata dall’età del pensionando fu introdotta nel sistema previdenziale italiano nel lontano 1965. Essa consentì ai lavoratori dipendenti del settore privato il pensionamento anticipato con 35 anni di contribuzione (per cui molti lavoratori precoci, che avevano iniziato un apprendistato o un lavoro regolare già a quattordici anni, proprio grazie a quella norma, hanno potuto pensionarsi addirittura con 49 anni di età). Anni di contribuzione per il pensionamento anticipato ridotti, poi, a 20 per gli statali e 25 per i dipendenti degli Enti locali, un vero e proprio regalo a due categorie di lavoratori, bacini elettorali dell’allora Democrazia Cristiana, subito ed avallato dal centrosinistra per farle accettare i 35 anni per i lavoratori del settore privato. Praticamente il tradizionale “Do ut des” della politica italiana, ma non solo.

Un’ottima legge (peraltro più volte modificata nel corso degli anni successivi e soprattutto nell’ultimo decennio) ideata in quegli anni per consentire un ricambio generazionale nei diversi settori del lavoro e frenare l’emigrazione di massa che, ancora negli anni Sessanta del secolo scorso, continuava a scappare dall’Italia per cercarsi un lavoro all’estero e guadagnarsi da vivere depauperando il Paese delle forze più giovani e più preparate professionalmente. Un risultato, quello prefissatosi dal governo italiano con quella legge, ottenuto tuttavia solo parzialmente, molto parzialmente. Infatti, laddove vi erano le condizioni e cioè in particolare nei villaggi fuori dalle grandi città e nelle campagne della Penisola, molti di quei pensionati di anzianità, specie se qualificati (muratori, idraulici, falegnami, giardinieri, ecc.), si sono poi messi a lavorare in proprio e.... in nero (quindi niente versamento dei contributi previdenziali e niente tasse)!

Pertanto tutti quei lavoratori, da un lato, hanno si certamente liberato dei posti di lavoro per i giovani disoccupati ma, dall’altro, hanno poi fatto concorrenza sleale agli artigiani di quei settori che, magari, senza quella concorrenza, avrebbero potuto ingrandirsi ed assumere loro stessi dei giovani apprendisti e lavoratori. Quindi una legge, che in altri Paesi industrializzati del mondo occidentale, sarebbe stata perfetta per combattere la disoccupazione giovanile, in Italia lo è stata solo parzialmente visto che, praticamente, in mancanza di controlli seri da parte delle autorità preposte (in questo come in altri settori) è servita - in gran parte - a gonfiare il lavoro nero nel Paese: un problema atavico per il Belpaese che nessun governo, finora, è riuscito a debellare. Purtroppo!

Dino Nardi

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