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Assurdità e ingiustizia dell’autoregolamentazione

Cari lettori, la regolamentazione di alcune professioni dovrebbe essere motivata dall’esigenza di proteggere i consumatori dalle conseguenze di servizi di scarsa qualità qualora esistano problemi di informazione asimmetrica. Per esempio, può essere molto difficile per una persona comune individuare, e quindi evitare, un medico incompetente. Poiché essere curati da un dottore poco capace può avere conseguenze potenzialmente molto gravi, è preferibile regolamentare l’accesso alla professione medica per impedire agli incapaci di operare sul mercato. Stesso argomento vale per i farmacisti, gli avvocati e, in teoria, per tutte le professioni regolamentate. Naturalmente, limitare l’accesso a un mercato ha necessariamente un costo: rispetto a uno non regolamentato, vi opererà un minor numero di professionisti e di conseguenza i prezzi saranno più elevati. Non c’è dubbio che preservare o migliorare la qualità dei servizi (e dei beni) offerti in un sistema economico sia sempre desiderabile ma, escludendo l’idea di regolamentare l’accesso a tutte le professioni esistenti, è necessario decidere se e dove (e come) introdurre questo tipo di norme.

Di volta in volta, bisogna quindi valutare se i vantaggi in termini di miglioramento della qualità dei servizi offerti siano commisurati ai costi in termini di limitazioni alla concorrenza. La direttiva europea ristabilisce questo principio fondamentale in un contesto in cui troppo spesso, e non solo in Italia, restrizioni all’esercizio di alcune professioni sembrano essere state adottate più sull’onda di pressioni corporative che non sulla base di una effettiva valutazione dei costi e dei benefici. In questa prospettiva, l’intervento previsto dal Pnrr sembra riservare al governo la possibilità di semplificare l’accesso alle professioni nelle quali le limitazioni attuali appaiano sproporzionate ai presunti vantaggi in termini di qualità. Nonostante la ragionevolezza del principio, la direttiva europea e la riforma prevista dal Pnrr mancano in quello che sembra essere il problema più serio: nella maggior parte dei casi non si osserva alcun miglioramento della qualità dei servizi nelle professioni regolamentate. Numerosi studi scientifici ne hanno analizzate diverse in svariati paesi utilizzando una grande varietà di approcci metodologici e nella quasi totalità dei casi non emerge alcun effetto positivo della regolamentazione sulla qualità dei professionisti o dei servizi da loro offerti! Si tratta di studi che riguardano importanti professioni, come gli infermieri, i medici, i contabili, gli ottici o gli avvocati ma anche gli istruttori di scuola guida. 

Questi risultati non devono però necessariamente portarci a concludere che si debba completamente liberalizzare l’accesso a tutte le professioni. Infatti, è del tutto evidente che in alcuni casi le conseguenze di un cattivo servizio sono talmente disastrose da giustificare largamente una forma di regolamentazione dell’accesso e della pratica. Il mercato dei servizi sanitari è un ovvio esempio. Come interpretare allora la mancanza di evidenza empirica sugli effetti positivi della regolamentazione sulla qualità? Da un lato, misurare la qualità dei servizi non è facile e la mancanza di risultati positivi in letteratura può essere dovuto, almeno in parte, a questo. Dall’altro, ci sembra che i risultati segnalino piuttosto il fatto che la regolamentazione possa non dare i risultati desiderati perché è spesso mal disegnata. Per esempio, da un famoso lavoro sulla professione legale in Italia condotto di recente emerge che la presenza di un parente già iscritto all’albo predice la probabilità di passare l’esame di abilitazione per avvocati meglio del voto di laurea, specialmente per i candidati con i voti più bassi. Il solito nepotismo da arlecchini!! Più in generale, l’intera letteratura sul tema sembra indicare che uno degli elementi principali che impedisce alla regolamentazione professionale di migliorare significativamente la qualità dei servizi offerti sia il principio di auto-regolamentazione. In molte professioni regolamentate sono gli stessi professionisti a decidere chi entrerà in futuro nel mercato, con un ovvio, ancorché spesso implicito e forse anche inconscio, conflitto di interessi. Allo stesso modo, secondo il principio di auto-regolamentazione sono spesso le stesse organizzazioni professionali a definire le norme che regolano la pratica professionale attraverso i cosiddetti codici deontologici. In altre parole è il regolato a decidere come “autoregolarsi”.

Pensate se, per esempio, agli esami universitari (per non parlare di quelli scolastici!) fossero gli studenti stessi a decidere chi promuovere e chi bocciare, e che voto darsi!! Tale assurdo concetto viene giustificato affermando che si tratta di un principio che si fonda sull’idea che solo i professionisti stessi abbiano le competenze necessarie a valutare la qualità dei candidati e l’adeguatezza delle norme di comportamento. Ma se questa idea forse poteva essere valida in passato (e spesso in un passato molto lontano), ci sembra che nella maggior parte dei casi non lo sia più oggi. Riforme che potrebbero migliorare l’efficacia della regolamentazione professionale devono ovviamente essere disegnate in modo specifico per ogni mercato, ma si possono forse individuare alcuni principi generali. Per esempio, andrebbe ripensata la composizione delle commissioni d’esame riducendo il peso dei rappresentanti delle professioni al loro interno per ridurre i conflitti di interesse. Si dovrebbe anche garantire il completo anonimato degli esaminandi, magari abolendo gli orali laddove previsti, per limitare pratiche nepotistiche. Pratiche che in Italia, da sempre, dominano. Infine, il principio di auto-regolamentazione dovrebbe essere abbandonato, soprattutto per quanto riguarda la definizione delle norme di pratica professionale e il relativo potere sanzionatorio. Ma non aspettative grandi riforme in questo senso in tempi brevi. Benché sognare sia lecito...

Peter Ferri

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