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Kabul…il presidente…le donne…

Mi trovavo in un immenso giardino con piante disparate. L’afa delle settimane scorse invitava ad usare la piscina della padrona di casa, mia carissima amica, non all’usuale salon littéraire, bensi alla tribuna politica. Erano proprio quei giorni in cui, mentre noi donne italiane, magari spudoratamente ci godevamo il dolce far niente, consono alla nostra italianità, ci giungevano, senza filtri, le sofferenza delle donne afghane dopo la presa di Kabul. Nuotando in questa piscina tutta al femminile, annegavo nelle mie domande: che cosa rivendicano i talebani? Perchè l’Afghanistan fa gola a molti? Che significa la presa di Kabul per le donne afghane?

Sono tante le foto di questi giorni in cui si vedono i talebani che imbracciano armi nuove e di fabbricazione statunitense. E così al fucile d’assalto per eccellenza, l’Ak-47 russo, l’affidabile Kalashnikov con il suo inconfondibile caricatore «a banana», oggetto di ogni guerra sporca dal dopoguerra a oggi, icona di ribelli e terroristi di tutto il mondo, i talebani stanno sostituendo un altro fucile. Questo assume anch’esso un significato simbolico: l’M4, arma a stelle e strisce per antonomasia, prodotta dalla Colt ed evoluzione di quell’M16 che è parte integrante dell’immagine di ogni soldato americano dal Vietnam in poi!

2001-2021: in venti anni sono cambiati gli «studenti» coranici che con il loro patto con Al Qaeda provocarono l’intervento degli Stati Uniti. Ora si sono appropriati in modo del tutto gratuito delle loro armi. Gli americani hanno fallito. I talibani hanno fatto scacco matto: la conquista della capitale afghana, di Kabul, è l’atto che fa ufficialmente naufragare il progetto ventennale definito nation building.

Si apprende che in 20 anni gli Stati Uniti abbiano speso circa 83 miliardi di dollari per armare e addestrare le forze di sicurezza afghane. Ma proprio il nuovo esercito locale, «preparato» per difendere il paese, è crollato rapidamente. In alcuni casi senza neppure sparare un colpo. Alla fine a beneficiare del grande investimento americano sono stati proprio i nemici: i talebani prima ancora del potere politico, si sono assicurati un armamentario nuovo, moderno e ben fornito. La prospettiva e rivendicazione era quella delle dimissioni del presidente Ghani. I talebani rivendicano al momento anche il controllo della base aerea e della prigione di Bagram, alla periferia di Kabul. Il complesso è stato l’epicentro della guerra contro i talebani e Al-Qaeda per circa 20 anni fino a luglio scorso. Momento in cui l’esercito americano è scappato nel cuore della notte senza avvisare gli afghani!

Il presidente Aschraf Ghani è scappato a sua volta dal paese, mentre i talebani prendevano la capitale, Kabul. Un presidente che abbandona il suo paese dopo sette anni di presidenza e, per lo più con 169 milioni di dollari, la dice lunga. Parlando di soldi, si azzardano ipotesi sul vero movente di una guerra destinata a non finire: secondo analisi del Servizio Geologico degli Stati Uniti, integrate da altre ricerche effettuate dal ministero delle miniere, l’Afghanistan ha 1.500 zone minerarie. Molte delle quali non sfruttate. Tutte con grandi riserve di rame, ferro, oro, platino, cobalto, uranio, tungsteno, stagno, cromo, alluminio, mercurio. Giacimenti potenziali di marmo sono stati identificati da tempo. Pare che la produzione di pietre preziose e semi-preziose, in particolare di smeraldi e lapislazzuli (il migliore del mondo) ma anche rubini, topazi, granati, turchese, sia alta. Nel nord del paese, esistono anche riserve non indifferenti di petrolio e gas. Secondo stime di Washington, basterebbe per alimentare i fabbisogni dei cittadini locali per 20-30 anni.

Da giorni, per le strade di Kabul, oltre al bianco della bandiera talebana, il bianco prepotente, accecante della vernice bianca. Il direttore di Tolo News ha diffuso uno scatto che sta facendo il giro del mondo. Si cancellano le immagini femminili dai cartelloni pubblicitari per le strade. Trattasi di whitewash. Tabula rasa di valori sociali acquisiti. Regressione forzata di un intero paese.

Mariam Ghani, figlia del presidente che ha abbandonato soprattutto queste donne, fa l’artista a New York. Vive qui. Non è in pericolo. Interpellata dal New York Post che l’ha raggiunta nel suo loft a Brooklyn, la 42enne non ha voluto rispondere ad alcuna domanda in proposito…a noi resta un disgustato: no comment…!

L’Afghanistan tornerà al nome precedente all’arrivo degli americani nel 2001: Emirato Islamico dell’Afghanistan. A guidare la prima fase sarà Mullah Abdul Ghani Baradar.

Ho detto tutto.

Graziella Putrino

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